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In fuga dalla realtà.

PANOPTICON_piattaDevo confessare un certo imbarazzo che provo quando amici e conoscenti sostengono il valore culturale della lettura. Leggere libri, leggerne tanti, pochi, belli e brutti non importa, rende persone migliori, più educate, civili. Cittadini esemplari. Tutti dovrebbero leggere. Ci si lamenta che il numero delle persone che leggono continui a scendere, la colpa è degli e-book e del cinematografo, della stampa a caratteri mobili, del cristianesimo. La conseguenza è un’inevitabile distruzione della cultura e della società, sprofondata in abissi di ignoranza e stupidità.

A parte l’evidente esempio di professori di letteratura italiana contemporanea gran lettori e grandissimi stronzi, forse non si pensa abbastanza a come funziona la lettura. Leggere è una dipendenza. Quando si parla di droghe leggere, e si cerca di equiparare la marijuana all’alcool o al fumo, dicendo che fa male solo se si esagera, bisognerebbe mettere nel gruppo anche i libri. Si legge per lo stesso motivo per cui ci si droga, per cui ci si ubriaca, per cui si sperperano gli stipendi davanti a uno schermo. La realtà, diciamocelo, a volte fa schifo. E a certe persone fa ancora più schifo. Morte malattia solitudine e la cosa peggiore di tutte: la noia. I libri, come l’alcool, sono un metodo escapistico socialmente accettato e con pochi rischi per la salute. Ad un prezzo tutto sommato onesto, a volte gratis in biblioteca, possiamo accedere ad alcune ore di evasione totale. Sollevati dal peso della quotidianità, un mondo di parole virtualmente infinito si spalanca ai nostri appetiti, sempre più insaziabili. Ogni volta che un libro ci piace, la nostra fame aumenta, tendente all’infinito e per questo impossibile da colmare. Alcune persone si perdono, precipitano dentro a questo abisso, auto-emarginati dalla società, tremendamente soli, ma sicuramente più considerati che un qualunque tossico. Bravo! Bravo! Com’è sapiente, quanta conoscenza! Lui sì che è infine giunto prossimo alla Verità. Considerate questo mentre leggete, nel caso lo facciate, lo strumento di perdizione di cui scrivo oggi. Perché Jenni Fagan, in Panopticon (ISBN, euro 17,50, pp. 399, traduzione Barbara Ronca), racconta proprio di alcuni nostri simili.

Sono sexy, sexy, sexy. Voglio essere toccata. Voglio scopare e baciare, e uscire dalla mia testa, però subito. È questa la cosa migliore quando scopi, il momento in cui la mente lascia il corpo. Se non fosse per quello non sarebbe così bello.

Queste sono le parole di Anais Hendricks, quindicenne scozzese e abituale frequentatrice di istituti e famiglie affidatarie da quando è nata. Alla periferia delle tristi città industriali del nord bisogna crescere alla svelta e Anais l’ha fatto prima di chiunque altro, avviandosi a una felice carriera di piccola delinquenza, brutte compagnie e una quantità di robaccia chimica inimmaginabile. Ora, ovviamente è nei guai, grossi guai, perché un’agente di polizia è in coma dopo essere stata pestata a sangue e forse è colpa sua. La nostra amica ci narra in prima persona il Panopticon, l’innovativo e già cadente istituto di ritenzione che la accoglierà in attesa della sentenza, la sua particolare architettura e popolazione, con una lingua quanto mai tagliente. Anais infatti potrà anche essere strafatta per la maggior parte del tempo, ma è una ragazza sveglia. Quando non è in botta e la obbligano ad andare a scuola prende sempre il massimo dei voti, ha una memoria formidabile e ha dei gusti decisamente particolari e stravaganti. Buttare giù schifezze da quando hai otto anni non ti lascia proprio tutto quadro e infatti Anais, come gli altri “ospiti” comincia a soffrire di allucinazioni, manie di persecuzione e altri disagi assortiti, mentali e fisici, che contemplano Malcom il gatto alato e L’Esperimento, misteriosa organizzazione che cerca di agguantarla.

Jenni Fagan cosa ci dà allora? Un libro scritto molto bene su una ragazza che cerca di scappare, in ogni modo possibile. Un occasione in più di espandere la nostra fame, vivere, comodamente seduti sulla poltrona, vivere per finta nel disagio sociale, nello schifo profondo della vita che alcune persone devono fare, percepire qualcosa di nuovo, un cibo, una bevanda prelibata. Anche il tartufo puzza, ma un pochino ogni tanto è molto buono e male non fa. Seguire Anais nelle sue disavventure ogni tanto vi farà attorcigliare lo stomaco, distogliere lo sguardo per il disgusto, e dubitare della sospensione dell’incredulità. Ma non importa. Perché tanto è tutto un libro no? Una fuga immaginaria, fine a se stessa, che mira alla soddisfazione di un nostro bisogno, della nostra dipendenza dalla fantasia altrui.

Non dovete pensare che l’autrice ha lavorato per anni in ospedali e carceri scozzesi.

Non dovete pensare che Rotherham non è molto lontano dalla Scozia e che tutto quello che ci racconta Anais Hendrick da qualche parte, in qualche tempo, è successo per davvero.

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A caccia di verità.

