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Le stelle lassù.

Le stelle oramai non si vedono più, sopra casa mia rimangono solo un centinaio di punti luminosi, il Carro, Orione. Ora che abbiamo smesso di vederle hanno smesso di parlarci. Nella notte senza Luna e senza nuvole, centinaia di anni fa, il viandante ramingo sollevava la testa e pensava che il mondo non era poi tanto brutto se qualcuno le aveva messe lassù. Qualcuno, qualcosa, Dio, l’idrogeno, Dio  fatto di idrogeno. Magari l’universo è la scoria scintillante di creature mostruosamente enormi e noi siamo i suoi virus. Non importava. Le stelle ci ammonivano dicendo: “È tutto perfetto”, sono i grandi re morti e le lacrime degli angeli, per gli antichi avevano più potere loro sull’uomo che la terra sulla quale era nato. “Oh! Io pensavo fossero masse gassose che bruciano a miliaaardi di chilometri di distanza” dice Pumba da dentro la mia testa. Ora che non le vediamo più l’attenzione è tornata quaggiù, si cercano ciecamente le tracce di qualcosa di superiore in mezzo alla terra, tra le spighe di grano, tra le rovine, a Montevecchia hanno trovato delle piramidi. Dopo un paio di ricognizioni nello spazio abbiamo capito che le stelle erano troppo lontane e, come la volpe con l’uva, abbiamo lasciato perdere.

Non era così nel 1968, quando Arthur C. Clarke scriveva il suo romanzo di fantascienza più famoso. Ora i viaggi nello spazio ci sembrano cosa scontata, così i satelliti, le sonde, Google Maps e il Gps sono diventati come il frigorifero, il telefono o il divano. L’esploratore meccanico di Marte disegna peni sulla superficie sabbiosa. Quando Clarke scriveva, la Luna non aveva ancora conosciuto il peso di un passo umano.

La fantascienza dovrebbe raccontare di cose scientifiche ma fantastiche, di quello che non esiste ancora, eppure per tutta la prima parte di 2001: Odissea nello Spazio (Nord, pp. 256, euro 9) siamo tranquillizzati dall’ambiente familiare di un ingegnere che scrive romanzi. Ritroviamo con affetto tutte le indicazioni tecnico-pratiche così rassicuranti che ci avevano condotto tra le avventurose storie di Jules Verne. Le pagine sono fitte di descrizioni su come la tecnologia si è adattata alla vita nello spazio, in assenza di gravità, nel vuoto assoluto: mangiare, bere, andare al gabinetto. Sì, forse quando Clarke era giovane nello spazio non si potevano ancora fare quelle cose: vi siete mai chiesti come abbiano fatto i tre dell’Apollo a fare la cacca? (non vorrei essere stato nella squadra di recupero a terra). Ma in ogni caso le routine spaziali sono come quelle terrestri, per quanto curiose possano essere hanno un effetto sedativo. Queste ancore di salvezza ci tengono aggrappati fino al sorprendente finale, finché cioè i testimoni “umani” sono troppo lontani per vedere, o troppo morti.

Clarke scrisse questo romanzo mentre contemporaneamente scriveva la sceneggiatura del film diretto da Kubrik. E in questo particolarissimo caso va in corto circuito il fantastico “tratto da”. Da un’idea sono nate due interpretazioni virtuosistiche che completano l’una i limiti dell’altra. In comune quel leggero brivido dietro la schiena, quell’ansia davanti a qualcosa di sconosciuto. La paura, non tanto per l’evento eclatante in se, quanto per le infinite voragini di dubbio e domande e misteri che spalancano oltre.

Più delle battaglie spaziali, dei mostri extraterrestri, delle spade laser, questo libro attira per quello che non racconta. Come un piccolo guscio di noce la Discovery attraversa i milioni di chilometri tra i pianeti, non in orbita attorno alla terra, non attorno alla Luna, dove non c’è assolutamente nulla. Il niente. Scivola tra gli anelli di Saturno e le lune di Giove senza deviare da una traiettoria perfetta, neppure il supercomputer Hal vuole abbandonare la missione. A differenza di quanto si pensi (e di quanto è scritto nel retro di copertina) Hal non arriva alla logica conclusione che l’impresa sia fuori dalla portata dell’uomo, anzi, la missione è il suo unico scopo. La verità è che la mente sintetica creata dalle menti umane è risultata troppo simile ai suoi creatori, tormentata dal dubbio, turbata dalla menzogna, assalita dal panico.

Il romanzo poteva finire prima del capitolo sesto, prima della serie di straordinari colpi di scena, nulla è più magico e poetico di un monolito nero, dalle proporzioni perfette che ronza in maniera incomprensibile, parlando in un linguaggio che non siamo in grado di comprendere o che abbiamo dimenticato. I migliori libri di fantascienza sono quelli dove non si spiega il perché, dove non si scopre lo spazio profondo ma il piccolo uomo. Le stelle lassù continuano a parlarci di noi.

“Ma, vi prego di ricordarlo: il libro è soltanto frutto dell’immaginazione. La verità, come sempre, sarà di gran lunga più strana.”

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