Germogli tra le macerie.

71RUw9k3ujLDa giorni e settimane ormai, girovago ramingo col pensiero. Mi illudo, dopo essermi coricato, di aver afferrato un lembo di verità, di essere arrivato al giro di boa, all’intuizione che mi porterà indietro, a scrivere questa benedetta recensione. Leggiucchio brandelli, citazioni avulse, vaneggiamenti vari, insulti generalizzati, cercando di trovare conferme ai movimenti della mia coscienza. Ovviamente il tutto inutilmente. Argomenti che sembravano importanti si stemperano in dettagli di un quadro più grande e, paradossalmente, più semplice. Ogni considerazione politica, filosofica, teologica, critica si abbatte con fragoroso rumore di fronte alla sconcertante realtà, dalle motivazioni profonde che hanno mosso l’autore di questo libro. Le rocce possenti, le analisi granitiche tenute assieme da testimonianze, lettere, saggi, si allentano e crollano. Potremmo stare giorni interi a confutare una per una tutte le teorie, le spiegazioni che vengono date su “il vero significato di”. Senza arrivare da nessuna parte. Tolkien è vissuto e ha scritto in uno dei momenti più oscuri della Storia dell’uomo. I deserti senza vita di Mordor, la terra del Nemico, sono aridi e repellenti, fangosi e sudici, sono gli stessi che ha trovato in Francia durante la battaglia della Somme. Dobbiamo però fermarci qui, ogni altra allusione è un azzardo. La Terra di Mezzo rimane solo la Terra di Mezzo, dove l’allegoria non può trovare casa. Ho cercato consiglio nel cielo e nella terra, nei corvi che fanno cadere le noci dall’alto, ma nemmeno il mio animale totemico ha saputo darmi una mano. Ho lasciato decantare questa recensione per lunghissime settimane, chissà se alla fine sarai d’accordo con me. Rompiamo gli indugi e cerchiamo di mettere assieme i pezzi, amico lettore.

Ho letto la prima volta Il Signore degli Anelli quando ero ragazzino, non ricordo bene dove e quando, poi l’ho riletto una seconda, una terza e una quarta. Ho perso il conto di quale sia l’ultima. Ho cominciato a disegnare cartine e a inventare nomi, che avevano tutto il loro significato nelle linee contorte di una costa o nel cupo suono di Udûn. Il piacere stava tutto nel lasciarsi trasportare fuori dalla tranquilla, accogliente, borghese e britannica Contea, scoprendo man mano pericoli sempre più cupi e terribili. Moria, Orthanc, Mordor. Abbandonarsi al racconto che ritmicamente si allunga tra luce e oscurità, tra fuga e riposo, tra battaglia e contemplazione. La storia in realtà la sapete già, come me, anche se non avete mai letto il libro e mai lo farete. E sapete benissimo che ci sono i Nani, gli Elfi e gli Uomini e, ovviamente, ci sono gli Hobbit. Ci sono mostri terribili e raccapriccianti, nascosti e striscianti nelle profondità della terra o ripugnanti esseri alati. Creature abiette ed eroi, foreste vergini popolate da alberi parlanti e torri di pietra aguzze e scintillanti, lande desolate ricoperte di scorie maleodoranti e accoglienti locande dove servono birra così buona da sembrare stregata, canti in lingue musicali che curano l’anima e maledizioni terrificanti che la annientano. Eserciti dalle armature lucenti e pire funebri. Prodigi e forze che sprigionano una forza vitale arcaica. Un Nemico da sconfiggere, aiutanti e antagonisti, strumenti magici che sarebbe molto meglio non utilizzare mai. C’è tutto un mondo là dentro, ma lo conoscete già. Avrete visto il film. Dovreste leggere il libro.

