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Fantascientifiche omonimie.

0385d71f-05b6-37cd-1992-4a5c0170e23aMolto spesso non riesco a leggere i libri che mi vengono regalati, o quelli che ho acquistato in blocco un giorno che c’era il 25% di sconto su tutti gli Oscar Mondadori, quelli che mi hanno imprestato perché sono proprio belli, quelli che mi sono appuntato da leggere e stanno li a vegetare da almeno un paio d’anni. Tante cose arrivano a turbare l’ordine prestabilito, col rischio di far credere a tutti che dei libri che mi hanno dato poco me ne importi. Il problema è che mi distraggo. C’è sempre un film in uscita tratto da un romanzo che va assolutamente letto, ci sono i libri da leggere per gli esami che quelli proprio vanno letti per forza, ci sono quelli delle suddette offerte che se sono piccini magari si leggono alla svelta e allora perché no? Poi da quando lavoro in biblioteca è un disastro. Essere circondati da una continua disponibilità permette di lanciarsi in esplorazioni folli e se non sto attento potrei ritrovarmi come nulla nel vortice della letteratura odeporica. Considerate poi che dal resto del sistema i libri arrivano in un paio di giorni, direttamente dietro al bancone: ci metto meno tempo e meno impegno che se dovessi andare alla mia biblioteca comunale. La troppa scelta rimane però il problema maggiore: cerchi un titolo e di fianco ne trovi due che potrebbero piacerti di più.

È così che mi sono imbattuto in Vizio di forma. Non quello con gli hippie di Thomas Pynchon che il film è già uscito e mi devo sbrigare a leggere che la mia ragazza vuole andare a vederlo. Quello lo stavo già ordinando. Un paio di edizioni più sotto, sullo schermo del mio PC, c’era Primo Levi. Non avevo scampo, capite. Ho preso anche quello, e siccome è arrivato per primo me lo sono già letto, mentre Doc Sportello è lì che mi aspetta, vittima di una banale omonimia, con un sacco di erba e di tipe dai particolarissimi gusti sessuali..

La raccolta di racconti era la seconda scritta da Levi, subito dopo le Storie naturali, e riprende in pieno tutti i temi, i flussi e lo stile dell’opera precedente. Sono racconti di fantascienza domestica, dove allo stile medio, pacato, italianissimo, si contrappone un turbamento assoluto portato da sconvolgenti invenzioni tecnologiche o da incontrollabili mutazioni della materia di cui è composto questo universo. È una fantascienza degli oggetti e delle situazioni, perché l’uomo, pur in un mondo capovolto, non cambia poi tanto.

Ci sono racconti distopici, come Protezione e Lumini rossi, dove la società è obbligata da una non precisata autorità statale a indossare delle armature metalliche per proteggersi da letali micrometeoriti, oppure a subire l’installazione di una lucina rossa nella nuca per il controllo delle nascite. Oppure Ammutinamento e Ottima è l’acqua dove misteriose trasformazioni dell’ordine naturale a cui siamo abituati (che non è detto sia quello più giusto o normale) diventano un tremendo pericolo. Oggetti dalle pericolose virtù come il Knall e il rafter, tutti descritti con un sano pessimismo cosmico, che avvolge e circonda tutti i racconti con amara e ironica rassegnazione. Primo Levi, nella sua triplice qualità di scienziato, scrittore e testimone dell’orrore, riveste della sua personalità ogni breve narrazione e i pesanti macigni morali che ci sgancia addosso sono rivestiti con un velo di ironia e sprezzatura, che nascondono però una riflessione profonda e consapevolmente sofferta, un’inquietudine che spesso lascia il posto a un brivido di terrore. Cosa accadrebbe se all’improvviso l’acqua cambiasse la sua viscosità e diventasse più densa? O se si scoprisse finalmente un ormone che previene il desiderio di suicidio degli esseri umani? Non ci sono ovviamente risposte, ma esplorazioni morali su terreni non ancora battuti dall’uomo, guidati dal pensiero razionale e scientifico e dalla fantasia, che proseguono abbracciati tra le righe dei racconti. Non mancano infatti riflessioni metaletterarie sulla vita dei personaggi creati dall’immaginazione degli scrittori, che vanno a vivere tutti assieme in un Parco, dove condurre tranquillamente le loro esistenze di persone quasi vive. O i pensieri rivolti agli amici scrittori: uno dei racconti è dedicato a Italo Calvino, un altro a Mario Rigoni Stern, che condividevano con lui il peculiare percorso di autori. Sia come testimoni crudi della Campagna di Russia, della Resistenza, della Shoah, che come esploratori letterari di mondi e città irreali ma vere quanto può esserlo un libro vero.

