Whiskey, sigari, e il senso di una vita.

A volte per creare un buon romanzo bastano pochi ingredienti, scelti senza troppa cura dalla credenza degli interessi più comuni e delle pulsioni elementari. Sesso, soldi, alcool, droga, morti misteriose, Parigi negli anni ’50 (ah!). Tutto questo basterebbe a qualsiasi mediocre romanzista per confezionare un piacevole prodotto d’intrattenimento. Aggiungete a tutto questo il Canada, gli ebrei, il Tip Tap, l’hockey, sigari, whiskey, comportamenti equivoci, altro whiskey, il mondo delle soap opera. Raccontate tutto questo con lo sguardo annebbiato dalla demenza senile, accompagnata dai primi sintomi di Alzhaimer, di un vecchio astioso. Il miscuglio comincia a farsi interessante. Potrebbe bastare per scrivere un buon libro, divertente e coinvolgente al punto giusto. E questo sarebbe più o meno il contenuto di “La Versione di Barney” (Adelphi, pp. 484, euro 13), caso editoriale degli ultimi anni in Italia, rinfrescato ultimamente dall’uscita del film. Ma perché allora il signor Panofsky dovrebbe piacerci così tanto?

E’ un reietto. Tanto per cominciare è ebreo, non penso servano spiegazioni. E’ canadese, la nazione col più grande complesso d’inferiorità del nuovo mondo. E’ anglofono a Montreàl, la capitale del Quebèc francioso e secessionista. E’ un alcolizzato, fatto che scatena una moltitudine di situazioni imbarazzanti. Tutto questo farebbe già nascere piuttosto un sentimento di compassione, al massimo un sentimento di simpatica condiscendenza. Quando B.P. si sbronza al suo stesso matrimonio, si sorride sotto ai baffi e si pensa: “Cosa combinerà adesso? Nudità pubblica? Affermazioni imbarazzanti? Insulti gratuiti?”. E’ accusato di contrabbandare reperti egizi tra forme di chamembert, di aver condotto al suicidio la sua prima moglie e persino di aver assassinato il suo migliore amico. Decisamente inquietante, come personaggio. Ma ci piace comunque, in fin dei conti si ghigna un sacco. Si ride quando manda lettere farneticanti ai suoi peggiori nemici, o quando li tormenta con telefonate anonime. Si ride quando mette alla prova la sua debole memoria, cercando di ricordare il nome di tutti e sette i nani. Si ride quando al matrimonio della seconda signora Panofsky si innamora per la prima volta e, ubriaco come una spugna, ci prova spudoratamente con quella che sarà per sempre la terza signora Panofsky.

Bello, bello, tutto molto bello. Eppure non è ancora tutto. Non fidatevi dei blurb, cose tipo: “Spassoso, dissacrante, si ride fino alle lacrime!”. Perché non è assolutamente vero. L’autore ha fatto entrare uno spassoso personaggio comico tra le più grandi persone di carta della letteratura mondiale. Mordechai Richler (questo è infatti il suo nome, fantastico) ha scritto un capolavoro. Non basta questo articolo per descrivere tutte le sue geniali intuizioni letterarie. Riesce a mantenere la tensione per tutto il libro, nell’attesa che il protagonista confessi. Con una fine tecnica narrativa coinvolge il lettore al massimo. Abolisce i capitoli, c’è solo una certa progressione cronologica. Spezza la distinzione tra flashback, memorie autobiografiche e flusso di coscienza del personaggio. E ciò nonostante, riesce a raccontare con una fluidità e uno stile meravigliosi. E’ inesorabilmente bravo a scrivere. Mentre racconta la sua vita da boehemien a Parigi, Barney scrive una lettera alla “Fondazione Clara Charnofsky for Wimyn” spacciandosi per la presidentessa del CULOS. Contemporaneamente rievoca l’ insegnante di francese dell’adolescenza per poter avere un’erezione e andare a pisciare. Analessi e prolessi si intrecciano sempre più densamente fino allo scioglimento finale, la sua ennesima ammissione d’innocenza per la scomparsa dell’amico Boogie. La sua versione appunto. Ma è colpevole o no? La verità muore con lui.

Bene, bene, molto bene. Ma c’è ancora una cosa. Questo è un libro che fa piangere come pochi. Forse perché Barney ci sembra così vero, così vivo. Richler ci ha messo una buona dose della propria, di autobiografia. La passione per i sigari, l’hockey e il whiskey. Per tacere del fatto che anche lui è ebreo e canadese. La persona di carta sembra vera, forse perché a differenza dei suoi “amici” artisti, è l’unico che sia riuscito a costruire qualcosa di molto più bello, una famiglia. E perché è così innamorato della sua Miriam, e così cretino da perderla. E così rancoroso, invidioso, scorreggione, antipatico, buongustaio. E’ un personaggio con così tanta vitalità che esce dalla pagina, ti afferra per il colletto e ti grida: “Schmuk, devo farmi un goccio!”. E’ vecchio, e stanco, e malato di Alzhaimer. Si piscia addosso quando esce a cena, per l’ultimo appuntamento con la sua vera e unica signora Panofsky. Il figlio raccoglie i fogli con l’autobiografia del padre pieno di rimpianti, racconta i suoi ultimi mesi. E ancora, nonostante tutto, c’è un lieto fine.

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