Ma cos’ha, qual’è la magia del libro? Gli strumenti usati da Tolkien per creare il suo mondo sono tutto sommato semplici, a portata di qualunque scrittore, antichi: un sapiente e consapevole dosaggio di dettagli al limite della follia contrapposti a poetiche vaghezze. Come nel nostro di mondo, si vede bene ciò che si ha vicino, mentre le montagne lontane si sfumano nella foschia, pronte per essere popolate dal mistero. Fa più paura un esercito schierato o i tamburi che risuonano lontani nell’oscurità? Nuvole oscure ottenebrano la vista, mentre il pensiero va ai compagni lontani e forse perduti. Ogni volta che lo leggo rido, e piango anche. Assaporo l’attesa e divoro le pagine. Penso a tutta la letteratura di genere che è mai stata scritta e so che non ci sarà mai nulla di simile. Penso che gli scrittori che provano ad emularlo si sentano come Petrarca che prova a scrivere in terzine incatenate. Perché è diverso da tutto? Perché è migliore di tutto? Forse è sempre la stessa vecchia storia: la bellezza di un libro dipende sempre da quanta anima l’autore deve strapparsi per donare la vita a quello che scrive. Qui dentro c’è tutta una vita.

J.R.R.Tolkien ha inventato una lingua, gli ha dato degli esseri che potessero pronunciare le sue melodiose parole e un mondo magico dove farli camminare, belli e splendenti sotto le stelle luminose. E poi ha fatto in modo che il mondo degli elfi andasse in rovina, così che noi potessimo piangere assieme a loro la scomparsa del loro mondo in una lunga e sofferente elegia. Per permettere alla vita di continuare, il vecchio mondo deve farsi da parte. Il Signore degli Anelli è ambientato in un mondo di macerie, dove oltretutto con la sconfitta del male scompariranno molte altre cose antiche e meravigliose, canti e racconti verranno dimenticati. Dalla terra spuntano statue dagli occhi vuoti, buchi nella pietra che ci ricordano come tutto è in perenne trasformazione. Gli elfi cantano la nostalgia del mare, gli Ent quella delle loro compagne perdute, ogni cosa è destinata a scomparire vaga nell’immensità dell’Oceano, più vasto di tutte le montagne e di tutte le pianure della Terra di Mezzo. E tutto questo solo per suscitare nei lettori nostalgia di un luogo dove non sono mai stati, i tedeschi la chiamano fernweh. Non c’è nient’altro. Niente Madonne o diavoli, monarchi inglesi e razze superiori. Le spade che scintillano nel buio, le cariche poderose della cavalleria, gli agguati nei boschi, le migliaia di pagine sottili di questo libro non sono nulla, nulla, se non storie. Non significano niente se non se stesse. È un libro che parla di morte e vita, primordiale. Alla fine avrete nostalgia di tempi e luoghi che non sono mai esistiti. Solo questo.

Non è un mondo preciso e cristallino, dove le corrispondenze illuminano di significato ogni versetto. È solo una lunga, meravigliosa, remotissima storia, con la potenza dell’epica e la profondità del romanzo. È come un poema antico, di cui abbiamo solo un canto. L’unica cosa secondo me sicura, che si può dire su questo libro è la speranza nella Vita. Nel buio più estremo può brillare la luce, da un vecchio albero morto possono nascere ancora germogli, un vecchio e stanco re può trovare ancora forze nelle sue ossa antiche. La pace è costosa, e le ferite più profonde sono quelle dell’anima ma tutto è comunque poca cosa, destinata a scomparire e a diventare altro. La razza degli Uomini, così debole, così mortale, così sciocca, avrà sempre una possibilità e questa speranza dorme, in un buco nella terra. È questo il segreto. Tolkien era un filologo, un linguista. Sapeva che le lingue non muoiono, ma si trasformano; cuce un arazzo fisso e immobile, lontano nel tempo, in cui però tutto germoglia, silenzioso ma vivo. Tutto il resto è un debole tentativo di piegare una storia troppo grande dentro le maglie di un interpretazione che sarà sempre stretta. Se lo leggerete, dovrete farlo solo per la sua ineguagliabile capacità di portarvi in un altro mondo, la meraviglia e il terrore. Nient’altro, e verrete accontentati.

 

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18 commenti

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18 risposte a “Germogli tra le macerie.

