Il sangue, la sabbia e il peso della verità.


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omeriggio. Una spiaggia di un tranquillo villaggio vacanze egiziano. Nonostante il deserto, è inverno anche qui, e la temperatura si abbassa già nel pomeriggio. I più coraggiosi, che non vogliono tornare subito in camera, devono rimanere immobili rivolti al sole. Come lucertole distendono tutta la superficie del corpo per raccogliere gli ultimi raggi.

La dissenteria mi tormentava fin dal mio arrivo all’aeroporto, e passavo le mie giornate bevendo tè. Fortunatamente il villaggio disponeva di una immensa fornitura di bustine e acqua sempre bollente, a disposizione in una specie di samovar-bidone. Avevo appena finito di bere l’ennesima tazza quando una simpatica e decisamente bella animatrice me ne portò un’altra. Bisognava accettare per forza. Mentre sorseggiavo prudente il liquido caldo ed fin troppo dolce la ragazza notò il libro che stavo leggendo: “Che pesantezza!” disse. Non potei non essere d’accordo con lei.

Il sole aveva cominciato a scendere dietro alle montagne del Sinai. a circa quattrocento kilometri di distanza gli egiziani avevano da poco abbattuto il loro faraone e la Storia, come si dice, aveva cominciato a correre.

Ma quando aveva iniziato? Quando i tunisini avevano cominciato a darsi fuoco perché non trovavano lavoro? Oppure quando Israele aveva occupato definitivamente la “Palestina”? Magari quando le nazioni arabe avevano deciso che non doveva esistere uno stato ebraico, o addirittura quando un imbianchino di Monaco aveva deciso che non doveva esistere un popolo ebraico?

L’autore del libro che stavo leggendo cercava di capire proprio questo: non solo spiegare il Chi e il Dove, ma anche, e soprattutto il Perché la Storia ogni tanto, non può fare a meno di correre. Invece che andare alla consueta velocità di crociera.

Ripercorrendo la sua straordinaria esperienza giornalistica e i suoi taccuini d’appunti, Robert Fisk in “Cronache Mediorientali” (il Saggiatore, pp.1096, euro 17) cerca di dare un Perché al Medio Oriente. Lo fa attraverso le storie, i tanti piccoli e grandi incontri di trent’ anni di attività giornalistica. Raccontando le vittime, non importa chi siano.

I curdi carnefici dell’olocausto armeno assieme ai turchi, diventano profughi, durante la prima guerra del golfo.

Gli algerini del Fln che hanno combattuto i francesi in una delle prime e più sanguinose guerre di decolonizzazione, diventano i mandanti di massacri durante la guerra civile.

Il partito Baath, “resurrezione” dà origine alle più cruente dittature del mondo arabo.

Gli iracheni invasori dell’Iran, una delle guerre più costose (da ogni punto di vista) del secolo, sono gli stessi che vengono massacrati dalle bombe a grappolo americane mentre si ritirano dal Kuwait.

Gli israeliani che sparano sui bambini palestinesi muoiono dilaniati dalle esplosioni di fronte alle pizzerie.

Stermini, gas tossici, bambini mutilati, sangue, amputazioni, shock da bomba, criminali di guerra, saccheggi, assassini, torture, dittature, rivoluzioni, pulizie etniche, persecuzione religiosa, odi tribali, bombardamenti, corpi carbonizzati, attentati, ragazzini martire, impiccagioni sommarie, stupri, genocidi. In alcune pagine è difficile trattenere un conato di vomito. La pagina scritta possiede la capacità di evocare la realtà delle cose, di spaventare per quanto sembra irreale.

Ogni tanto bisogna fermarsi, scossi dai brividi, come Kurtz nella giungla nera. “L’orrore!”.

Fisk racconta tutto questo. Con gli occhi di chi ha visto, di chi ha perso il 25 % del suo udito vicino ai cannoni della contraerea, di chi è stato preso a sassate dalla folla afgana inferocita. Ricostruisce con lucidità ogni avvenimento dell’ultimo secolo, con la consapevolezza di chi non solo sa, ma ha vissuto in mezzo alla Storia in fieri. Preciso, puntuale, non risparmia dati e nomi, i nomi di tutte le vittime incontrate o meno, che si appunta sul taccuino, perché non siano dimenticate.

Arriva fino al punto di trovare un perché. La convenzione Balfour, ultimo sbuffo colonialista nel ventesimo secolo, che ha diviso arbitrariamente l’ex territorio ottomano, ha tracciato confini dove non esistevano, ha tradito le promesse fatte a qualsiasi popolazione della regione. Da questo peccato originale derivano tutte le sventure. Mentre me ne stavo sdraiato al sole, in ottima compagnia, la Storia toccava anche noi, su quella punta di continente, così vicino ai luoghi del libro. E il pensiero, veloce. La pesantezza di questo libro non è data dal numero delle sue pagine, ma da quello che vi è contenuto.

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