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Fuga nel buio.

louis-ferdinand celine viaggio al termine della notte corbaccio collana scrittori di tutto il mondo-1Sono appena tornato da una lunga passeggiata giù in città, vicino al mare. Siedo sudaticcio sul letto, portatile in grembo, la finestra spalancata, la voce delle rane fa grrrra grra grra da qualche parte dove è umido. Ho camminato a lungo insieme a mio fratello sul lungomare, passando veloci attraverso folle numerose, luci colorate, imitatori di Ligabue. Il mare, immobile e nero che assorbe tutte le luci della costa, alla nostra sinistra mentre risalivamo. Migliaia di storie dai fili intricati si svolgevano attorno a noi veloci viaggiatori, tutt’altro che disattenti: nella notte già matura ogni faccia sotto i lampioni racconta una storia importante, così importante da riflettere le nostre e rimandarcele indietro svuotate, e riportate alla loro sostanziale miseria, piccolezza. Tutti inseguono qualcosa nella calda e umida notte estiva e noi passiamo attraverso alle loro piste odorose, ininfluenti sul tragitto tra il cane e il suo tartufo. Siamo rientrati presto, la nostra meta questa volta era casa e niente altro, ma non ho potuto non pensare all’ultimo romanzo letto. Non saprei dire se il libro è arrivato a me proprio nel momento in cui avevo la giusta predisposizione umorale, oppure se tutto è una suggestione fantastica provocata dal libro stesso. Ma sicuramente è lui che mi ha riportato a scrivere e a raccontare, dopo troppi e lunghi giorni. Per un po’ mi accompagnerà: adesso, e per chissà quanto tempo, camminando da solo o con altri in silenzio lungo le notti affollate e solitarie delle nostre città, penserò al meraviglioso viaggio nelle notti come questa.

Quello di cui sto scrivendo, assieme a Moby Dick e a chissà quanti altri, è il tipico libro di cui puoi trovare citazioni ovunque, ma che difficilmente viene letto. Io, per mio conto, confesserò di essere tornato al titolo proprio grazie a una citazione, quella che apre La grande bellezza. Ma non importa il come il dove, importa solo il riverbero che le pagine mi hanno lasciato addosso. Seguitemi allora nella notte, non quella densa e organica dei boschi profondi, ma quella piena di luci, odori e rumori della città, mentre Louis-Ferdinand Céline mi precede. Prendete fiato e lasciate una traccia, perché c’è il rischio di perdersi.

Viaggio al termine della notte (Corbaccio, pp. 553, euro ***, trad. Ernesto Ferrero) è esattamente quello che dichiara di essere: un viaggio, declinato contemporaneamente in tutte le sue possibilità. Parte dalla Francia fatta di villaggi che bruciano nella Grande Guerra, fa sosta nei sanatori appena inventati per curare le ferite della mente, scappa lontano, in Africa, per sfuggire alla miseria materiale e morale postbellica solo per scoprire che la miseria è una malattia dell’animo umano e si può trovare in ogni parte del mondo. Nei sobborghi puzzolenti che Parigi fagocita alla campagna, lungo un fangoso fiume tropicale, nelle gioiellerie sotto la Madeleine, nelle fabbriche della Ford a Detroit e tra le guglie di pietra di Manhattan, nella pulciosa provincia francese, nelle case dei ricchi, nelle umide catapecchie dei poveri e nelle ancora più miserevoli case di una piccola borghesia che è la classe più povera di tutte, Ferdinand Bardamu viaggia ma non cerca più niente. Non vuole raggiungere il termine della notte, perché sa che non può raggiungerlo, sa che l’unica cosa che può fare è immergersi sempre più nella notte più nera, quella della sua anima. E allora si sovrappone un altro viaggio, dove i luoghi reali, animati e agitati dalla forza devastante dell’argot si crepano, mostrando la loro natura profondamente onirica, in un gioco infinito di specchi, che annulla la differenza tra verità e finzione, tra confessione e invenzione narrativa. Non c’è nulla, se non il sospetto, la leggera sfasatura e incomprensibilità di certi passaggi a svelarlo, a voi il gusto di trovarlo, di capire quando, mentre galleggiate tranquilli nel flusso ritmato della scrittura Céliniana. Una serie stupefacente di doppi, pseudonimi, somiglianze, che non vengono e non devono essere spiegate o rese coerenti, perché creano l’incredibile e quasi incomunicabile magia che avvolge questo libro. Louis Destouches, Louis-Ferdinànd Céline, Ferdinànd Bardamu, e poi altri ancora: medici per davvero, dentro e fuori dal libro, scrittori e mentecatti, perdenti in partenza perché il loro obiettivo masochista è proprio la sconfitta, verso un abbruttimento totale e umano.