  1. Ci sono uomini che, da soli, sono in grado di veicolare nelle loro opere ritmi e allusioni archetipi della mente umana. Questa caratteristica è tipica di quei manufatti foggiati dalla collettività e dal tempo (le Scritture, le Piramidi, molte città antiche, ecc…). Tolkien riesce, e riesce a toccare queste corde con tale ingenuità che proprio per questo “Il Signore degli Anelli” risulta indigesto e banali ai non pochi detrattori; dei quali non sono affatto.

  2. Athenae Noctua

    Che bella lettura: rende così bene il senso e il sentimento dell’opera di Tolkien che ad ogni parola viene evocata un immagine (del libro, per chi l’ha letto). Condivido, in particolare, l’impressione sull’aspetto nostalgico del romanzo, un’aura di malinconia che suscita il sogno di ciò che è irrimediabilmente perduto, anche se, di fatto, non l’abbiamo mai conosciuto e appartiene solo al mito. Complimenti!

    • Grazie 🙂 è sempre un piacere ricevere complimenti, ancora di più se si viene compresi! Credo che sia una presa di coscienza dello stesso Tolkien studioso di lingue morte. Era innamorato dei suoni e dei segni di un passato perduto, che gli evocavano visioni ancestrali di cui non resta memoria alcuna. Aveva capito moto bene quanto le parole creino il mondo che dovrebbero solo descrivere. Sembra poco ma trasmette a noi quello che provava lui. E Sto preparando Glottologia. 😉

      • Athenae Noctua

        Hahaha, ne so qualcosa di lungue morte e della loro capacità di creare mondi… non per nulla ho scelto come argomento di tesi uno studio del lessico greco della magia! In compenso i miei esami di glottologia sono stati strazianti, proprio non sopportavo tutte quelle leggi, ma mi piacevano gli aspetti di antropologia che ne emergevano (che, però, erano una minima parte rispetto al lavoro tecnico) e ho parzialmente rivalutato la materia con la storia delle lingue classiche! Buono studio e in bocca al lupo! 😉

      • L’ho detto apposta! Cosa credi!? 🙂 e anche io mi trovo nella stessa identica situazione nei confronti della glottologia…

  3. Affascinante, come sempre, la tua analisi. Non l’ho letto né visto il film, ma le tue parole sono riuscite lo stesso ad evocarmi delle immagini 🙂

  4. Bella, molto bella! Direi che cogli proprio quello che è il Signore degli Anelli.
    lo stesso che diceva tolkien del suo libro e del suo intento, dichiarato nelle raccolte di lettere e nelle introduzioni delle raccolte di racconti!
    Io forse ho esagerato… l’ho letta con la colonna sonora della contea… mi si sono inumiditi gli occhi… consiglio ai lettori di Muninn di fare lo stesso esercizio, amplifica il risultato secondo me! =D

  5. rob

    Grazie per la bellissima recensione. Mi hai fatto venire in mente che, ai tempi della mia dipendenza da play.com, comprai la trilogia in inglese. Mai letto.
    In più acquistai anche i 4+4+4 dvd dell’uguale trilogia. I film, quelli sì, li ho visti.
    E… “un libro dipende sempre da quanta anima l’autore deve strapparsi per donare la vita a quello che scrive. Qui dentro c’è tutta una vita”. Bello!

  6. tielyanna

    Io pure ho perso il conto delle volte che ho letto Il signore degli Anelli (e continuo a leggerlo periodicamente) e ho pure visto la trilogia di Jackson (ma non Lo Hobbit, quello no, mai!) e devo dire che hai colto tento di Tolkien nella tua… recensione? analisi? qualunque cosa sia.
    Forse, ma bada è opinione mia, hai tralasciato l’aspetto “dell’amicizia”, ma per il resto concordo, in particolare quando dici che “La Terra di Mezzo rimane solo la Terra di Mezzo, dove l’allegoria non può trovare casa.”
    Perchè è vero, non c’è spazio per l’allegoria nel libro ed è bello trovare qualcuno che lo afferma così semplicemente dopo aver fin troppe volte letto/sentito l’affermazione contraria a dispetto di quanto detto da Tolkien stesso.