HEY, Ernest Hemingway? FUCK YOU! I have not read this book, but I have read about it, so this is not a review of the book itself. Its more of a review on Hemingway, the person, the fucking dick head that he is. If there is one thing that makes me a raging bitch, it is trophy hunters, and people disrespecting and shitting all over African wildlife. I read the back of this book in a bookstore at Kilimanjaro Airport, Tanzania. […] continua a leggere

Questa è la prima recensione proposta da Goodreads per Verdi colline d’Africa (Mondadori, pp. 256, euro 9). Non prenderò in considerazione molti argomenti che la lettura di queste righe mi ha suscitato la prima volta. Non scriverò di quanto sia fuori luogo e arrogante giudicare un libro di narrativa per quanto sia moralmente corretto. Non scriverò inoltre di quanto sia sbagliato giudicare lo stesso libro senza neppure averlo aperto. Non scriverò infine di quanto sia quanto meno poco elegante scrivere una recensione su Hemingway, the person basando il proprio percorso deduttivo su .gif animate che dicono FUCK YOU. Anche i lettori più appassionati riconoscerebbero senza troppi scrupoli che il defunto Ernest fosse una fucking dick head. Anche lui stesso lo ammetterebbe, credo. Con un supremo sforzo di empatia umana cercherò invece di comprendere cosa ha turbato tanto Idunsess, l’autrice di quel commento.

Tra i vari YOU SON OF A BITCH (anche su questo Ernest sarebbe decisamente d’accordo) si percepisce come la principale preoccupazione di Idunsess sia la questione morale della caccia grossa nella savana. Ed è sicuramente un problema. Anche io, che malauguratamente non avevo letto il retro della copertina, mi aspettavo qualcosa di più idilliaco. Avevo dimenticato che Hemingway è uno di quelli scrittori che si vantano di raccontare solo la verità dei fatti.

All’inizio del novecento alcuni scrittori pazzerelli decisero che anche la vita quotidiana fosse degna di essere raccontata. Ecco quindi meravigliosi libri in cui non succede assolutamente nulla, i gesti della normalità esaltati da un lessico superbo e periodi estremi. Hemingway compie un percorso simile, niente glorie immaginarie, anche lui vuole scrivere la verità delle cose di tutti i giorni ma, invece di nobilitare la vita con la parola, compie l’opposto: rende la sua stessa vita un romanzo, che merita di essere raccontato. Hemingway diventa un eroe omerico per poter raccontare di sé.

Racconta quindi un safari effettivamente compiuto in Tanzania dallo scrittore assieme alla moglie. E l’autore spara agli animali: rinoceronti, bufali, gazzelle, zebre. Tutte quelle magnifiche bestie che vivono in Africa insomma. Se avesse potuto avrebbe sparato anche ai leoni, ai ghepardi, agli elefanti, ai coccodrilli. Una cosa disdicevole, quella di sparare ad animali indifesi solo per avere un trofeo che dimostri l’abilità del cacciatore. Soprattutto se gli animali da preda sono in via d’estinzione e se l’obiettivo è solo un corno un dente o un orecchio con proprietà afrodisiache per qualche cinese col pipino che non tira. Leggendo pagina dopo pagina non si può non pensare “è sbagliato”. E condannare la caccia di frodo e la caccia di specie a rischio. Ma.

Averlo colpito senza ucciderlo era una gran mascalzonata. Non mi importava uccidere un animale, qualunque fosse, purché lo uccidessi di netto, tanto dovevano morire lo stesso e la mia interferenza nelle uccisioni notturne e stagionali che avvenivano senza tregua era minima, non mi lasciava nessun senso di colpa. Mangiavamo la carne e conservavamo pelli e corna. Ma mi sentivo nauseato in fondo all’anima per questa antilope maschio; e per di più la desideravo, la desideravo con tutta l’anima, più di quanto volessi ammettere.

Non è il caso di ricordare che l’autore viveva in un’epoca oramai lontana in cui i grandi animali africani non erano in pericolo. Hemingway racconta la realtà o meglio, si sforza di farlo. Il nostro mondo non è bianco e nero e le sfumature esistono eccome. Non vorrei fare il gesuita, ma il peccato del nostro autore non sembra così grave. Se, ripeto se il libro viene letto fino in fondo si potranno cogliere le mille contraddizioni dell’animo umano, le invidie e le gelosie, la brama predatoria ma allo stesso tempo l’infinita ammirazione per l’opera della Natura. I portatori vengono insultati quando non fanno il loro dovere ma i Masai sono ammirati come il popolo più bello e felice del mondo. Nella stessa pagina ci sarà la pietà per il destino di un animale ferito e il rimpianto della preda sfuggita. A caccia, sotto il sole, la pioggia, nelle paludi tra le canne e le zanzare, tra le verdi colline d’Africa si potrà assaporare qualcosa di vero, anche se non rispetta la nostra legge morale. Dimenticatevi struggenti descrizioni paesaggistiche o quelle cose da hippies, non ve lo potete aspettare da Ernest il torero. Vi potete aspettare riflessioni sulla vita e sul tempo, schegge di cristallo tra la polvere e gli zoccoli, discussioni sulla letteratura americana e ricordi di bevute con Ezra Pound.

La caccia un tempo era riservata a re e nobili. Aristòs, i migliori. Hemingway sarebbe stato uno di loro e oggi sarebbe stato d’accordo sulla difesa degli animali in pericolo. Perché altrimenti non sarebbe più potuto uscire col fucile in cerca di preda.

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