Questo libro non parla di niente, non vuole arrivare da nessuna parte, perché tutto è niente. Vuole solo scappare da dov’è appena arrivato, come tutti i personaggi che vi incontrerete dentro. Voi allora non fate resistenza, voi lettori lasciatevi andare e guidare tra bestemmie e immagini di poesia struggente, tra crimini di una bassezza e di uno squallore da non meritare neppure una pena e generosità di bontà vera, come chiatte lungo i canali che tagliano la pianura francese, seguendo la corrente.

Cosa vi lascerà? Non so. A me ha lasciato una tremenda voglia di fuggire, e poi tornare, all’infinito, inseguendo la notte.

 

Notre vie est un voyage

Dans l’Hiver e dans la Nuit

Nous cherchons notre passage

Dans le Ciel où rien ne luit

                             Canzone delle Guardie svizzere, 1793

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A caccia di verità.

HEY, Ernest Hemingway? FUCK YOU! I have not read this book, but I have read about it, so this is not a review of the book itself. Its more of a review on Hemingway, the person, the fucking dick head that he is. If there is one thing that makes me a raging bitch, it is trophy hunters, and people disrespecting and shitting all over African wildlife. I read the back of this book in a bookstore at Kilimanjaro Airport, Tanzania. […] continua a leggere

Questa è la prima recensione proposta da Goodreads per Verdi colline d’Africa (Mondadori, pp. 256, euro 9). Non prenderò in considerazione molti argomenti che la lettura di queste righe mi ha suscitato la prima volta. Non scriverò di quanto sia fuori luogo e arrogante giudicare un libro di narrativa per quanto sia moralmente corretto. Non scriverò inoltre di quanto sia sbagliato giudicare lo stesso libro senza neppure averlo aperto. Non scriverò infine di quanto sia quanto meno poco elegante scrivere una recensione su Hemingway, the person basando il proprio percorso deduttivo su .gif animate che dicono FUCK YOU. Anche i lettori più appassionati riconoscerebbero senza troppi scrupoli che il defunto Ernest fosse una fucking dick head. Anche lui stesso lo ammetterebbe, credo. Con un supremo sforzo di empatia umana cercherò invece di comprendere cosa ha turbato tanto Idunsess, l’autrice di quel commento.

Tra i vari YOU SON OF A BITCH (anche su questo Ernest sarebbe decisamente d’accordo) si percepisce come la principale preoccupazione di Idunsess sia la questione morale della caccia grossa nella savana. Ed è sicuramente un problema. Anche io, che malauguratamente non avevo letto il retro della copertina, mi aspettavo qualcosa di più idilliaco. Avevo dimenticato che Hemingway è uno di quelli scrittori che si vantano di raccontare solo la verità dei fatti.

All’inizio del novecento alcuni scrittori pazzerelli decisero che anche la vita quotidiana fosse degna di essere raccontata. Ecco quindi meravigliosi libri in cui non succede assolutamente nulla, i gesti della normalità esaltati da un lessico superbo e periodi estremi. Hemingway compie un percorso simile, niente glorie immaginarie, anche lui vuole scrivere la verità delle cose di tutti i giorni ma, invece di nobilitare la vita con la parola, compie l’opposto: rende la sua stessa vita un romanzo, che merita di essere raccontato. Hemingway diventa un eroe omerico per poter raccontare di sé.

Racconta quindi un safari effettivamente compiuto in Tanzania dallo scrittore assieme alla moglie. E l’autore spara agli animali: rinoceronti, bufali, gazzelle, zebre. Tutte quelle magnifiche bestie che vivono in Africa insomma. Se avesse potuto avrebbe sparato anche ai leoni, ai ghepardi, agli elefanti, ai coccodrilli. Una cosa disdicevole, quella di sparare ad animali indifesi solo per avere un trofeo che dimostri l’abilità del cacciatore. Soprattutto se gli animali da preda sono in via d’estinzione e se l’obiettivo è solo un corno un dente o un orecchio con proprietà afrodisiache per qualche cinese col pipino che non tira. Leggendo pagina dopo pagina non si può non pensare “è sbagliato”. E condannare la caccia di frodo e la caccia di specie a rischio. Ma.

