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Arborescenze.

ScansioneCi sono grandi libri che dicono grandi cose, in modo grandioso, colle parole giuste, quelle dei momenti importanti. E senza dubbio dobbiamo ricordarci di loro, togliergli la polvere dalle coste di tanto in tanto, per vedere di che colore sono le copertine e se ancora stanno bene con la tinteggiatura fresca delle pareti di casa. Poi ci sono altri libri, libriccini anzi, che oltre ad essere sottili e leggeri, sembra non essere davvero importanti: non sono originali, non sono scritti troppo bene, in certi punti sono persino noiosetti. Un bel po’ di difetti per un libro, per cui magari devo spendere dei soldi, che dovrebbe appagare le mie esigenze di nutrimento estetico.

Un libro un po’ così è Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern (Einaudi, pp. 102, euro 7). Non ho indagato sulle vicende editoriali dell’opera ma sembra proprio il tipico libro pubblicato in tarda età da un vecchio scrittore che, raggiunta una certa fama, si prende la libertà di farsi pubblicare qualsiasi cosa. Due, tre viaggi in metropolitana, in treno, in coda alle poste, aprirete il libro poche volte prima di finirlo, tanto scorre via veloce. Venti alberi, venti schede di erudizione, alla maniera di Plinio, di quei noiosissimi sapienti delle epoche di riposo e rimescolamento della letteratura, che rimasticano e recitano le stesse fonti all’infinito, in una spirale che risucchia il lettore in una voragine di virgolette. Venti specie, o gruppi di specie, arboree, tutte legate da qualche contatto con l’autore. Rigoni Stern mostra come riconoscerle, ma usando sempre le stesse parole per ogni albero e io quindi non ho ancora capito la fondamentale differenza tra un pino e un abete. Il candido scrittore ci spiega persino come mai ha scritto salvatico e non selvatico, ma non cosa sia una brattea oblunga, un arillo o gli amenti. Se sono così cattivo, è per mettervi in guardia: non è un capolavoro e si poteva far meglio, un libro così ad un esordiente non sarebbe mai stato pubblicato. Ma.

Quindi qui inizia e qui finisce il mio parere. Sapete però che se io scrivo di libri è perché vorrei che venissero letti, e questo non fa differenza. Forse verrà qualcuno, che leggerà l’Arboreto selvatico e lo riscriverà meglio, bellissimo, memorabile e allora sarà servito a qualcosa. Forse chi lo leggerà troverà, come ho fatto io, la bontà e l’ingenuo carattere di uno scrittore in fin dei conti onesto, che decora le sue schede erudite coi ricordi, gli odori i colori, i suoni di una vita. Chi condivide con lui, e con me, l’odore fortissimo delle foglie di noce, capirà perché lo ha scritto. Rigoni Stern ha piantato nel suo terreno alcuni alberi, alcuni sono cresciuti, altri sono ancora giovani. Spera che del noce raccoglierà i frutti tra poco, ma sa che a goderlo saranno i suoi nipoti e i loro figli dopo di loro, lassù sull’altipiano. Questo libro è fatto di alberi, di ricordi e di semi, che se piantati forse cresceranno, forse no.

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Vita e morte nel bosco.

Scan0001C‘è stato un periodo, un breve tratto della mia vita, trascorso nel bosco. Non era un bosco antico o pieno di segreti e io non ero così avventuroso da cercare quelli che pure ci dovevano essere. Nel piccolo paese di montagna dov’era nata mia nonna trascorrevo tutte le estati da quando ero bambino, un bambino troppo obbediente e pauroso per andare da solo su per il fianco del monte. Era già un ragazzo pieno di voglie avventurose represse quello che cominciò a girare, sempre troppo vicino alle case, insieme a un compagno di città e a uno del paese che, per qualche strano caso, era per un quarto norvegese. Come una piccola squadriglia di incursori pattugliavamo il bosco secondario, pieno di fossi e di vecchi muretti a secco coperti di muschio, con spade e mannaie rubate dagli scarti taglienti della coltelleria. Un mese era poco, troppo poco per arrivare fino in fondo a quei boschi, in valli antiche e abbandonate, piene di alberi marci e caduti. Troppo poco per conoscere strani vecchi che raccontassero storie ancora più strane; troppo poco per imparare tutti i nomi dei posti e il modo per arrivarci. Ma sufficiente da ricordarlo per sempre. Gli animali non parlavano, i genî non uscivano dagli abeti per parlarci, gli uccelli neppure parlavano. Forse eravamo già troppo vecchi o forse erano gli alberi a non esserlo abbastanza. Forse la foresta cantava, ma noi avevamo dimenticato come fare a capirla, forse non lo avevamo mai saputo. Non sapevamo, ma sentivamo però che era là a mormorare nel suo strano alfabeto, fatto di masse e di colori, di suoni e di ombre. Noi in mezzo, solo di passaggio.

