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Trilogie pericolose.

Riporto i fatti accaduti per come li riporta alla mente la memoria. Non è questo un modo per giustificare errori o travisamenti della vicenda, ma è una semplice conseguenza dei molti impegni e contrattempi che mi sono occorsi da allora. Se poi questo avrà o meno delle ripercussioni sul resto della storia, non sta a me dirlo.

imageEra una normale giornata di lavoro alla biblioteca civica e la mattinata era già corsa via dietro a prestiti e restituzioni. Ad un tratto mi ricordai di aver qualche libro nello zaino: un libro di ricette sui dolci austriaci e tedeschi, la Retorica antica e Il vagabondo delle stelle. Passati rapidamente dalla tasca alla mano, rigirati alla ricerca del codice, identificati e infine ammonticchiati da parte per essere sistemati. Li posai assieme alla pila di volumi accumulata durante la mattina. Fu allora, tra le coste colorate, che apparve il libro. Non avrebbe dovuto essere lì, questo è chiaro, e non avrebbe dovuto per svariate ragioni, che però non sono probabilmente utili alla nostra storia. Infatti il libro avrebbe dovuto essere a casa mia. Il ruvido ceruleo della copertina era ancora là sul ripiano della cucina, là nella mia mente, sul carrello della biblioteca no di certo. Pensai subito a una coincidenza e balzai al computer per controllare. Tutto corrispondeva: il libro era quello, era stato prestato a me e da me riconsegnato. A confermarlo c’era l’angolino in basso a destra, sbucciato, che mostrava il cartone. Come era possibile? Come era possibile che non mi ricordassi di aver riportato il libro? Non doveva essere poi una cosa remota, il libro era ancora sul carrello. Qualche mio collega? Ma come, se io il libro non l’avevo con me? L’unica spiegazione logica era che il libro mi era stato sottratto, senza che io lo leggessi, da qualcuno che voleva impedirmi di leggere e scrivere la recensione.

Le ragioni c’erano tutte per compiere questo misfatto: la Trilogia di New York, quella di Paul Auster, era un libro compromettente per molti. Per lo stesso Paul Auster, ad esempio. È noto che il famoso scrittore, all’inizio degli anni ottanta, quando non sperava più di diventare famoso come poi sarebbe diventato, scrisse la trilogia come sfogo personale dopo il divorzio dalla prima moglie infarcendo le pagine, sotto multipli travestimenti, delle sue vicissitudini personali. Inaspettatamente le opere, uscite una dietro l’altra, avevano avuto un incredibile successo. È possibile che il Paul Auster non voglia che la sua opera torni alla ribalta dopo anni di oblio in cui le sue opere successive hanno preso il sopravvento. Un uomo determinato e ricco può benissimo arrivare fin qui. Non è da trascurare neppure l’influenza della ex moglie, dirigente alla Library of Congress, che potrebbe aver disteso la sua longa manus attraverso le pieghe sempre oscure della biblioteconomia internazionale.

Trascurai per un momento i possibili moventi e mi concentrai sull’unica cosa che andava fatta: se qualcuno non voleva che leggessi quel libro, non lo avrei permesso. Mi nascosi dietro uno scaffale e cominciai febbrilmente a sfogliare le prime pagine. A parte la sua balzana teoria sul Don Chisciotte non mi pareva ci fosse nulla di così compromettente: il libro, o meglio i libri, erano delle rivisitazioni postmoderne delle classiche storielle hard boiled che usavano così tanto dopo la guerra, appesantite da un carico di depistaggi, mezze bugie e mezze verità, giochini filosofici tra autore e lettore e astruse teorie letterarie.

Nella sua città di vetro manca il senso claustrofobico dei grattacieli di New York, le folle, il vorticoso ammassarsi della civiltà. La storia e le perone passano attraverso i vetri delle case di una città fatta di nomi di vie, palazzi, ponti, musei. È una metropoli senza sporcizia, o meglio dove la spazzatura può esistere solo se è utile alla storia. I personaggi, chiusi nelle loro case, in una stanza, tra le vie perpendicolari di un quartiere, in realtà volteggiano come fantasmi tra le foreste di Thoreau, le onde di Melville e i pudori di Hawthorne. Qualsiasi limite, ostacolo, tranello non veniva da fuori, ma da dentro di loro.