Averlo colpito senza ucciderlo era una gran mascalzonata. Non mi importava uccidere un animale, qualunque fosse, purché lo uccidessi di netto, tanto dovevano morire lo stesso e la mia interferenza nelle uccisioni notturne e stagionali che avvenivano senza tregua era minima, non mi lasciava nessun senso di colpa. Mangiavamo la carne e conservavamo pelli e corna. Ma mi sentivo nauseato in fondo all’anima per questa antilope maschio; e per di più la desideravo, la desideravo con tutta l’anima, più di quanto volessi ammettere.

Non è il caso di ricordare che l’autore viveva in un’epoca oramai lontana in cui i grandi animali africani non erano in pericolo. Hemingway racconta la realtà o meglio, si sforza di farlo. Il nostro mondo non è bianco e nero e le sfumature esistono eccome. Non vorrei fare il gesuita, ma il peccato del nostro autore non sembra così grave. Se, ripeto se il libro viene letto fino in fondo si potranno cogliere le mille contraddizioni dell’animo umano, le invidie e le gelosie, la brama predatoria ma allo stesso tempo l’infinita ammirazione per l’opera della Natura. I portatori vengono insultati quando non fanno il loro dovere ma i Masai sono ammirati come il popolo più bello e felice del mondo. Nella stessa pagina ci sarà la pietà per il destino di un animale ferito e il rimpianto della preda sfuggita. A caccia, sotto il sole, la pioggia, nelle paludi tra le canne e le zanzare, tra le verdi colline d’Africa si potrà assaporare qualcosa di vero, anche se non rispetta la nostra legge morale. Dimenticatevi struggenti descrizioni paesaggistiche o quelle cose da hippies, non ve lo potete aspettare da Ernest il torero. Vi potete aspettare riflessioni sulla vita e sul tempo, schegge di cristallo tra la polvere e gli zoccoli, discussioni sulla letteratura americana e ricordi di bevute con Ezra Pound.

La caccia un tempo era riservata a re e nobili. Aristòs, i migliori. Hemingway sarebbe stato uno di loro e oggi sarebbe stato d’accordo sulla difesa degli animali in pericolo. Perché altrimenti non sarebbe più potuto uscire col fucile in cerca di preda.

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Paura del buio.

Io non sono nato nell’epoca in cui sulle mappe c’erano ancora spazi vuoti, non sono nato all’epoca della corsa verso l’ignoto, incontaminato, inaccessibile. Non sono nato neppure all’epoca della conquista dello spazio, dell’esplorazione dei poli o della ricerca delle sorgenti del Nilo. Ma le cartine geografiche mi hanno sempre affascinato. Se hai sotto agli occhi il disegno di un territorio, di una nazione, le anse di un fiume o una catena montuosa per piccole che siano, pare che tu possa dominarle dall’alto, controllare il tuo minuscolo regno. Fantasticare su città da costruire, canali da aprire, cime da traforare, mura da innalzare. Foreste impenetrabili, torrenti insidiosi, popoli ostili o amici. Con un piccolo atlante si può essere facilmente dei piccoli re. E probabilmente non la pensavano diversamente i migliaia di esploratori che hanno dato il loro nome o quello di una regina ad altrettanti laghi e cascate. Mappare un continente era come rubarne un pezzettino d’anima, un trofeo come un altro, una testa di rinoceronte.

Ora, quando ero bambino avevo una passione per le carte geografiche. Stavo ore a guardare il Sud America, l’Africa o l’Australia, e mi perdevo nelle glorie dell’esplorazione. Allora c’erano parecchi spazi vuoti sulla terra, e quando ne trovavo uno che sembrava particolarmente invitante sulla carta (ma lo sembravano tutti) ci mettevo il dito sopra e dicevo: «Quando sarò grande andrò là».

