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I Buoni Propositi Per L’Anno Nuovo.

In questo momento dell’anno, dopo le feste, dopo i cenoni e i pranzoni delle feste, bisognerà raccogliere tutti i pezzettini di coscienza che abbiamo sparpagliato tra il tappeto e la lavastoviglie e ricostruire una nostra specie di identità che possa andare bene per le relazioni sociali quotidiane. Anche come lettori forse dovrete organizzarvi un po’. Respirate lentamente. Guardate alla pila di libri che vi hanno regalato (o vi siete fatti regalare per Natale). Pensate ai prossimi libri che il vostro gruppo di lettura ha proposto. Meditate sulle proposte editoriali di quest’anno che è passato. Gettate in là la vostra mente verso gli appuntamenti librari più attesi dell’anno che verrà: il prossimo Strega, il prossimo Nobel, il prossimo BookerPrize o Pulitzer. Respirate nuovamente, a fondo. Sicuramente il vostro amico/a vi consiglierà quel libro che dovete per forza leggere. Cercate di rallentare il vostro ritmo cardiaco respirando con calma. Ora pensate alla vostra lista di letture personali, solo un momento, giusto per ricordarvi che è lì e incombe su di voi come la torre nera sulle notti solitarie di Antonio Dorigo. Bevete un po’ d’acqua e magari sedetevi, tranquilli. C’è tutto un anno nuovo per voi.

Io per sopravvivere, mi sono creato uno schema, una lista o meglio: una rete a maglie larghe. Mobile e flessibile, che possa darmi la possibilità di destreggiarmi, si spera agevolmente, per tutto l’anno prossimo. Sono dei buoni propositi. Cose giuste buone e sante che dovrei impegnarmi a fare, ma che so anche che farò volentieri, per non far si che le intenzioni muoiano dopo il primo mese.

Leggere più libri scritti da donne.

Prima che scoppiasse il Caso Bolognese mi ero già messo in testa che dovessi fare di più per equilibrare le quote rose nella mia libreria. Le scrittrici brave esistono. Magari sono meno, ma questo non dipende dalla qualità della loro scrittura. Non è obbligatorio, ma forse leggere un capolavoro scritto da una donna ogni tanto può aiutarci a resettare le nostre abitudini e associazioni mentali. Magari una di queste:

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Leggere letteratura araba.

No afghani, iraniani, israeliani, turchi, genericamente musulmani, proprio arabi. La cosa restringe il tutto a una serie di paesi in cui pubblicare non è esattamente facilissimo, per una serie di motivi diversi. Personalmente sono un grande ammiratore dei basbousa e del babaganoush, degli arabeschi e delle tende nel deserto. Ma questo non basta, ovviamente. Una civiltà che ha almeno tredici secoli di storia forse merita un’esplorazione più approfondita. Purtroppo è un po’ difficile trovare grandi autori rappresentativi, mi farò aiutare da Editoria Araba, che forse mi consiglierà uno di questi titoli:

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Leggere un libro mio.

Non tutti i libri che leggerò saranno belli. C’è questo rischio. Tornerò quindi almeno una volta nel porto sicuro di un autore o di un genere che amo. Questo è il punto più facile della lista dei buoni propositi, mi sa. Anche perché è uguale al punto quattro, che dice:

Leggere più Levi più Calvino più Buzzati.

Questa è la mia lista dei buoni propositi e ci faccio quello che voglio. Gnà.

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Leggere più cose di adesso.

Ecco infatti il punto più faticoso per me. Muninn ormai lo sapete, in norreno significa memoria, e per me è molto più facile guardare indietro, anche di pochi anni, dove molta gente è già passata o lungo sentieri un po’ trascurati, per dire la mia. Il tempo fa molto del lavoro di selezione che mi impedisce di perdere prezioso tempo con letture orribili, certo, ma io vivo qua e ora. Cosa leggere? Boh. Huginn ancora non ha aperto un blog, ma ho tanti amici che ne hanno uno e sono più svegli di me.

Leggere Michele Mari.