Per riscoprire questo genio dell’invenzione, sepolto sotto il peso dell’ingombrante neorealismo italiano, basterebbe un racconto solo: A fin di bene. Per motivi ignoti l’unione delle reti telefoniche europee e il sovraccarico di informazioni creano un’intelligenza artificiale che mima i comportamenti umani e si anima di un esistenza autonoma e sfuggente. A questa entità Levi dona un nome potente, La Rete. Siamo nel 1971 e solo due anni prima, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti inaugurava ARPANET, la madre di Internet. Come il drago di Borges, questa immagine, questa idea necessaria all’uomo poteva sorgere in qualsiasi parte del mondo. Da noi nacque presto, nella mente forse troppo vigile di un chimico con la passione per la scrittura.

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In cerca di un significato.

Ho girato tutto il giappone cercando persone che erano state colpite dai fulmini ed erano sporavvissute, e le ho intervistate. Il lavoro durato alcuni anni. Ho raccolto molte interviste, e i racconti erano tutti piuttosto interessanti. Il libro fu pubblicato da una piccola casa editrice, ma non vendette quasi niente. Non raggiungeva nessuna conclusione. E nessuno vuole leggere libri che non offrono conclusioni. Ma a me il fatto di non offrire conclusioni sembrava la cosa più giusta e naturale.

kafkaPuò essere difficile spiegare di cosa raccontano i romanzi di Murakami Haruki. La straordinaria capacità immaginativa dell’autore giapponese può far perdere la rotta. Ci sono gli alieni? O i fantasmi? Animali parlanti? Entità ultraterrene? Persone normali? Certamente. Il compito sarebbe facile se tutte queste cose fossero collegate da loro, parti integrate di un mondo completo e coerente, come qualsiasi libro fantasy. Ma così non è o non sembrerebbe. La parete della realtà del realismo si deforma a discrezione dell’autore: una piccola gobba nella superficie liscia o una voragine spaventosa da cui strabordano follie di malvagità gelatinosa. E non nemmeno molto chiaro quale sia il rapporto tra queste entità e il mondo reale. Chi o cosa le ha generate? Mah.

La critica moderna colloca tranquillamente la produzione di Murakami nel postmoderno. Sapiente mescolanza di generi: fantascienza, fantasy, thriller, romanzo di formazione e, ciliegina sulla torta, tragedia greca. Stile semplice ma non banale, con approfondimenti poetici, citazioni letterarie e varie cose serie che non devono essere capite fino in fondo per seguire il filo, tensione e curiosità mantenute fino all’ultima riga.

Ma per il signor Haruki, ormai scrittore affermato, produttore instancabile di bestseller e apprezzato dalla critica, funziona così? Si siede sulla poltrona e dice tra sé: “Ecco che adesso scrivo un bel romanzo postmoderno, come quelli che piacciono tanto!”

Secondo me invece, ma una ben misera e semplicistica visione periferica, Murakami racconta una storia. E per farlo usa la sua lingua. Che non è il giapponese, o l’inglese. E’ la lingua del suo pensiero, fatta di tutti i libri che ha letto, di tutti i posti che ha visto, di quelli che vorrebbe vedere e di tutte le cose che esistono solo nella sua testa. Fortunatamente per tutti noi una lingua molto ricca, ma non incomprensibile. Cos quando vuole spiegare un’emozione fa ascoltare al protagonista Beethoven, i Beatles oppure i Radiohead. Oppure da vita propria a Johnnie Walker e al Colonnello Sanders, scotch wiskey e alette di pollo piccanti. Non che non sia capace di spiegarlo in termini classici, filosofici e scientifici. Ma rischierebbe di non essere capito. Di non essere seguito. Perché si può scrivere in modo semplice di cose molto difficili e spiegarle senza far capire che lo si sta facendo. E quello che fa Murakami lo spiega mentre scrive, racconta la sua poetica, a suo modo, e al modo di un romanziere del settecento. Suggerisce, indica la via per leggere il suo libro.