Trascorsi delle ore, seduto dietro lo scaffale, immerso nella lettura. Ad ogni pagina si rivelava come il disegno dell’autore fosse molto più vasto di quanto avessi pensato all’inizio. Attorcigliata alle storie e alla storia, c’era il rapporto tra scrittore e uomo e su quello che rubano l’uno all’altro. Come i migliori scrittori, tutto era suggerito e sussurrato, sdoppiato tra personaggi che si rispecchiano l’un l’altro, vampirizzandosi a vicenda.

Chiusi l’ultima pagina, felice di avere trovato un grande scrittore. Aveva preso il racconto investigativo e lo aveva fatto esplodere, ribaltandolo come un calzino. Attingendo dalle origini della letteratura americana e dai romanzi popolari aveva partecipato a creare quello che (ora lo sappiamo) è un genere come tutti gli altri, di romanzo. Il postmoderno. Con una bravura e un ironia mai scontate Auster tiene la tensione alta, pronto a far vibrare il colpo di scena come una frusta, senza mai deludere chi voglia seguirlo fino in fondo. Con gusto hitchcokiano gioca con i particolari e le tensioni, sessuali, nevrotiche, ossessive, per creare un meccanismo preciso e rispondente ai piccoli colpetti che gli arrivano dall’esterno, di cui non possiamo vedere l’interno finché non lo decide l’autore. Non provate neppure a cercare di ricomporre da soli il groviglio di personaggi riflessi tra le pagine del libro, la conseguenza è la follia, o semplicemente un vicolo cieco. Godetevi la strada e lasciatevi trasportare, il cervello non deve funzionare a pieno regime.

Ero rimasto solo, nella grande sala. Al buio. I miei colleghi erano già usciti. Rimaneva in sospeso l’inspiegabile faccenda del libro, cosa sarebbe accaduto ora? Squillò il telefono. Lasciai che si fermasse. Ricominciò. Risposi.

«Pronto…?»

«Non hai capito niente, rileggilo da capo».

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Bonus:

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mazzucchelli (1)

La traduzione a fumetti del primo capitolo della trilogia Città di vetro, merita di essere letta. David Mazzucchelli, Paul Karasik – Coconino Press.

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Leggere i mondi.

underworldVoltata l’ultima pagina, chiudo il libro e lo poso sul comodino. No, lo rigiro ancora un attimo tra le mani: ne percepisco il peso e osservo la sua struttura geometrica. Gli angoli smussati dall’usura non ne snaturano l’essenza di solido blocco quadrangolare. Potrebbe benissimo essere una pietra angolare di qualche antica cattedrale, di compatto granito. Immobile e ostile accanto alla mia testa lo osservo: le pagine di carta fine, il carattere minuscolo del tascabile non impediscono di raggiungere quasi le novecento pagine. Penso a quello che è successo quando ho finito il libro e al vago senso di incertezza che ha lasciato. Penso anche alle varie recensioni e analisi che ho letto: il postmoderno, la critica alla società dei consumi. Il complottismo che vede il numero 13 nascosto nei nomi dei giocatori di Baseball. L’ironia dell’autore che non vuole che il lettore capisca fino in fondo, perché alla fine non c’è nulla da capire. La tentazione di lasciare che questo monolito di carta mi convinca di essere un freddo esperimento di stile sono forti, dire a tutti che “sono rimasto stordito dalla sua complessità” e passare oltre.

Cosa crede che tu è, un Jedi, che muove così con tua manina? Io toydariano, trucchi di mente non funziona con me, solo money. – Watto a Qui-Gon Jinn, La minaccia fantasma.

