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Il coraggio della lepre.

Capita, quel giorno di dicembre quando l’aria è pulita, di guardare fuori sopra ai tetti dei palazzi le montagne, gialle nere rosa e bianche, fresche della neve appena caduta.

Capita, quel giorno di aprile quando il sole è finalmente più caldo, di passare per il Parco al tramonto, l’erba profumata è verde gialla e arancione e gli alberi sono ombre cinesi.

Certo poi ti viene voglia di scappare via, in un posto dove tutti i giorni sono così, dove la notte si vedono ancora le stelle, dove non devi fare la coda per entrare in metropolitana, dove non devi fare un lavoro che non serve a niente. Scappare. Magari nel Grande Nord, dove c’è ancora spazio per tutti, dove puoi camminare settimane senza incontrare nessuno. Albero dopo albero, boschi e foreste  e laghi e poi foreste e boschi per migliaia di kilometri quadrati in ogni direzione. La neve, il freddo gli animali selvatici, fronteggiare la potenza della vita per sentirsi ancora parte di essa; sudare e faticare per qualsiasi cosa ma ricompensati dalla consapevolezza che è stato tempo ben speso.

Questo è il viaggio di Vatanen, giornalista finlandese con tutto quello che un uomo può desiderare: una barca, una moglie avvocato, un’ulcera. Un bel giorno (come si dice nelle fiabe) investe una lepre e decide di restare insieme a lei per curarla. Ma insieme a lei vuol dire lontano da tutto il resto. Vatanen comincia così a vagare per le vaste aree libere della Finlandia, godendo quello che può della breve estate nordica. Al sopraggiungere dell’inverno, invece che migrare al sud, come fanno tutti gli animali un po’ assennati, si sposta a Nord, portandosi appresso la sua lepre. Vatanen lavorerà, si metterà nei guai, si perderà. Non c’è molto altro da dire su quello che succede ne L’anno della lepre (Iperborea, euro 11, pp.199). Arto Paasilinna, che è l’autore, finlandese, con uno stile semplice e una storia ancora più semplice ci conduce per mano nella taiga, tra piccoli villaggi di taglialegna o nel sud del suo paese in mezzo a campagne, laghi e paludi. Con leggerezza e ironia disegna un breve viaggio picaresco fatto di piccole cose e disavventure, contrattempi e decisioni prese seguendo lo spirito del momento. Militari, medici, preti, diplomatici e burocrati, tutta un’elìte di finlandesi è schernita con cortesia. Ci fa conoscere le persone che abitano questi luoghi, a volte strani personaggi, mai grotteschi, soprattutto finlandesi amanti della birra, della vodka o di qualsiasi altro alcolico. Sembra che tutto debba avere un senso, ma non è necessario: le cose della vita non capitano perché qualcuno segue una scaletta.

Questo libro ha il grande merito di raccontarci come sarebbe vivere veramente così: liberi di camminare per il vasto mondo accompagnati solo da una lepre che ti trotterella attorno. O meglio, lo fa senza quegli spiacevoli inconvenienti della vita vera: il male ai piedi, le mani che si congelano, il naso che si congela, le orecchie che si congelano, gli scarponi che si slacciano, l’ineluttabile necessità di lavarsi almeno una volta al mese o di mangiare qualcos’altro che non sia pesce affumicato o vodka, le zanzare, i moscerini, la solitudine, gli orsi assassini (no, di quelli cen’è almeno uno). Non ci sono cose veramente spiacevoli in questo libro, tutto fila via liscio, come un lieto fine. Paasilinna secondo il retro di copertina è un ex guardaboschi, ex giornalista, ex poeta e pare che per un certo periodo della sua vita abbia veramente vissuto così e che gli sia piaciuto seriamente. Grazie alla sua visione filtrata, parziale, incompleta della vita all’aria aperta da finlandese ecologista possiamo affrontare la traversata dei boschi boreali in tutta sicurezza, seduti sul divano o a letto sotto le coperte, potenti immagini piene di poesia scorrono sotto gli occhi.

Per vivere un’avventura nel Grande Nord abbiamo bisogno solo delle pagine di questo libro, per cambiare vita avremmo bisogno di ben altro. Non è così facile scappare di fronte al pericolo: soprattutto se la minaccia la vediamo solo da lontano, ogni tanto mostra le orecchie oltre i cespugli, sappiamo che è là, ma tergiversiamo. Finché alla fine è troppo tardi. La lepre invece no: appena sente qualcosa, una vibrazione, un cane che abbaia, un ramo che si spezza, scappa. Abbandona immediatamente la radura dove brucava teneri germogli e salta via lontano. Alla lepre fa più paura una pigna che cade che la possibilità di non avere un’altra radura dove brucare. È disposta a perdere tutto pur di salvarsi la pelle: con incosciente coraggio non aspetta di sapere quale sia il pericolo, lei fugge prima che sia troppo tardi.

Leggete questo libro e mentre Vatanen assiste ubriaco allo spettacolo di una foresta in fiamme, o insegue un’orso che lo aveva aggredito fino ai confini del mare congelato, pensate: ma io, il coraggio della lepre, cel’ho?

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