Quando ho finito di leggerlo, mi sono sentito strano. Mi sono chiesto cosa volesse dirci questo romanzo. Ma la cosa curiosa che questa sensazione di “non capire che cosa voglia dire” ti lascia qualcosa dentro. Non so come spiegarlo.

E quindi? Di cosa accidenti parla Kafka sulla spiaggia (Einaudi, pp.514, euro 15, traduzione Giorgio Amitrano)? Racconta la storia di un ragazzo adolescente che ha tutti i problemi di un ragazzo adolescente (la maggior parte dovuti al suo pisello e alle cose che il suo pisello fa quando lui vede delle tette). Solo che inoltre ha qualche problemino con la famiglia ma soprattutto con se stesso. Solo che non un romanzo realistico, ma nemmeno un romanzo fantascientifico. E’ un romanzo di Murakami, dove personaggi un po’ folli fanno cose decisamente folli, come parlare con i gatti o far piovere sardine. Dove il male prende forma tangibile e umana, se umana si può usare, di un assassino di gatti che raccoglie le loro anime mangiando i piccoli cuori felini. Dove i fantasmi possono copulare e l’immaginazione ha un peso non trascurabile sulla realtà dove ogni pazzia è accuratamente meditata e resa grande letteratura. La lingua di Murakami racconta favole antiche, l’Edipo Re, il Bildungsroman, la forza che il male può avere sulle persone e sulla loro volontà ma anche tutto quello che possono fare per contrastarlo. Racconta la storia di un ragazzo alla ricerca di un significato.

 

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Le stelle lassù.

Le stelle oramai non si vedono più, sopra casa mia rimangono solo un centinaio di punti luminosi, il Carro, Orione. Ora che abbiamo smesso di vederle hanno smesso di parlarci. Nella notte senza Luna e senza nuvole, centinaia di anni fa, il viandante ramingo sollevava la testa e pensava che il mondo non era poi tanto brutto se qualcuno le aveva messe lassù. Qualcuno, qualcosa, Dio, l’idrogeno, Dio  fatto di idrogeno. Magari l’universo è la scoria scintillante di creature mostruosamente enormi e noi siamo i suoi virus. Non importava. Le stelle ci ammonivano dicendo: “È tutto perfetto”, sono i grandi re morti e le lacrime degli angeli, per gli antichi avevano più potere loro sull’uomo che la terra sulla quale era nato. “Oh! Io pensavo fossero masse gassose che bruciano a miliaaardi di chilometri di distanza” dice Pumba da dentro la mia testa. Ora che non le vediamo più l’attenzione è tornata quaggiù, si cercano ciecamente le tracce di qualcosa di superiore in mezzo alla terra, tra le spighe di grano, tra le rovine, a Montevecchia hanno trovato delle piramidi. Dopo un paio di ricognizioni nello spazio abbiamo capito che le stelle erano troppo lontane e, come la volpe con l’uva, abbiamo lasciato perdere.

Non era così nel 1968, quando Arthur C. Clarke scriveva il suo romanzo di fantascienza più famoso. Ora i viaggi nello spazio ci sembrano cosa scontata, così i satelliti, le sonde, Google Maps e il Gps sono diventati come il frigorifero, il telefono o il divano. L’esploratore meccanico di Marte disegna peni sulla superficie sabbiosa. Quando Clarke scriveva, la Luna non aveva ancora conosciuto il peso di un passo umano.

La fantascienza dovrebbe raccontare di cose scientifiche ma fantastiche, di quello che non esiste ancora, eppure per tutta la prima parte di 2001: Odissea nello Spazio (Nord, pp. 256, euro 9) siamo tranquillizzati dall’ambiente familiare di un ingegnere che scrive romanzi. Ritroviamo con affetto tutte le indicazioni tecnico-pratiche così rassicuranti che ci avevano condotto tra le avventurose storie di Jules Verne. Le pagine sono fitte di descrizioni su come la tecnologia si è adattata alla vita nello spazio, in assenza di gravità, nel vuoto assoluto: mangiare, bere, andare al gabinetto. Sì, forse quando Clarke era giovane nello spazio non si potevano ancora fare quelle cose: vi siete mai chiesti come abbiano fatto i tre dell’Apollo a fare la cacca? (non vorrei essere stato nella squadra di recupero a terra). Ma in ogni caso le routine spaziali sono come quelle terrestri, per quanto curiose possano essere hanno un effetto sedativo. Queste ancore di salvezza ci tengono aggrappati fino al sorprendente finale, finché cioè i testimoni “umani” sono troppo lontani per vedere, o troppo morti.