In quell’epoca nacque invece Joseph Conrad, che nel 1899 pubblicò “Cuore di Tenebra” (Mondadori, pp. 271, euro 8,50) da cui sono tratte le parole qui sopra. Figlio di un generale polacco, Konrad scappò di casa e si imbarcò su un naviglio inglese, con cui solcò i mari e conobbe il mondo come pochi scrittori d’avventura fecero. Leggendo il suo libro più noto si è come ostacolati nella lettura dal suo particolare realismo: è come se l’autore avesse vissuto veramente quelle esperienze, senza inventarle ma meditandole a lungo. Da queste rimuginazioni continue nascono poco più di cento pagine (infatti l’edizione Mondadori è con il testo inglese a fronte) rade di avvenimenti ma densissime. Nella scrittura espressionista di Conrad sono le crepe nel terreno a parlare, sono i pilastri immobili della foresta, il suono dei tamburi nell’oscurità, le luci e le ombre. Grazie alle parole del suo alter-ego Marlow queste presenze sono spiegate, interpretate, filtrate, non si può arrivare alla Verità direttamente, c’è bisogno di un intermediario, o più di uno, come in una Divina Commedia primordiale.

Così siamo condotti lungo le rive del fiume Congo, nell’Africa più profonda, nera, oscura, dove la foresta è più fitta e dove gli uomini si perdono anche se rimangono vicino al sentiero, dove la tenebra è vera, come solo la notte nel bosco può essere. Mentre risaliamo il corso del possente fiume scendiamo sempre più nella pazzia umana, i personaggi che si incontrano sono dei disadattati, dei folli, che sparano contro le ombre della foresta, che inseguono sogni di gloria impossibili, o si isolano nella loro camicia inamidata e perfetta mentre il mondo attorno a loro si sgretola. Su per il fiume fino alla meta, al motivo di tutto un viaggio, di una vita quasi, Kurtz. Un incontro deludente ma che non avrebbe potuto essere altrimenti ed è necessario per capire che lui e tutti gli altri, Marlow compreso, sono uomini vuoti. Il cui vuoto interno non può essere colmato dal mondo intero, da tutto l’avorio dell’Africa. Eppure per l’autore è forse meglio essere vuoti che essere pieni di stupidità, come i rappresentanti della Compagnia belga che saccheggiano e violentano, o come gli abitanti della città sepolcrale. Il viaggio all’interno della propria ombra lo si paga a caro prezzo, “Cuore di tenebra” non è un libro semplice da leggere, non è un libro semplice da capire, nonostante sembra che non racconti proprio nulla. Non è un libro che si può leggere una volta sola, o almeno che lascia soddisfatti alla prima passata. Perché dice delle cose semplici ma da sentire, non da scrivere e ci vuole una lettura calma e attenta, per farle entrare. Un’opera che racconta di cose vere ma che sembrano artificiali da quanto lo sono.

Mentre gli eroi dell’imperialismo europeo portavano a termine i compiti imposti dal fardello dell’uomo bianco, cancellando gli spazi vuoti dalla cartina, veniva scritto questo libro; che non è più di tanto un libro di denuncia sugli stupri che sono stati commessi in Congo, ma un semplice romanzo di formazione, pessimista e disperato, Il viaggio è dentro l’anima e alla fine non resta niente, nient’altro che una tenebra immensa.

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Il canto del ragno.

Chiuduno, Bergamo. Il Festival dei Popoli è un incrocio tra una grossa festa paesana e il souk di Marrakech. Mangio un kebab con molto picante, poca carne e praticamente niente verdure. Con calma ci mescoliamo alla folla che ha mangiato kebab con molte più cipolle del mio. Entriamo nel padiglione dove gli espositori mostrano la loro merce. Disorientati dalla quantità di mercanzie, braccialetti, incensi, tessuti colorati, il gruppo si divide. Acquistiamo molto soddisfatti un braccialetto tibetano, molto probabilmente maledetto, al costo di cinque euro e della nostra anima. Mentre passiamo alle altre bancarelle, meditando sul nostro fortunato acquisto e sulla possibilità di essere dannati per l’eternità, va via la luce. Ora pensate a tutto quello che può succedere quando in un locale chiuso, stipato di gente, manca la corrente. Bene, non succede. A pochi metri da noi invece, un paio di africani cominciano a suonare i loro bonghi. Prima lentamente, poi sempre più veloce. Da ogni parte continuavano ad arrivare persone, attirate dal suono martellante, perché il suono c’è anche se non ci si vede. Una vibrazione profonda eccita i nervi, il ritmo ti spinge a muovere i piedi. Nel profondo del continente più vecchio, da migliaia di anni si danza, al suono dei tamburi. Da millenni al buio, illuminati soltanto dalla luce del fuoco e dalle stelle, si balla, si canta e si raccontano storie. Che è sempre un po’ la stessa cosa.