Ho fatto un voto. Solo dopo la laurea. Un anno dovrebbe bastare.

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Sono sei propositi, non tanti, più facili da rispettare di quello che sembra e per quello forse funzioneranno. Forse. Ma la cosa bella dei propositi per l’anno nuovo è che già dal giorno dopo li puoi infrangere e chissenefrega. Tanto sappiamo tutti come andrà a finire.

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Buon Anno!

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Vita e morte nel bosco.

Scan0001C‘è stato un periodo, un breve tratto della mia vita, trascorso nel bosco. Non era un bosco antico o pieno di segreti e io non ero così avventuroso da cercare quelli che pure ci dovevano essere. Nel piccolo paese di montagna dov’era nata mia nonna trascorrevo tutte le estati da quando ero bambino, un bambino troppo obbediente e pauroso per andare da solo su per il fianco del monte. Era già un ragazzo pieno di voglie avventurose represse quello che cominciò a girare, sempre troppo vicino alle case, insieme a un compagno di città e a uno del paese che, per qualche strano caso, era per un quarto norvegese. Come una piccola squadriglia di incursori pattugliavamo il bosco secondario, pieno di fossi e di vecchi muretti a secco coperti di muschio, con spade e mannaie rubate dagli scarti taglienti della coltelleria. Un mese era poco, troppo poco per arrivare fino in fondo a quei boschi, in valli antiche e abbandonate, piene di alberi marci e caduti. Troppo poco per conoscere strani vecchi che raccontassero storie ancora più strane; troppo poco per imparare tutti i nomi dei posti e il modo per arrivarci. Ma sufficiente da ricordarlo per sempre. Gli animali non parlavano, i genî non uscivano dagli abeti per parlarci, gli uccelli neppure parlavano. Forse eravamo già troppo vecchi o forse erano gli alberi a non esserlo abbastanza. Forse la foresta cantava, ma noi avevamo dimenticato come fare a capirla, forse non lo avevamo mai saputo. Non sapevamo, ma sentivamo però che era là a mormorare nel suo strano alfabeto, fatto di masse e di colori, di suoni e di ombre. Noi in mezzo, solo di passaggio.

E questo non è molto diverso da quello che ho sentito leggendo Il segreto del Bosco Vecchio (Mondadori, euro 9, pp. 149) che è una fiaba, eppure non lo è. Perché della fiaba ha la magia, i nomi, i colori, i luoghi e gli animali, ma tutti guardati con lo sguardo cinico e sensibile di Dino Buzzati. L’ironia e la fantasia dell’autore danno un movimento imprevedibile a stili e trame vecchie come le pietre delle montagne, nascoste nella memoria di tutti i bambini. Quella memoria lontana e quasi persa, sotto strati di camuffamenti e tremende banalizzazioni, viene recuperata e deformata, malleabile come cera per parlare al posto dell’autore. Se nella foresta c’è un drago, il drago è cattivo e chi lo uccide sarà buono. Forse.

Perché il bosco vecchio è speciale, ovviamente: ma non è “dimensione incontaminata che simbolizza la vita come forza gioiosa e gratuita, disinteressata ed eterna”, non è una favola ecologista, anticapitalista, anticonsumistica, naturalista. Il vecchio bosco è bello, è antico, ma fa anche paura. La notte, al buio, i tronchi immensi degli alberi chiudono le stelle e rumori misteriosi si alternano a silenzi ancora più terribili. I topi rosicchiano lentamente le travi del soffitto e orribili incubi dalla testa di vitello scarnificata o dal molliccio aspetto globulare tormentano il sonno dei bambini ammalati. Paure senza volto, orribili carrettieri dagli occhi di brace e guerre entomologiche tra vermi e vespe, vomitevoli e silenziose battaglie del mondo microscopico. Ma ci sono anche i vecchi gufi saccenti e gli animali parlanti, ci sono i genî che vivono silenziosi dentro alle piante e ci sono i giochi dei bambini che sanno la lingua del bosco, i venti hanno un nome simpatico e portano le notizie lontane. Gli scoiattoli mangiano le noci e i conigli brucano le foglie di tarassaco. Ma nessuno che sia cattivo, oppure buono? Dov’è l’insegnamento? Dov’è l’educazione?

