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Per mare, a vele spiegate.


arton2388N
on ricordo esattamente a che punto della lunga discesa dal Colle di Cadibona l’ho sentito. Probabilmente non è stato neppure un momento preciso. Mentre la bicicletta correva veloce, curva dopo curva, qualcosa nella composizione chimica dell’aria cambiava. Al 78 % di azoto e al 21 % di ossigeno si era aggiunta una percentuale decisamente alta di promesse e ricordi. Fu solo molti chilometri più avanti, fuori dalla città, su per la strada, che lo vidi. Quasi non me ne accorsi, la salita era proprio una salita e le marce sembravano non bastare mai. Cosciente della sua presenza, rivolsi lo sguardo verso di lui solo alla prima pausa, in cima all’arrampicata. Blu. E nero sotto. Azzurro qui vicino, bianco di schiuma. Se ti piace il mare, se ti piace veramente, se hai una piccola predisposizione genetica, allora lo amerai in ogni suo stato e forma. Ne avrai infinito terrore e inesorabile attrazione. Questo sentimento del sublime, questa tara ereditaria, deve aver spinto alcuni uomini primitivi a spingersi in quella distesa blu e a farsi trasportare dal vento e dalle correnti verso l’ignoto. Il sapere di millenni e millenni di navigazione sono stratificati in un singolo gesto su una barca a vela. Nonostante il progresso tecnologico che addirittura consentirebbe di non usarla più, la vela, alcuni uomini continuano ad andare per mare in questo modo. L’unico momento ancora in cui l’essere umano può sentirsi minimamente vicino al volatile. Veloce sulla superficie scorre lo scafo, ogni piccolo movimento delle vele è controllato da un apparato nervoso fatto di corde, cavi, aste e persone. Queste ali seguono il vento, si fanno portare. Piccolo parassita di forze più grandi di sé, il naviglio a vele è come un seme dotato di intelligenza, è il vento a farlo muovere, ma invece che essere sbattuto a caso, cerca di cogliere sfumature e smagliature per decidere la propria direzione.

Ecco quindi, nell’era delle gigantesche navi da crociera su cui non si sente neppure un minimo rollio, alcuni privilegiati o folli che si sentono ancora padroni/schiavi del mare. Sono queste persone i primi lettori di Patrick O’Brian, pseudonimo di Richard Patrick Russ, ex agente segreto di Sua Maestà e appassionato scrittore di avventure marinaresche. Poi vengono tutti gli altri, innamorati di un sogno di libertà perso nel tempo. Perché così tante persone amano i racconti di mare? Non sono per la maggior parte racconti avventurosi e misteriosi. Anzi. La proporzione giusta è quella di Moby Dick. Un quarto di emozioni e tre quarti di straorzate a dritta, ammainamenti dei controvelacci e lapazzamenti di alberi e pennoni. Un accumulo parossistico di termini marinareschi, indispensabili per tradurre i sottili segnali nervosi che passano dalle parole del capitano alle mani che tirano le corde. Tutto per spiegare la fatica, l’impegno e la precisione che portano delle vele di maestra a riempirsi di vento con quel rumore basso, lo stesso che fanno le lenzuola quando vengono sbattute. Si gioca tutto nell’attesa, di quel momento magico, quando la perfetta sintonia dei movimenti permetterà alla nave di compiere una manovra ardita, per sorprendere il nemico, per salvarsi dalla tempesta.

Primo comando (TEA, pp. 379, euro 8,60) è il primo libro scritto da O’Brian. Il primo in cui piazza sulla scena i suoi due personaggi, maturati chissà dove, ispirati da chissà chi, magari altri agenti dei servizi segreti britannici. Fatti e finiti. Jack Aubrey e Stephen Maturin. Così vitali da sembrare macchiette o caratteristi ma così perfetti nella loro teatralità, nei loro gesti. Sembra di vedere due qualsiasi attori di una serie della BBC, attori shakespeariani che fanno cinema e tv nel tempo libero. Nel perfetto ambiente storico delle guerre napoleoniche la Sophie, piccolo brigantino antiquato, viene tirata a lucido per il primo comando del suo nuovo capitano, e subito a caccia di prede. Navi da guerra francesi, pirati moreschi, navi mercantili che violano il blocco navale, quasi una tranquilla routine. Si torna nel porto, si fa il carico d’acqua, si recupera l’equipaggio ubriaco, si fa di nuovo vela verso il mare. Cosa mai potrebbe succedere di interessante? Sul mare niente resta tranquillo a lungo, la burrasca può seguire la bonaccia. Una nave compare dalle nebbie, un convoglio di navi da guerra armate fino ai denti compare dietro a uno scoglio. La battaglia comincia appena due navi nemiche si avvistano a miglia di distanza, un piccolo movimento può avvantaggiare l’una o l’altra barca. E questo basterebbe a quei relitti genetici che continuano a far vela in mare aperto.

Ma O’Brian coglie e racconta, come se l’avesse vissuta lui stesso con una precisione millimetrica, l’umanità che popola questi pezzi di legno galleggianti, rinchiusa in pochi metri quadri anche per mesi. Le gelosie le invidie le incomprensioni. L’eroismo la solidarietà la fedeltà. L’amicizia. Ecco allora che il libro, la serie di libri, che nascerà dalla penna dello scrittore e dall’incontro tra Aubrey e Maurin sarà per tutti. Meravigliosa.

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