All’interno di un racconto, altrimenti solo un piacevole intrattenimento, Neil Gaiman tocca le radici del mito. E lo fa andando a cercare dove le storie hanno cominciato ad essere raccontate. “I ragazzi di Anansi” (Mondadori, pp.356, euro 16,00) è la storia di un uomo, abbastanza qualsiasi, impiegato in un ufficio londinese come contabile, e abbastanza sfigato. Charles Nancy, detto Ciccio Charlie, ha un rapporto difficile con il padre, con la madre della fidanzata, con il suo lavoro. Ovviamente a scombussolare la sua noiosa ma placida esistenza arriva tutto d’un tratto una serie di notizie sconvolgenti: il padre è morto, Ciccio Charlie ha un fratello, e ci sono delle strane complicazioni dovute al fatto che il suo defunto genitore è un dio. Subito seguono una serie di inspiegabili quanto imbarazzanti situazioni causate dal fratello, che mortificano il nostro protagonista fino al limite della sopportazione. La quarta di copertina dice: “Un fratello diverso da Charlie quanto il giorno lo è dalla notte, che gli insegnerà il modo per “lasciarsi un po’ andare” e per divertirsi, proprio come faceva il Caro Vecchio Papà.” Non succede niente di tutto questo. L’esuberante fratello distrugge in pochi giorni le poche certezze della sua vita, lavoro, fidanzamento e rapporto con il reale, perché anche lui è decisamente divino. Non c’è limite al peggio, e tra le sventure di Ciccio Charlie arrivano anche i vecchi nemici del padre, i nemici della discendenza di Anansi. Nonostante il blurb del Washington Post dica: “Il suo libro più ricco, più dark”, di gotico o di oscuro non c’è troppo e all’orizzonte si profila sicuramente un lieto fine.

La trama è tessuta con abilità, Gaiman riesce a combinare l’intreccio delle varie storie con coscienza e un umorismo tipicamente inglese. A differenza dell’autore a cui somiglia tanto per scrittura e tematiche Douglas Adams, le sue storie vanno a finire da qualche parte. L’unico vero difetto è quello di non saper caratterizzare al massimo i suoi personaggi e le sue ambientazioni, sembrano semplici marionette, con qualche attributo e qualche funzione utile alla storia, ma nessuno di quei tratti che incidono la memoria. Forse l’autore voleva fondere il mito e le storie leggendarie con la vita contemporanea. Non ci riesce fino in fondo. Rimane sempre troppo in superficie, e la fusione non è completa.

Ma a salvare il libro ci sono delle piccole schegge. Quando il libro esce dai binari narrativi, e si perde nella densità della fiaba e del mito, l’autore dà il meglio di sé. Pagine che affiorano dall’eternità e spiegano, come si raccontano le storie ai bambini, cosa c’era prima dei libri. Prima delle pagine scritte virtualmente immutabili, c’era chi queste storie le possedeva, e le cantava. Anansi il ragno, è il cantore, lo sciamano, che inventando una storia crea il mondo che la contiene. E non importa se cambia un dettaglio del racconto o una strofa della canzone, l’importante è conoscere la melodia. E’ il ricordo di quando nelle oscure notti dell’Africa, sotto le stelle e davanti al fuoco, si superava la paura del buio e della Tigre che lo abita. Il cacciatore cantando e ballando insegnava al bambino come si possa sopravvivere nella foresta senza artigli e zanne affilate, di come si può entrare nelle mura di una città fortificata senza usare le spade, di come si sfugge a Compare Orso e Compare Volpe con l’aiuto di un manichino di pece, di come ogni cosa ha un prezzo.

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Una lettura perturbante.

Devo ringraziare la mia amica Lucia, per avermi regalato questo libro molto bello. Ho scritto questa recensione anche nella speranza che finalmente legga quello che scrivo; è stata una dei primi amici a cui l’ho chiesto, ma si è sempre rifiutata categoricamente di farlo. Quando ho aperto la carta regalo, e ho letto il titolo, e visto la copertina con gli alberi verdi resi rosa dalla fotografia a infrarossi, ho pensato male. “Ommioddio, un libro femminista, che paura! Potrei non uscirne vivo.” Tutti hanno i loro pregiudizi. Sia concesso di averli verso chi ritenga l’idea e l’ideologia più importanti dello scrivere un buon libro, che siano femministe, ecologisti, xenofobi o marxisti o, semplicemente scrittori mediocri. Fortunatamente questo non è il nostro caso.