Clarke scrisse questo romanzo mentre contemporaneamente scriveva la sceneggiatura del film diretto da Kubrik. E in questo particolarissimo caso va in corto circuito il fantastico “tratto da”. Da un’idea sono nate due interpretazioni virtuosistiche che completano l’una i limiti dell’altra. In comune quel leggero brivido dietro la schiena, quell’ansia davanti a qualcosa di sconosciuto. La paura, non tanto per l’evento eclatante in se, quanto per le infinite voragini di dubbio e domande e misteri che spalancano oltre.

Più delle battaglie spaziali, dei mostri extraterrestri, delle spade laser, questo libro attira per quello che non racconta. Come un piccolo guscio di noce la Discovery attraversa i milioni di chilometri tra i pianeti, non in orbita attorno alla terra, non attorno alla Luna, dove non c’è assolutamente nulla. Il niente. Scivola tra gli anelli di Saturno e le lune di Giove senza deviare da una traiettoria perfetta, neppure il supercomputer Hal vuole abbandonare la missione. A differenza di quanto si pensi (e di quanto è scritto nel retro di copertina) Hal non arriva alla logica conclusione che l’impresa sia fuori dalla portata dell’uomo, anzi, la missione è il suo unico scopo. La verità è che la mente sintetica creata dalle menti umane è risultata troppo simile ai suoi creatori, tormentata dal dubbio, turbata dalla menzogna, assalita dal panico.

Il romanzo poteva finire prima del capitolo sesto, prima della serie di straordinari colpi di scena, nulla è più magico e poetico di un monolito nero, dalle proporzioni perfette che ronza in maniera incomprensibile, parlando in un linguaggio che non siamo in grado di comprendere o che abbiamo dimenticato. I migliori libri di fantascienza sono quelli dove non si spiega il perché, dove non si scopre lo spazio profondo ma il piccolo uomo. Le stelle lassù continuano a parlarci di noi.

“Ma, vi prego di ricordarlo: il libro è soltanto frutto dell’immaginazione. La verità, come sempre, sarà di gran lunga più strana.”

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Smagliature.

00.15 – Nello stomaco il pranzo di Pasqua e quello di Pasquetta, accendo il portatile e bevo una tisana.

00.20 – Guardo una pagina bianca. In televisione un Clint Eastwood senza sigaro cerca di scappare da Alcatraz.

00.39 – Mi trastullo i baffi. Coi baffi assomiglio al commissario Gordon, quello dell’ultima triologia, non quello panzone di Batman Forever.

Spengo il portatile e vado a letto. Non c’è verso di scrivere una recensione questa sera. Non che ci sia il panico della pagina bianca ma quando ti senti in dovere di fare una recensione alla settimana hai paura di cominciare a scrivere un sacco di cavolate solo perché devi svolgere un compito. Cerchi un’ idea, quella giusta, che ti permetta di cominciare a scrivere un articolo che venga letto e apprezzato. La insegui per giorni ma non la trovi. Uno stress inutile. Ci vorrebbe un versificatore. Uno di quegli apparecchi che sanno comporre poesie in modo automatico, ovviamente programmato per comporre in prosa. Sarebbe un sollievo non trascurabile! Potrei portarmi avanti col lavoro, scrivere recensioni anche di libri letti da troppo tempo e di cui ricordo poco o nulla.

Ma esiste veramente uno strumento del genere? Esiste, e da ben 47 anni, da quando Damiano Malabaila alias Primo Levi pubblicò le Storie naturali (Einaudi, pp. 251, euro mah! è fuori commercio e non l’hanno ristampato, penso che alcuni li troverete nei Racconti, pubblicati sempre da Einaudi).

