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“Avete visto la balena bianca?” II

Quando si vanno a toccare libri di questo spessore metaforicamente e letteralmente, ci sarebbe troppo da dire. Su libri come questo si sono stratificati centinaia di anni di lettori che hanno letto, apprezzato o odiato, e hanno dato la loro interpretazione al tutto. Nella parte I della recensione, non c’era spazio per tutto questo. E non dovrebbe esserci, perché il suo posto è in qualche saggio scritto un po’ più seriamente. Qui, in un blog di recensioni tutto sommato artigianali, si dovrebbe mantenere un basso profilo. L’obiettivo è consigliare libri piacevoli da leggere, e cercare di spiegare perché lo sono. Aggiungiamo un paio di piccole cose che mancavano.

Quindi: Moby Dick è un romanzo scritto molto bene, leggetelo! Non saltate i capitoli quando parla di cetologia, o di come accidenti si deve piegare una sagola affinché non vi tranci una gamba se s’incastra mentre si srotola. Il libro è anche questo. Non ascoltate Pennac! Non si fanno le orecchie ai libri e non si saltano le pagine! Moby Dick è un libro che tutti conoscono, ma pochi hanno letto (tutto).

Melville era un genio, ci sono parti del libro in cui il romanzo si trasforma in un copione teatrale! Tra parentesi in corsivo scrive gli a-parte, i personaggi apostrofano il pubblico. I marinai, i ramponieri, il Capitano Achab, il Parsi, sono tutti meravigliosamente dipinti attraverso l’alternanza di ironia, epica e tragedia. Un meraviglioso miscuglio. Non c’è tempo di scrivere neppure del personaggio più importante, che compare solo alla fine del libro eppure ne è il titolo! E poi poesia, citazioni bibliche, aneddoti marinari, ogni capitolo (sono più di cento) qualcosa di nuovo.

Lasciatevi cullare e conquistare dal suo stile, vi porterà a spasso per gli oceani, giù nelle profondità marine, tra le grida dei marinai, in mezzo al fortunale. E vi proporrà la sua personale classificazione balenologica. E in tutto questo continuerete a chiedere ad ogni pagina: “Avete visto la balena bianca?” E continuerete a cercarla.

Melville[…] had mastered “The great Art of telling the Truth” through the dazzling plentitude and sly indirections of his language.

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“Avete visto la balena bianca?” I

Il mare. Un’enorme distesa di acqua. L’oceano ricopre 2\3 della superficie terrestre. Da millenni l’uomo è attirato verso queste sterminate praterie di onde. Da quando esiste la letteratura, e da quando l’uomo ha appreso la capacità di raccontare storie, si parla, si scrive, del mare. Un giorno vorrei provare. Imbarcato su una nave mercantile (ovviamente non disdegno la vela, chi mi vuole regalare un viaggio si faccia pure avanti). Probabilmente è un sentimento molto ingenuo, cercare l’avventura per mare, come ne “L’Isola del tesoro”. Non durerei due giorni. Catturato dai pirati al largo della Somalia, o stuprato da marinai filippini. Nondimeno, se capitasse l’opportunità, salperei per qualche destinazione lontana, con un sorriso ebete stampato in faccia, incurante del pericolo, guardando verso la linea dell’orizzonte. Attirato dalla magia e dal mistero dell’oceano. Perciò di buon grado ho iniziato la lettura di un libro che mi raccontasse un’avventura marina.

In questo romanzo si racconta questa storia: un uomo di nome Ismaele si imbarca su di una baleniera, il Pequod; capitano di questa nave è Achab, che ha un conto in sospeso riguardante una gamba con una balena, Moby Dick. Non credo di avere svelato nulla. Moby Dick (Feltrinelli, pp. 641, euro 10), è uno di quei libri di cui tutti conoscono la trama, senza mai averne letto nemmeno una pagina.