Il titolo del libro è “Tre donne forti” (Giunti, pp. 319, euro 10) ma, come la mia amica si è premurata di informarmi, non è il titolo voluto dall’autrice ed effettivamente non c’entra quasi niente con il contenuto del libro. Si, ci sono tre donne, ognuna forte a modo suo, ma non sono tutte  protagoniste del romanzo (forse). Insulti all’editor. In realtà non è neanche un vero e proprio romanzo. Sono stati raccolti in un libro tre racconti, apparentemente senza connessione l’uno con l’altro. Tre racconti senza titolo e senza capitoli. Davvero particolare. E’ come se ci fosse la deliberata volontà di disorientare il lettore, privandolo delle sicurezze a cui è abituato: un inizio, una fine verso la quale il romanzo tende, un protagonista, una storia, delle comode pause nel mezzo per cambiare scena o chiudere il libro perché c’è altro da fare. Il lettore abitudinario è leggermente infastidito quando si tolgono i puntelli, ma è per questo che si scrivono questo genere di libri.

Addentrandosi nella lettura le cose non cambiano. Marie Ndiaye scrive inaspettatamente. La prosa è impeccabile, il linguaggio chiaro, ma è utilizzato in modo “perturbante”. Vocaboli in posizioni straniate creano un paesaggio allucinato, è molto difficile capire se è il personaggio a vedere la realtà deformata o è il mondo di carta ad essere magico. Alberi che puzzano di muffa e decomposizione, persone che emettono luce, aquile persecutrici. Immagini che sembrano arrivare direttamente da qualche posto primitive e coloratissime, e proprio per questo più inquietanti. Il tormento interiore delle donne e degli uomini raccontati si materializza attraverso i loro sensi, come se il mondo dipendesse dall’instabilità delle loro menti. Non appena l’animo è turbato, un’emozione passa attraverso le viscere, ecco che mostri e fantasie diventano reali. L’autrice riesce a rendere questa atmosfera di irrealtà all’interno della più scontata e comune quotidianità. Il dubbio, il mistero, il flebile confine tra ciò che è vero e ciò che è immaginario, viene oltrepassato di continuo, senza che lo straordinario venga percepito come evento eccezionale. Il lettore è in balia della scrittura.

A complicare le cose c’è il disagio. Senza remore l’autrice affronta situazioni che infastidiscono, inquietano, rendono problematica una lettura rilassata. Norah, la protagonista del primo racconto, deve affrontare il padre, ma ha problemi di incontinenza, (può non sembrare importante, ma sono scene di una tristezza e pena devastanti). Khadi cerca di raggiungere l’Europa attraverso il deserto, lungo la strada viene schiavizzata e costretta a prostituirsi nonostante un infezione che le tortura la vagina. Rudy, un uomo di mezza età è tormentato dal rimorso come dalle emorroidi. Attraverso questo equilibrio tra immagini allucinate che provengono dalla mente, e dolori fisici che più corporei è difficile immaginare, l’autrice legge la realtà attraverso uno sguardo moderno, che mescola sensazioni, flussi di coscienza, intreccia tutto e molto bene. Ma che è al tempo stesso molto facile da leggere, lo stile ti attrae e ti avvinghia per poi stritolarti con qualche termine messo lì a cozzare con il resto della frase o con una situazione imbarazzante.

Ossessioni, tormenti, rimpianti, i sentimenti che qualunque essere umano prova, come affetto, amore, compassione, vengono analizzati, scavati e messi a nudo per essere letti. Un libro ricchissimo, che è valso all’autrice il premio Goncourt 2009, che a noi italofoni può non dire molto, ma è tanta roba.

E’ bello immaginare che questo libro e questo stile nascano come l’autrice, nelle banlieu parigine. Nel punto d’incontro tra la cultura e la letteratura raffinata del novecento europeo e le immagini fresche e vitali, corporee, basse e vive, che provengono dall’Africa giovane ed esotica, tumultuosa. Figlia di padre senegalese e madre francese, Marie Ndiaye vive a Berlino (?!) ed è talentuosa.

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