    • Bene! Un’obiettrice di coscienza come me! 🙂 E grazie per per il complimento! 🙂 🙂 Allora…chiamiamola recensione. Il mio fine è quello di cogliere l’essenza e i motivi profondi per cui un libro merita di essere letto, e ricordato. Per questo mi chiamo Muninn. Scrivo recensioni che invoglino i non lettori, o i non lettori di certi libri, a fare quel passo in più. Che poi ci riesca o meno è un altro discorso. A volte per farlo devo indagare temi e ragioni compositive, altre volte no. Per questo raramente affronto i libri con spirito analitico. Nonostante l’amicizia sia un tema importante, ho dato la precedenza all’atmosfera generale, allo spirito compositivo, all’essenza del libro, a quello che ha significato per me. Questa è certo una debolezza, perché perderò per forza delle cose per strada, ma forse alleggerisce un po’ me dalle responsabilità e il mio lettore da un’analisi troppo stringente, soprattutto in un libro vasto come questo. Tu che sei qui, parlami tu dell’amicizia nel Signore degli Anelli. Abbiamo molto spazio per farlo. Completiamo questa recensione 🙂

  7. tielyanna

    Posso provarci, ma proprio solo provarci e giusto perchè si tratta di Tolkien perchè più che a parole io “viaggio” a sensazioni e le sensazioni, si sa, sono sempre personali e difficili da esprimere o spiegare.
    L’Amicizia (uso volontariamente la maiuscola) ne “Il Signore degli anelli”…e come negarla?
    C’è, è li, la si respira praticamente sin dall’anizio, mai chiaramente proclamata, mai gridata eppure presente e vera, fatta di piccoli gesti che possono quasi passare inosservati tanto sono naturali.
    La si scopre quasi senza accorgersene in Sam che ascolta sotto la finestra il colloquio tra Gandafl e Frodo, non per curiosità (gli hobbit non sono curiosi di natura) quanto per preoccupazione per Frodo.
    Ha paura, Sam, che Frodo si imbarchi in qualche impresa pericolosa senza che lui possa fare nulla per proteggerlo.
    E’ li l’Amicizia: in Merry e Pipino che fanno i loro piani di nascosto preoccupati anche loro che Frodo possa scprirli e impedir loro di accompagnarlo; è in Pipino che a Imladris trova la forza di opporsi a Elrond (e ce ne vuole di coraggio per fronteggiare a casa sua l’ultimo grande re degli Elfi in Terra di mezzo) pur di proseguire con i suoi amici… e neppure sa dove dovranno andare, non ha nemmeno la più pallida idea di cosa, o meglio “chi”, dovranno fronteggiare, ma i suoi amici partono e costi quel che costi lui non può lasciarli da soli.
    L’amicizia… quella che nasce non si sa bene come, semplice cosa eppure capace di gesti enormi e lo vediamo bene quando finalmente Boromir ricapacita e arriva al gesto più grande: dare la vita. E per chi poi? Per due hobbit, due personcine da nulla, due perfetti nessuno, ma sono amici e questo basta.
    Perchè l’amicizia travalica ogni cosa, non c’è frontiera, razza, colore che possa fermarla e ben lo sanno Legolas e Gimli.
    Un nano e un elfo amici? I membri di due razze che non si parlano nemmeno più da secoli amici?
    Anche questo succede ne il Signore degli anelli, anche questo Tolkien riesce a farci vivere come “normale”, quasi fosse la cosa più naturale del mondo.
    Piccole cose, piccoli gesti, accenni quasi impalpabili, ma impossibili da non avvertire.
    Persino Jackson se n’è fatto prendere, ed anche nel film salta fuori l’Amicizia, è tutta in due piccole parole pronunciate a mezza bocca, è tutta in quel “For Frodo” messo in bocca ad Aragorn un istante prima dell’inizio della battaglia davanti al Cancello Nero: il Re degli uomini che è pronto a morire (in battaglia chiunque può morire) perchè un piccolo mezz’uomo possa avere una speranza di spravvivere.

    • Perfetto! 🙂 non credo ci sia molto altro da dire al riguardo. Ci sono tanti “valori” nella triologia, che ci ammoniscono come da un’epoca remota e, come dici tu, con la potenza dei dettagli e delle piccole azioni. 🙂

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