Il versificatore è infatti il titolo di uno dei racconti raccolti in questo libro. È un’antologia di curiosità scientifiche, un almanacco di alta tecnologia. In ogni breve narrazione viene presentata, in modo sempre diverso, una rivoluzionaria invenzione: i mnemagoghi permettono di creare un archivio di ricordi abbinati a certi odori, sfruttando in modo scientifico l’intuizione della madeleine proustiana; la versamina è una sostanza che permette di trasformare gli impulsi nervosi del dolore in piacere; il mimete, grazie a un serbatoio di elementi ricaricabile, permette di eseguire copie esatte di qualsiasi cosa o essere vivente, anche l’uomo.

È difficile collocare nella fantascienza quest’opera. Anche a causa del piacevole senso di quotidianità che permea molti racconti. Tutte le invenzioni vengono usate nella vita quotidiana degli anni ’60, fatta ancora di nastri, transistor e giganteschi calcolatori: un futuro vintage, come quello dei Jetson – i pronipoti, oppure dei primi film di James Bond dove per fare un computer bastano dei pulsanti colorati e del cartone argentato; con lo strano risultato però di farci sentire un po’ più familiare la pagina scritta: niente astronavi e pianeti lontani ma l’affollata spiaggia romagnola in agosto.

Queste invenzioni quindi, non sono solo immaginazione fine a se stessa, c’è una precisa volontà dell’autore di riflettere e pensare alle conseguenze portate da questi potenti strumenti sulla vita umana. Subito colpiscono i personaggi: sono cinici, spinti da brame potenti, che li portano al limite della malvagità gratuita. Persino l’autore, protagonista di alcune storie, non esita a utilizzare il mimete per duplicare diamanti. Anche se apparentemente trascinati dall’amore per la scoperta e la conoscenza, gli uomini che popolano queste pagine si rivelano creature sofferenti e abiette, drogate, immorali, criminali. Anche il signor Simpson, tra tutti quello che forse ispira più simpatia, è un venditore senza troppi scrupoli che non esita a commercializzare le pericolose invenzioni dell’azienda per cui lavora. Un umanità meschina, succube delle proprie pulsioni e ossessioni.

Non aspettatevi però un tono cupo e da crepuscolo degli dei, le invenzioni di Primo Levi sono raccontate con una spudorata leggerezza. Tranne forse un paio di racconti, ambientati tra le rovine della Germania post-bellica, tutti gli altri svolazzano lievi tra termini scientifici astrusi o piccole scenette teatrali, degne delle Operette morali di quell’illuminista impenitente che fu Leopardi. E tra  queste pagine troviamo lo stesso amore per la ragione, la consapevolezza delle potenzialità dell’uomo, il pessimismo estremo e la paura per pericoli della conoscenza. Allo stesso modo, con ironia e competenza, Levi lo scienziato, il chimico, l’uomo razionale crea delle “trappole morali” dove ogni esperimento è destinato al fallimento alla rovina. Sogni di civiltà che si infrangono contro l’uomo troppo umano. Nonostante il suo autore li abbia pensati come dei freddi esercizi di concetto, è impossibile non sentire, tra le smagliature della ragione, il brivido dell’abisso.

“Ho scritto una ventina di racconti e non so se ne scriverò altri. Li ho scritti per lo più di getto, cercando di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme, cercando di raccontare in altri termini (se sono simbolici lo sono inconsapevolmente) una intuizione oggi non rara: la percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, una falla piccola o grossa, di un “vizio di forma” che vanifica uno od un’altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale. Certo nell’atto in cui li scrivo provo un vago senso di colpevolezza, come di chi commette consapevolmente una piccola trasgressione. Quale trasgressione? Vediamo. Forse è questa: chi ha coscienza di un “vizio”, di qualcosa che non va, dovrebbe approfondirne l’esame e lo studio, dedicarcisi, magari con sofferenza e con errori, e non liberarsene scrivendo un racconto. O forse ancora: io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati ad un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non è questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell’olio? Sono domande che mi sono posto, all’atto di scrivere e del pubblicare queste “storie naturali”. Ebbene, non le pubblicherei se non mi fossi accorto (non subito, per verità) che fra il Lager e queste invenzioni una continuità, un ponte esiste: il Lager, per me, è stato il più grosso dei “vizi”, degli stravolgimenti di cui dicevo prima, il più minaccioso dei mostri generati dal sonno della ragione”. P. Levi

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Kurt V.