Paradossalmente, la parte in cui i due avversari si incontrano e si affrontano è lunga circa 30 pagine. Facendo due conti è la ventesima parte di tutto il libro. Niente. Come scrive Alessandro Ceni, che di questo libro ha curato la traduzione:

“La materia di cui tratta Moby Dick non è che un abnorme espansione di un banale antefatto.”

E allora cosa diavolo fa Herman Melville per tutte le altre seicento pagine? Racconta. Tutto, assolutamente tutto, ciò che succede quando un uomo decide di imbarcarsi su di una nave baleniera. La decisione, l’incontro con gli armatori, l’imbarco, la partenza, le persone incontrate, il duro lavoro a bordo, nelle pause di bonaccia compila una possibile suddivisione scientifica delle famiglie di cetacei. L’autore racconta come si avvista una balena, come si cattura una balena, come la si uccide e come si deve aprire una balena per ricavarne il prezioso olio. Tutto questo usando necessariamente i termini marinari, indicando nello specifico gli strumenti utilizzati, il materiale di cui sono fatti, la loro lunghezza e larghezza. Dopo aver letto questo libro potreste sostenere una lunga e approfondita conversazione con qualche grosso e rubicondo pescatore di capodogli islandese. Non c’è motivo di negarlo, Moby Dick è un pesantissimo mattone.

Ma, se nel corso della storia letteraria degli ultimi 150 anni questo libro e il suo autore, sono stati considerati parte integrante del canone e della cultura occidentali, un qualche motivo ci sarà. Il motivo principale, è la grandissima abilità di scrittura di Melville. Non solo riesce a rendere comprensibili e leggibili capitoli e capitoli, in cui sembra parlare a vanvera delle differenze tra il capodoglio e la balena groenlandese; ma li infarcisce di citazioni, allusioni, battute, analisi filosofiche, teologia spiccia. Il tutto con leggerezza e ironia, uno stile gentile e chiaro. Il suo contemporaneo (nonché dedicatario del libro) Nathaniel Hawthorne, nonostante abbia scritto uno dei libri più moderni della sua epoca e più letti oggidì, non ha mai scritto un periodo lineare. Non che l’autore della “Lettera scarlatta” non fosse capace di scrivere (anzi), ma probabilmente non resisterei due pagine se mi descrivesse di come si allestiscono le lance per la caccia alla balena.

Come forse è stato già detto, essere bravi a scrivere non basta, per diventare canone. E in questo caso è la materia stessa del libro a renderlo speciale. Melville scrive di cose. Per tutto il romanzo cerca di nobilitare l’umile mestiere del baleniere, infarcendo ogni pagina di una sovrabbondanza di citazioni più o meno comprensibili: la Bibbia, Shakespeare, Coleridge, e poi mille altri autori di libri più o meno sconosciuti. Ma, nonostante sia molto bravo a farlo, cioè senza appesantire la scrittura o risultare meccanico, l’autore continua a parlare di cose. Corde, assi di legno, spruzzi di acqua di mare, sagole, ancore, marinai, capitani impazziti, grasso di balena, puzza. Di tutto.

Da questo romanzo si è cercato in tutti i modi di tirare fuori qualche significato simbolico, allusivo, più o meno vagamente allegorico, per spiegare cosa l’autore avesse voluto dire. A volte serve soltanto a cavare d’impaccio qualche imbarazzato studioso, che non riesce a capire perchè questo libro si inabissi nell’anima degli uomini, come un capodoglio a caccia di calamari giganti nelle vertiginose profondità oceaniche. La verità è che Melville racconta in modo eccellente, il mare, gli uomini e gli animali che ci vivono, dove lui ha vissuto e lavorato per anni. E’ un mare reale. E forse è arrivato più vicino al mistero dell’oceano, e alla risposta al perché ci sentiamo così inermi, e così potenti, al cospetto di qualcosa che è solo un’enorme, sconfinata, infinita distesa d’acqua salata. Sotto la quale nuotano mostri.

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