Un blocco di granito.

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Pietr il Lettone (Adelphi, euro 10, pag. 163, traduzione Yasmina Mélaouah) è il mio primo umido incontro con il commissario Maigret ed il primo incontro tra un autore e il suo personaggio:

Forse avevo bevuto uno, due o anche tre bicchierini di ginepro con una spruzzata di bitter. Sta di fatto che un’ora più tardi, quasi vinto dal torpore, cominciai a vedere dinnanzi a me la massa imponente e impassibile di un signore che – mi parve – sarebbe stato un commissario accettabile. Nel corso della giornata aggiunsi al personaggio qualche accessorio: una pipa, una bombetta, un pesante cappotto con il collo di velluto … e gli concessi, per il suo ufficio, una vecchia stufa di ghisa.

E non saranno molte di più le comodità che Georges Simenon concederà al suo uomo. Il suo primo giorno di servizio tra le pagine, Maigret si prende una pallottola in corpo, perde un collega, rischia di morire un paio di volte e di ammalarsi di polmonite un altro paio. È grosso ma non lo si può dire agile o esperto di arti marziali. È intelligente ma è l’istinto e non il ragionamento logico-deduttivo a guidarlo. E’ un investigatore francese. Nessuna traccia del caro Holmes nei suoi modi di fare burberi e quasi rozzi.

Lo stile di Simenon è quasi estremo: nessun orpello letterario, ma l’essenzialità della materia bruta. I capitoli corrono incalzanti, nulla è superfluo, banale o digressivo, neppure i titoli. Il ritmo dato alla narrazione da questo ascetismo estetico è teso e pronto a correre non appena la storia accelera bruscamente. Nelle scene d’azione i periodi si contorcono e si spezzano, se Maigret non si rende subito conto di cosa succede perché dovrebbe farlo il lettore?

Ma non è il personaggio, così bello, o lo stile, così giusto. E’ il perché. Per la prima volta il fuoco non viene messo sul come è avvenuto un crimine o su chi lo ha commesso. Maigret si chiede, da uomo, perché altri uomini abbiano commesso un delitto. E sono solo uomini, banali e comunissimi relitti, non le esaltazioni letterarie di Miller o Baudelaire. E forse è questo a renderli così pieni, così vivi. Seguiamo il commissario dentro grigi quartieri operai o nella ancora più grigia provincia francese, tra le case di vecchi e nuovi ghetti e lungo scale di condominio che puzzano di cavolo rancido. O in un albergo degli Champs Elysees. La puzza di marcio c’è anche lì. Ma noi sempre dietro al nostro gigante di pietra, immobile e silenzioso in mezzo al mondo confuso e sotto la pioggia. Finché qualcosa non lo risvegli.

La presenza di Maigret al Majestic aveva inevitabilmente qualcosa di ostile. Era come un blocco di granito che l’ambiente si rifiutava di assimilare.

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7 commenti

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7 risposte a “Un blocco di granito.

  1. Sei già il secondo che consiglia Simenon nelle ultime settimane, mi sa che dovrò dargli una seconda chance.
    Nel frattempo ti ho premiato qui http://wp.me/p2BPU2-kv
    Non serve che continui la catena, mi faceva piacere segnalare il tuo bellissimo blog!
    A presto!

  2. Simenon? Per me è una garanzia. L’ho scoperto per caso ed è stato amore e passione insieme. Qualunque cosa narra è meraviglia per me.
    Come stai? Non ti vedo in giro da molto!
    Ti aspetto da me, dai!
    Luna

  3. Simenon ha accompagnato molti pomeriggi della mia triste adolescenza e per me è un porto sicuro, un libro “copertina di lana” al quale approdare dopo un libro pesante, dopo un momento difficile della tua vita, quando hai la testa altrove e non riesci a concentrarti su letture impegnative. Lo amo come un cioccolatino ferrero rocher!

    • Che dedica dolce! 🙂 Io ho appena iniziato…ma sono già al secondo. Ho appena finito “Il porto delle nebbie”. E mi è piaciuto quanto questo. Il merito è tutto di Maigret, che ti difende dalle cose brutte. 🙂

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