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Infin che’l mar fu sovra noi richiuso.

se-questo-è-un-uomoNon è un caso che uno dei momenti che restano più impressi leggendo Se questo è un uomo di Primo Levi, sia l’undicesimo capitolo, dove Levi insegna a Pikolo l’italiano con il XXVI canto dell’Inferno. Dopo una recente rilettura (la prima è quasi certamente liceale) ne ho discusso animatamente con amici e compagni d’università. Consideravo meraviglioso che un chimico torinese potesse non solo aver mandato a memoria un intero canto della Commedia, ma che potesse ricordarsene in una situazione simile, utilizzarlo come testo scolastico e farne addirittura l’esegesi, spiegando a un ragazzino le sottigliezze dell’inversione. Una profonda e tremenda vergogna di non saper fare lo stesso, nonostante i miei proficui studi letterari, mi ha preso allora una volta di più e non mi ha ancora lasciato.

Ma perché – direte voi – scrivo qui di piccole faccende umanistiche? E non piuttosto del valore civile umano e storico di questo libro? Perché credo questo mio stupore sintomo di qualcosa di più profondo e sincero: l’unico vero momento di emozione e poesia del libro. Le parole di Dante, così belle e giuste sempre, smozzicate e mutile che prendono nuova consistenza e peso, universali ed eterne come il mare che si richiude sopra Ulisse. La fretta di spiegare tutto prima che il turno finisca, di tradurre, di sforzare il pensiero da troppo tempo obbligato al chiodo fisso della fame, la gioia e la passione di condividere una cosa che per un momento torna a galla dalle profonde e nere acque dove era stato sommerso, per costrizione e per sopravvivenza. Prima che l’oceano torni ad affogarle.

Tutt’intorno al capitolo i numeri e le cose. La scrittura di Levi è chiara e razionale, ma questo non gli impedisce di utilizzare al meglio il suo naturale talento e l’affetto per le umane lettere, rimuovendo la passione. Tutto il resto è fatto di cose. Se non fosse per il taglio narrativo e l’intenzione di voler essere una storia che si può raccontare e raccontare ancora, Se questo è un uomo resterebbe come freddo resoconto, quasi lucido e distaccato. Si propone come analisi sintetica di un esperimento sociale perché non c’è più spazio per il patetico, la commozione, il pianto, la sofferenza trasmessa al lettore. Le donne e i bambini sono scomparsi all’inizio del libro, e così i deboli. Non ci sono più lacrime per piangere, le ghiandole lacrimali sono disseccate come i ventri e le carni. Gli uomini sono stati reificati: dopo il ritiro delle SS dal campo, Levi fruga tra le baracche per cercare strumenti e cibo; dentro un magazzino c’è un cadavere, che in quanto tale viene incluso nell’inventario dei ritrovamenti come se fosse – perché quella è ormai la sua essenza – non un morto, ma una cosa senza valore, trascurabile.

Nel 2015, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la Giornata della Memoria è diventata istituzionale ed è uno dei pochi eventi culturali che, inseriti pienamente nel circuito economico e di intrattenimento, riesce a conservare la sua piena forza. I fatti, le storie e le persone sono state e continuano ad essere raccontate e ricordate in ogni modo possibile a tutti i livelli, dal pop alla filosofia e alla ricerca storica. Shindler’s list, Il bambino con il pigiama a righe, e molti altri validissimi prodotti di consumo culturale che coinvolgono e commuovono lo spettatore e il lettore con eroi e carnefici, vittime e codardi, sono fruiti universalmente e condivisi. Ma la storia e il modo in cui questa storia è raccontata da Primo Levi che l’ha vissuta, rimane forte e resistente, necessario contrappeso al coinvolgimento emotivo: una riflessione che ad un certo punto deve giungere ad essere fredda e distaccata, una riflessione intellettuale sugli abissi di nulla e indifferenza materica a cui può arrivare l’uomo. Non orrorifici abissi di sangue e oscurità, ma grigie distese di fango e baracche, dove si agitano manichini senza vita, mentre una musica da marcetta suona ininterrottamente. Non la violenza, ma l’indifferenza. Non il disprezzo ma il considerare un essere umano come cosa altra da sé, che non può neppure essere giudicata sulla nostra stessa scala di valori. Come tante volte si è scritto e detto, un numero.

Primo Levi racconta come i carcerieri più terribili non erano le SS, lontani e serafici come cherubini di guardia alle porte del Paradiso o i criminali comuni, ma gli altri ebrei, gli altri prigionieri, che per istinto di sopravvivenza o per semplice sadismo dovevano dimostrare di essere degni del loro ruolo di kapò. Nel gigantesco esperimento sociale dei campi di concentramento gli studiosi nazisti arrivarono a fare una grandiosa scoperta, di cui neppure loro furono consapevoli forse. L’umanità è un tratto che si perde molto velocemente e facilmente, senza bisogno di farmaci o cure, in qualsiasi momento un uomo, qualsiasi sia la sua razza, estrazione sociale, cultura, partito, religione, può trasformarsi in macchina, in numero, in parola. Questa la colpa, non aver ucciso, rubato, violentato. Ma aver dimostrato che si può rimuovere ciò che ci rende umani, fino a suscitare nell’osservatore la domanda: è questa cosa della mia stessa specie? E infatti l’unica voce umana che si alza dice:

Considerate la vostra semenza

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