Leggere i mondi.

underworldVoltata l’ultima pagina, chiudo il libro e lo poso sul comodino. No, lo rigiro ancora un attimo tra le mani: ne percepisco il peso e osservo la sua struttura geometrica. Gli angoli smussati dall’usura non ne snaturano l’essenza di solido blocco quadrangolare. Potrebbe benissimo essere una pietra angolare di qualche antica cattedrale, di compatto granito. Immobile e ostile accanto alla mia testa lo osservo: le pagine di carta fine, il carattere minuscolo del tascabile non impediscono di raggiungere quasi le novecento pagine. Penso a quello che è successo quando ho finito il libro e al vago senso di incertezza che ha lasciato. Penso anche alle varie recensioni e analisi che ho letto: il postmoderno, la critica alla società dei consumi. Il complottismo che vede il numero 13 nascosto nei nomi dei giocatori di Baseball. L’ironia dell’autore che non vuole che il lettore capisca fino in fondo, perché alla fine non c’è nulla da capire. La tentazione di lasciare che questo monolito di carta mi convinca di essere un freddo esperimento di stile sono forti, dire a tutti che “sono rimasto stordito dalla sua complessità” e passare oltre.

Cosa crede che tu è, un Jedi, che muove così con tua manina? Io toydariano, trucchi di mente non funziona con me, solo money. – Watto a Qui-Gon Jinn, La minaccia fantasma.

Non posso fermarmi alla superficie, voglio recuperare la fraternità che ho condiviso con il libro mentre mi avventuravo nel suo mondo di carta. Le pagine nere che scandiscono la lettura non erano allora simboli di morte, ma solo riferimenti temporali di quel piccolo universo. La sensazione è che Underworld (Einaudi, pp. 880, euro 13,20, traduzione Delfina Vezzoli) sia un opera dove c’è poco spazio per l’emozione. Una costruzione di altissima abilità tecnica e stilistica, degna dei capolavori della cultura mondiale, fitti di connessioni, citazioni, sorprendenti scelte stilistiche e rigore compositivo. Don DeLillo, l’autore, crea un epico racconto, una straordinaria narrazione composta da molteplici storie e personaggi, tutte mescolate in un flusso unico dove la distinzione tra personaggio secondario e principale non è sempre chiarissima. Non mi piace definire queste parti frammenti, che sono piccoli pezzi sparsi dal caos, preferisco pensare alla torta marmorizzata: vaniglia e cioccolato sono separati in modo irregolare pur restando in un dolce unico, mescolati ma non uniti, venature marroni attraversano fette gialle. Una volontà ordinatrice, per quanto non segua sempre una motivazione logica, esiste. Stampatevi l’immagine di De Lillo, grembiule alla vita, che sforna la sua American Pie.

Avanti e indietro nella storia degli Stati Uniti d’America, durante la Guerra Fredda. I taxi gialli di New York potrebbero condurre in mezzo al deserto del Mojave se non prestate attenzione. Il Bronx italoamericano del dopoguerra si trasforma nel ghetto nero per antonomasia se non guardate dove camminate. Tutti i ceti sociali, tutte le razze dell’insalatiera americana. Personaggi storici famigerati e perfetti sconosciuti, personaggi d’invenzione che chiacchierano con ricordi di un mondo che è esistito. A collegare tutto e tutti, ma con un legame così apparentemente debole e fragile che l’unica parola che suona abbastanza bene è link, è una pallina da Baseball. Non una qualunque. Quella di una storica finale tra Giant e Dodgers. Oppure una qualunque, vi assicuro che non potrebbe fare differenza. L’apocalisse nucleare, il terrore rosso, la massificazione dei consumi e la produzione di rifiuti e scorie come caratteristica definente dell’essere umano, l’ossessione per la ricerca di un complotto sotterraneo che spieghi i segnali che vediamo dappertutto. La lotta per l’emancipazione dei neri, l’assassinio di Kennedy, il Texas Highway Killer. Tutto riconducibile alla piccola palla, al Botto Che Fece Il Giro Del Mondo.

Tutti gli episodi i capitoli i paragrafi le parti le frasi sono perfettamente autonomi. E perfetti. Lo stile di De Lillo è espressivo e misurato, consapevole del potere che ha sul lettore e della direzione in cui lo sta portando. Uno stile fatto di cose ed immagini, dove un cheesecake può essere «morbido e gustoso, con la personalità di uno zio benestante che conosce un centinaio di barzellette sporche, destinato a morire di eccessi sessuali tra le braccia dell’amante». I personaggi non sono mai gli agenti del racconto, ma sono molto aldilà dall’essere piatti. I servi dei Tre Moschettieri sono piatti, piazzati lì da Dumas solo per farsi prendere a bastonate o per consegnare un messaggio. Nel nostro libro invece ognuno ha una storia che ce lo rende interessante o fa parte di una Storia più grande che li rende tutti importanti. Tutti vedono qualcosa e cercano di leggere la storia e di nuovo, la Storia, con i loro strumenti, cercano ossessivamente una palla, il numero 13, la contaminazione, il complotto statale o quello straniero, una nave carica di merda che non può scaricare perché nessun paese la vuole. Il complotto segreto, anche se falso, è un modo per dare un ordine alla realtà incontrollabile.