E questo non è molto diverso da quello che ho sentito leggendo Il segreto del Bosco Vecchio (Mondadori, euro 9, pp. 149) che è una fiaba, eppure non lo è. Perché della fiaba ha la magia, i nomi, i colori, i luoghi e gli animali, ma tutti guardati con lo sguardo cinico e sensibile di Dino Buzzati. L’ironia e la fantasia dell’autore danno un movimento imprevedibile a stili e trame vecchie come le pietre delle montagne, nascoste nella memoria di tutti i bambini. Quella memoria lontana e quasi persa, sotto strati di camuffamenti e tremende banalizzazioni, viene recuperata e deformata, malleabile come cera per parlare al posto dell’autore. Se nella foresta c’è un drago, il drago è cattivo e chi lo uccide sarà buono. Forse.

Perché il bosco vecchio è speciale, ovviamente: ma non è “dimensione incontaminata che simbolizza la vita come forza gioiosa e gratuita, disinteressata ed eterna”, non è una favola ecologista, anticapitalista, anticonsumistica, naturalista. Il vecchio bosco è bello, è antico, ma fa anche paura. La notte, al buio, i tronchi immensi degli alberi chiudono le stelle e rumori misteriosi si alternano a silenzi ancora più terribili. I topi rosicchiano lentamente le travi del soffitto e orribili incubi dalla testa di vitello scarnificata o dal molliccio aspetto globulare tormentano il sonno dei bambini ammalati. Paure senza volto, orribili carrettieri dagli occhi di brace e guerre entomologiche tra vermi e vespe, vomitevoli e silenziose battaglie del mondo microscopico. Ma ci sono anche i vecchi gufi saccenti e gli animali parlanti, ci sono i genî che vivono silenziosi dentro alle piante e ci sono i giochi dei bambini che sanno la lingua del bosco, i venti hanno un nome simpatico e portano le notizie lontane. Gli scoiattoli mangiano le noci e i conigli brucano le foglie di tarassaco. Ma nessuno che sia cattivo, oppure buono? Dov’è l’insegnamento? Dov’è l’educazione?

È forse cattivo il colonnello Procolo, che vuole uccidere suo nipote Benvenuto per prendergli la sua parte di bosco? Ma parla con gli animali, non è cosa da poco! Risparmia il Bosco Vecchio, avrebbe potuto tagliarlo, che divieto lo impediva? È cattivo il vento Matteo, che ha seminato così tanta distruzione in tutta la valle ma che era bravissimo a far suonare le punte degli abeti soffiando antiche canzoni di guerra? Il male è dentro tutto e parte di tutto. Son cattivi i gufi i genî indifferenti i bambini sciocchi gli icneumoni sanguinari i vermi famelici?

Dino Buzzati racconta, per la prima, per la seconda, per l’ennesima volta, la bellezza di storie sempre uguali, di ricerche impetuose e di deludenti scoperte, quando il tesoro tanto bramato non vale l’innocenza perduta né la strada fatta. Con ironia e profondità, incredibile cinismo e spietata simpatia, l’autore crea un modo fatto di rimpianti e di ricordi, di vecchiaie tristi e di infanzie perdute, con una dolcezza e una fantasia capaci di farci dimenticare la morte, che arriva per tutte le creature. Lui aveva il dono, non di parlare con le bestie o gli spiriti, ma di di dare nome, forma e colore a quegli antichissimi sommovimenti dello spirito; che solo quando si è da soli, come in un bosco, si può quasi credere vengano da fuori, dalle piante, dagli animali. Noi passiamo e non sempre capiamo ma sempre torniamo per guardare l’antica foresta, i suoi misteri e noi stessi riflessi nel buio.

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