È forse cattivo il colonnello Procolo, che vuole uccidere suo nipote Benvenuto per prendergli la sua parte di bosco? Ma parla con gli animali, non è cosa da poco! Risparmia il Bosco Vecchio, avrebbe potuto tagliarlo, che divieto lo impediva? È cattivo il vento Matteo, che ha seminato così tanta distruzione in tutta la valle ma che era bravissimo a far suonare le punte degli abeti soffiando antiche canzoni di guerra? Il male è dentro tutto e parte di tutto. Son cattivi i gufi i genî indifferenti i bambini sciocchi gli icneumoni sanguinari i vermi famelici?

Dino Buzzati racconta, per la prima, per la seconda, per l’ennesima volta, la bellezza di storie sempre uguali, di ricerche impetuose e di deludenti scoperte, quando il tesoro tanto bramato non vale l’innocenza perduta né la strada fatta. Con ironia e profondità, incredibile cinismo e spietata simpatia, l’autore crea un modo fatto di rimpianti e di ricordi, di vecchiaie tristi e di infanzie perdute, con una dolcezza e una fantasia capaci di farci dimenticare la morte, che arriva per tutte le creature. Lui aveva il dono, non di parlare con le bestie o gli spiriti, ma di di dare nome, forma e colore a quegli antichissimi sommovimenti dello spirito; che solo quando si è da soli, come in un bosco, si può quasi credere vengano da fuori, dalle piante, dagli animali. Noi passiamo e non sempre capiamo ma sempre torniamo per guardare l’antica foresta, i suoi misteri e noi stessi riflessi nel buio.

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Lo strano Natale di Mister Buzzati.

il panettone non bastòChe senso ha scrivere un articolo di Natale due settimane dopo Natale? Ormai tutto è finito, passato, svanito e non bastano lucine lungo le strade, abeti di plastica pieni di palle colorate, neve di polistirolo su regali di polistirolo. Non basterebbero neppure le cose più genuine. Non bastano di certo mille mostre del presepio di provincia, ricolmi di statuine della Thun su drappi porpora luccicanti, l’aria pregna dell’Adeste Fideles cantato da Albano. Ormai, ragionando da gretti materialisti, non beccherei neanche molte visualizzazioni sul blog. Natale passa di moda molto velocemente. Lo scotch che regge le ghirlande sulle vetrine resisterà almeno fino all’Epifania, quando le grosse scritte SALDI ricoperte di fiocchi di neve argentati le sostituiranno nel giro di una notte. Anche le raccolte, pubblicate dagli editori appositamente per racimolare qualche vendita da parte di lettori annoiati, vengono ritirate nei magazzini. Giallo di Natale, noir di Natale, amore sotto l’albero, almeno settecento versioni diverse del Canto di Natale di Dickens: in brochure, tascabili, illustrate, per bambini, tratte dal film 3D con Jim Carrey, con gli animali, con zio Paperone. Ma forse ci sono libri che restano sugli scaffali tutto l’anno, un po’ nascosti magari, tant’è che i librai si dimenticano di metterli in bella mostra all’inizio di novembre. C’è da dire a loro discolpa che stanno tanto bene dove sono. Grazie al lavoro di Lorenzo Viganò la Mondadori ha ripubblicato quasi tutta l’opera di Dino Buzzati. Ogni opera introdotta da un saggio del curatore e la copertina meravigliosamente colorata dai disegni dell’autore stesso. Ora, togliere uno dei libri dalla fila di coste dai mille colori diversi sembra quasi un sacrilegio. L’appassionato buzzatiano quindi punta all’acquisto dell’intera nuova pubblicazione, nonostante abbia sugli scaffali già un paio di edizioni diverse del Deserto dei Tartari. Poco importa se per rimpinzare le pagine ogni libro porti con se un’inutile e logorroica biografia + bibliografia scopiazzata dal meridiano, che il lettore occasionale salta a piè pari e il lettore appassionato conosce già.