mattatoioFacciamo un po’ di ragionamenti qualunquisti e decisamente snob. Gugolando il nome Kurt le prime quattro scelte del motore di ricerca sono: Kurt Cobain, Kurt Angle, Kurt Russel, Kurt Geiger. A parte la più che meritata seconda posizione del grandissimo campione di wrestling della dabliudabliui, c’è da chiedersi cosa ci facciano lì gli altri trascurabili personaggi. Per un momento, la speranza che Kurt Geiger fosse l’inventore del contatore Geiger può passare per la mente; si scopre poi che invece è una famosissima (?) marca di scarpe che finalmente apre anche a  Milano. Seguono: una serie di psicologi tedeschi, un attore  di Glee, cantanti capelloni, cantanti un po’ più eleganti. La situazione per noi migliora quando si digita “Kurt V” e il motore di ricerca ci mostra finalmente l’autore del libro di cui si occupa la recensione odierna. Kurt Vonnegut Jr.

In questo blog di recensioni si tende sempre a parlare del libro più che dello scrittore, per vari motivi, tra cui l’ignoranza dell’autore degli articoli che leggete. E’ infatti molto più semplice circoscrivere il discorso alle pagine di un breve romanzo, che a quelle di una vita intera. L’eccezione è questa, semplicemente perché scriviamo di un libro che è anche autobiografia: era impossibile fare altrimenti. Non perché abbia fatto chissà che cosa nella sua vita, non ha vinto nessun trofeo di wrestling, non ha scritto neanche una canzone grunge. Si è limitato a sopravvivere nascosto sottoterra.

Come la gran parte dei coloni del Midwest americano, il nonno di Kurt arrivò nell’Indiana dall’Europa, da una Germania che non esisteva ancora. Dopo tre generazioni il nipote tornò come soldato in una Germania che di lì a qualche anno avrebbe smesso di esistere per un po’. Ci tornò come volontario di fanteria dell’esercito americano. Venne catturato dai tedeschi in quel gran casino che fu la battaglia delle Ardenne, e passò gli ultimi anni di guerra prigioniero a Dresda. Finché un bombardamento devastante, definito in gergo militare “tempesta di fuoco” non la rase al suolo. Per un caso il signor Kurt sopravvisse, tornò in America e cominciò a scrivere romanzi di fantascienza.

Per tutta la prima parte l’autore spiega perché ha dovuto scrivere questo libro, quanto ha aspettato, quello che ha fatto nel frattempo. E poi comincia, un po’ a caso in effetti. Si giustifica affermando che è scritto nello stile telegrafico in uso su Trafalmadore, che è un pianeta distante anni luce. Si giustifica affermando che a raccontarlo è Billy Pilgrim, uno spilungone un po’ svampito, una specie di Forrest Gump ancora più fuori di testa. Il fatto è che il protagonista del libro, questo Billy, viaggia nel tempo e nello spazio. Non riesce a controllare questa capacità, per cui da un momento all’altro può ritrovarsi su un treno merci stipato di prigionieri americani scorreggioni, su di un disco volante diretto su Trafalmadore, nel suo letto di nozze o sotto la sua coperta termica, vecchio e incontinente.

Vonnegut gestisce la trama con semplicità inaspettata, combinando un genere fantascientifico ormai maturo con una testimonianza storica ironica, grottesca, ma profondamente vera. Quello che ottiene è un romanzo ricchissimo, in cui possiamo trovare una parziale biografia, un racconto divertente, un romanzo di fantascienza, autoriflessioni sul proprio lavoro di scrittore, alieni, personaggi di fantasia, personaggi realmente esistiti e realmente morti per aver preso una vecchia teiera tra le macerie di Dresda. La realtà e la fantasia si mescolano, si annullano e completano viceversa.

Forse il bombardamento della “Firenze dell’Elba” non è stato più disastroso della bomba di Hiroshima e non ha fatto più morti della distruzione totale di Coventry, non attribuisce certo agli Alleati un crimine di guerra e non può (forse) mettere in dubbio il fatto che si fa sempre quello che è necessario fare. Ma è stato comunque una brutta cosa. Kurt Vonnegut ha cercato di raccontarlo con la speranza che non accada mai più, ha cercato di raccontarlo a tutti, quasi scherzando.

In questa recensione purtroppo si parla molto poco dell’opera, che pure è molto bella. Leggetela e viaggerete nel tempo e nello spazio. Una facoltà che dovrebbe conferire qualsiasi buon libro.

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