E noi, lettori, sullo stesso loro piano. DeLillo genialmente non ci mostra i collegamenti che reggono la sua opera, non ci spiega come fa. Ci mette di fronte all’opera d’arte, spazio finito e autonomo, specchio e metafora del nostro mondo. Alla ricerca di un ordine i neuroni si uniscono e creano una realtà, noi assistiamo al suo formarsi, riflettendoci nei personaggi, non per come sono, ma per come vedono il mondo. Il loro di carta, il nostro solo un poco più vero. Sinapsi di un cervello.

Ora sì, posso spegnere la luce. Finalmente la pace.

P.S. Anche il mio titolo ha tredici lettere.

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19 commenti

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19 risposte a “Leggere i mondi.

  1. Bellissima recensione.

  2. Mi piacciono le torte! =) Anche se non proprio quelle al cioccolato marmorizzate… Mi pare di trovare un filo rosso anche all’interno delle tue recensioni: nell’ultimo periodo ti avventuri in libri che (a sentire dalle recensioni) lasciano in sospeso, conta quasi di più il non-detto! Credo che questo libro non entrerà nel mio elenco dei libri da leggere, a qualcosa bisogna rinunciare per farci stare la torta! =D Però ottimo lavoro, anche solo leggersi tuuuuutte quelle pagine non è da poco!

    PS: il fatto che tu dica che il titolo ha tredici lettere è un errore di conto o c’è qualche segreto che non si può rivelare? Ad un occhio inesperto come il mio le lettere paiono solo 10… =)

    • Grazie L! Questo libro l’ho scelto a caso, alla fiera dove tu hai trovato molti più libri di me :). Non è frutto di una scelta troppo meditata…Però è vero, qualcosa in comune con Nemesi e Kafka sulla spiaggia cel’ha. P.S. Il titolo della recensione, Gigio. Non sono stato chiarissimo, te lo concedo. Adesso correggo.

      • Ora è più chiaro, grazie! =)
        Il cammino per ottenere la capacità di trovare i libri alla fiera è molto lungo, ma la Forza è grande dentro di te, un giorno ce la farai! Eheh. Questa battuta mi ricorda che ho apprezzato la citazione di Watto e che dovevo dirtelo! 😉

      • Quando mi è venuta in mente mi ha fatto molto ridere…non potevo non metterla, da più senso a tutto..altrimenti sembra una recensione seria. Nonostante DeLillo versione casalinga.

  3. Bella recensione che rende più cocente la mia sconfitta nei confronti di questo libro, che ho affrontato sicuramente un paio di volte senza mai entrare con il cuore nella storia. Mi ricordo il racconto di una bellissima, e lunghissima, partita di baseball, dopodiché mi perdevo…

    • Grazie! Sei già la terza persona che mi comunica la sua sconfitta! Tu almeno hai finito la partita però! 🙂 Ecco, il consiglio che posso darti nel caso volessi tentare una terza ascensione è questo: non contrastare quello che succede. Perditi. Ci penserà il vecchio Don a guidarti senza che tu te ne accorga. Non c’è una trama forte ne dei personaggi con cui fare amicizia che ti portino avanti col libro, è il riflusso di tutto che ti attrae verso il centro del gorgo. Ovviamente la corrente all’esterno è più debole 😉

      • Bel suggerimento! Singolare che tu usi il termine “ascensione” perché tempo fa avevo fotografato questo libro, alla mia maniera, e la foto sembra fatta apposta… Magari domani la pubblico con il link al tuo articolo.
        Ciao

      • Mi farebbe solo piacere! La metafora alpinistica si presta bene per i libri. Gli alpinisti in montagna ci vanno perché gli piace camminare, non solo per il paesaggio che vedono in cima. 😉

  4. La tua recensione mi stuzzica parecchio e DeLillo prima o poi lo voglio affrontare, ma i libri chilometrici mi hanno sempre un po’ bloccata (800 e passa pagine non sono uno scherzo). Forse c’è un altro libro di questo autore che potrebbe darmi un’idea del suo stile, farmi capire se mi piace o meno… che so, magari un blocco quadrangolare più piccolino e leggero 😉

    • Ne sono contento! Non farti spaventare dai libri lunghi…se sono bei libri il piacere dura più a lungo! La mia ragazza aveva intenzione di leggere Cosmopolis, che di sicuro è più corto…:)

  5. complimenti. Recensione perfetta. Appassionata al punto giusto.
    Ho scoperto questo blog grazie a Cartaresistente…
    Chissà che tu non abbia recensito anche qualche opera di Antonio Lobo Antunes,,,che io adoro e che non conosce ahimè, in Italia, quasi nessuno…
    Vado a curiosare.

  6. Ti ammiro. L’avevo già scritto. Non sono mai riuscita ad andare oltre le prime dieci pagine e purtroppo non sono riuscita a capire quel ritmo cadenzato. Forse avrei douvto abituarmi alla scrittura di De Lillo partendo da altro. Troppa ambizione fa male.
    La tua recensione è superlativa.

    • Grazie mille!! 🙂 Sto cominciando a preoccuparmi però…sei l’ennesima persona che mi dice che non è riuscita ad andare fino in fondo. Io non l’ho trovato un libro impegnativo…mhmmmm forse è l’idea che si debba “affrontare” un libro del genere a mettere in difficoltà…non dovresti preoccuparti della tua ambizione. 🙂 ma di sicuro è un libro sconcertante…posso chiederti di spiegarmi meglio cosa ti ha fatto abbandonare?

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