Non posso fermarmi alla superficie, voglio recuperare la fraternità che ho condiviso con il libro mentre mi avventuravo nel suo mondo di carta. Le pagine nere che scandiscono la lettura non erano allora simboli di morte, ma solo riferimenti temporali di quel piccolo universo. La sensazione è che Underworld (Einaudi, pp. 880, euro 13,20, traduzione Delfina Vezzoli) sia un opera dove c’è poco spazio per l’emozione. Una costruzione di altissima abilità tecnica e stilistica, degna dei capolavori della cultura mondiale, fitti di connessioni, citazioni, sorprendenti scelte stilistiche e rigore compositivo. Don DeLillo, l’autore, crea un epico racconto, una straordinaria narrazione composta da molteplici storie e personaggi, tutte mescolate in un flusso unico dove la distinzione tra personaggio secondario e principale non è sempre chiarissima. Non mi piace definire queste parti frammenti, che sono piccoli pezzi sparsi dal caos, preferisco pensare alla torta marmorizzata: vaniglia e cioccolato sono separati in modo irregolare pur restando in un dolce unico, mescolati ma non uniti, venature marroni attraversano fette gialle. Una volontà ordinatrice, per quanto non segua sempre una motivazione logica, esiste. Stampatevi l’immagine di De Lillo, grembiule alla vita, che sforna la sua American Pie.

Avanti e indietro nella storia degli Stati Uniti d’America, durante la Guerra Fredda. I taxi gialli di New York potrebbero condurre in mezzo al deserto del Mojave se non prestate attenzione. Il Bronx italoamericano del dopoguerra si trasforma nel ghetto nero per antonomasia se non guardate dove camminate. Tutti i ceti sociali, tutte le razze dell’insalatiera americana. Personaggi storici famigerati e perfetti sconosciuti, personaggi d’invenzione che chiacchierano con ricordi di un mondo che è esistito. A collegare tutto e tutti, ma con un legame così apparentemente debole e fragile che l’unica parola che suona abbastanza bene è link, è una pallina da Baseball. Non una qualunque. Quella di una storica finale tra Giant e Dodgers. Oppure una qualunque, vi assicuro che non potrebbe fare differenza. L’apocalisse nucleare, il terrore rosso, la massificazione dei consumi e la produzione di rifiuti e scorie come caratteristica definente dell’essere umano, l’ossessione per la ricerca di un complotto sotterraneo che spieghi i segnali che vediamo dappertutto. La lotta per l’emancipazione dei neri, l’assassinio di Kennedy, il Texas Highway Killer. Tutto riconducibile alla piccola palla, al Botto Che Fece Il Giro Del Mondo.

Tutti gli episodi i capitoli i paragrafi le parti le frasi sono perfettamente autonomi. E perfetti. Lo stile di De Lillo è espressivo e misurato, consapevole del potere che ha sul lettore e della direzione in cui lo sta portando. Uno stile fatto di cose ed immagini, dove un cheesecake può essere «morbido e gustoso, con la personalità di uno zio benestante che conosce un centinaio di barzellette sporche, destinato a morire di eccessi sessuali tra le braccia dell’amante». I personaggi non sono mai gli agenti del racconto, ma sono molto aldilà dall’essere piatti. I servi dei Tre Moschettieri sono piatti, piazzati lì da Dumas solo per farsi prendere a bastonate o per consegnare un messaggio. Nel nostro libro invece ognuno ha una storia che ce lo rende interessante o fa parte di una Storia più grande che li rende tutti importanti. Tutti vedono qualcosa e cercano di leggere la storia e di nuovo, la Storia, con i loro strumenti, cercano ossessivamente una palla, il numero 13, la contaminazione, il complotto statale o quello straniero, una nave carica di merda che non può scaricare perché nessun paese la vuole. Il complotto segreto, anche se falso, è un modo per dare un ordine alla realtà incontrollabile.

E noi, lettori, sullo stesso loro piano. DeLillo genialmente non ci mostra i collegamenti che reggono la sua opera, non ci spiega come fa. Ci mette di fronte all’opera d’arte, spazio finito e autonomo, specchio e metafora del nostro mondo. Alla ricerca di un ordine i neuroni si uniscono e creano una realtà, noi assistiamo al suo formarsi, riflettendoci nei personaggi, non per come sono, ma per come vedono il mondo. Il loro di carta, il nostro solo un poco più vero. Sinapsi di un cervello.

Ora sì, posso spegnere la luce. Finalmente la pace.

P.S. Anche il mio titolo ha tredici lettere.

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