Il panettone non bastò (Mondadori, pp. 162, euro 9) è una raccolta di scritti, racconti e fiabe natalizie dello scrittore. Articoli, brevi fiabe e persino un fumetto sono stati raccolti assieme perché raccontavano il Natale. Alcuni inediti, alcuni articoli un po’ di maniera sui tempi che cambiano e alcune autentiche perle di patetismo e angoscia. Infinite variazioni di titoli natalizi: Strano Natale, Natale come una volta?, Fiaba di Natale, Atroce Natale, Troppo Natale, Rabbia di Natale, Lo stacco di Natale, Lo strano Natale di Mister Scrooge, Bonifica di Natale. Sempre uguali e sempre diversi, come il 25 di ogni anno, rigido nelle tradizioni fin sul menù del pranzo ma proprio per questo teatro manifesto dei profondi mutamenti dell’anima. Novelle tristi e raccontini allegri, sempre una profonda nostalgia per un mistero lontano e irraggiungibile.

Ho scritto prima che la copertina è disegnata da Buzzati, una foresta, gli alberi colossali contorti e neri, tonalità di grigi nel buio della notte invernale, la casa isolata e il cacciatore col suo cane sono piccoli, più piccoli del normale, perché è così che si sentono nel freddo dell’inverno montano. Le piccole luci gialle che vengono dalla casa, un calore piccolo e distante ma così prezioso e caldo, il Gatto Mammone che guarda fuori dalla tela. I racconti oltre la copertina illustrata sono così: un solitario muoversi tra le ombre, tra montagne di pietra o di regali inutili, soli in mezzo agli sconosciuti o con la mente persa al passato. Ma ci sono le luci laggiù, non le vedete? Non le raggiungerete mai, come i due piccoli personaggi sulla copertina, intrappolati nella tempera ma sapete che sono là e vi aspettano, anno dopo anno. Quel calore che non si sa spiegare perché ma che almeno per una volta all’anno ci rende tutti più buoni. Che non è vero si sa e ci pensano i telegiornali ad aggiornarci il giorno dopo su quanti omicidi ci sono stati la notte di Natale. Ma un’illusione forse serve più della verità. E si sente la speranza e si sente Dio e si sente che cos’è questa notte così bella per i bambini, per chi aspetta Babbo Natale e per chi non lo fa più. E poi ci si meraviglia scoprendo che Buzzati il Natale non lo festeggiava. Niente albero, niente presepe, niente regali, solo la tradizionale cena a casa della madre o della sorella e poi via via tra le montagne. E poi ci si meraviglia e alcuni dicono che non sia vero, che Buzzati non credesse neppure in Dio. Come ha fatto, rispondono offesi, a scrivere Lunga ricerca nella notte di Natale? Che è più piena di divinità e di beatitudine di tomi e tomi di libri di teologia? Era solo maniera? Era solo un lavoro? Ci ha preso in giro forse? Che brutta cosa farlo proprio col Natale, dicono gli ipocriti. E lui che invece ci credeva veramente, in tutto quello che scriveva, credeva nelle cose brutte e nelle cose belle, nel Natale e nel fatto che al Natale non ci credesse nessuno, neppure lui.

Dan, dan! Mezzanotte. E si era appena cominciato, e le cose più nostre e importanti restavano ancora da dire. Amen, è Natale. Alleluja!

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Naufragi.

Fuori c’è l’allegra piazza di […] con le palme, le panchine, i chioschi, il sole, e persino quell’aria serena di festa portata qui dall’estate balneare. Ma appena si entra vien meno il fiato. Ci si aspetta uno spettacolo macabro. Vi è invece una cosa incredibilmente gentile: di qui la sua infernale potenza. Lungo le pareti dell’ampia sala hanno disposto tre specie di panche, ricoperte di bianchi teli. Due più brevi ai lati, una lunghissima di fronte. Su quella a destra giacciono tre donne e una bambina non ancora identificate, coperte fino al petto da un lenzuolo. Ma è sul rimanente che gli sguardi si fermano pazzescamente affascinati. […] 

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Nel resto dell’articolo citato qui sopra non troverete le seguenti espressioni: tragedia annunciata, tragedia nella tragedia, rabbia e dolore, l’Europa si muova, Bossi-Fini, ministro Kyenge, reato di clandestinità. Non so se sia effettivamente cambiato qualcosa nel modo di fare giornalismo. So solo che Lampedusa per me resta un’espressione puramente geografica e trecentocinquanta è sempre la cifra che segue trecentoquarantanove. E’ solo colpa mia, che sono cinico? Una volta, tanto tempo fa, avevo provato a scrivere delle cose per un giornale locale: «Solo i fatti, solo ed esclusivamente i fatti, niente opinioni». Non che sia sbagliato certo, bisogna essere obbiettivi, avvicinarsi il più possibile alla verità dei fatti. E nessuno scrive più elzeviri, nessuno scrive più un articolo come quello sopra, sembra che bastino le parole tragedia e lutto, orrore e dolore per descrivere la morte. Chi potrebbe scrivere “pazzescamente affascinati”?

Dopo i numeri, le interviste a sindaco, pescatore, presidente e subacqueo, per non parlare del Papa, nessuno che racconti le storie di chi è rimasto sott’acqua o di chi è stato rispedito a casa. Si parla si parla si parla di quanto una legge abbia causato questa brutta faccenda. Gli eserciti di telecamere e microfoni lentamente si ritireranno, in altri luoghi ci sarà da combattere per un immagine, per una parola. E le onnipresenti “rabbia e dolore” come epitaffio. Le parole sono delicate, le parole si sciupano se vengono usate troppo.

L’articolo sopra è stato scritto da Dino Buzzati, quando nel ’47 una barca che trasportava i bambini di una colonia di Alberga affondò. Quarantaquattro sono le vittime, tutte tra i tre e i dieci anni più tre maestre. Un altro naufragio. Buzzati si mise seduto dentro al grande salone della croce bianca, unico vivo, a battere a macchina. E non scrisse, cantò. Cantò come un menestrello dei tempi antichi ma nella lingua dei giornalisti. Un cantore che narrava le cose distanti e lontane ma che con la sua melodia componeva immagini struggenti. Lui era là, vedeva e noi vediamo ancora e vedremo sempre, sentiamo l’odore dell’olio solare, il mare il sole e la mostruosa tranquillità della camera ardente. I nomi dei bambini, le madri che arrivano in treno da Milano. Tutto quello che deve succedere tra una madre e il suo figlio che non è più.

Gli articoli di cronaca nera sono stati raccolti da Lorenzo Viganò in La “nera” di Dino Buzzati (Mondadori, pag. 752, euro 19). Il primo volume, Crimini e Misteri raccoglie omicidi e crimini comuni (vi consiglio l’ottima recensione di Polimena su Trecuggine). Il secondo invece comprende tutto quello che sfugge al controllo umano, le peggiori tragedie a cui Buzzati ha assistito nella sua vita di giornalista e si chiama Incubi. I bambini di Alberga, il disastro aereo di Superga, dei Parà morti misteriosamente uno dopo l’altro, la morte di Ascari a Monza, treni deragliati, incidenti aerei e navali, il disastro del Vajont. Sempre con lo stesso misto di cinismo e sensibilità il giornalista affronta la notizia. La morte, la morte vera, non quella che aleggia sempre nei suoi racconti ma che è pur sempre un personaggio. E si sente, ogni volta, il dolore. Non lo si legge solamente. Più di una volta mi sono trovato a piangere per persone morte decenni fa, persone lontane, sconosciute di cui non dovrebbe importarmi niente.

Mentre qui in questo tempo si discute ancora di cosa si sarebbe dovuto fare, di cosa ha sbagliato chi, di soldi, di colpe di vergogne la voce di Buzzati arriva da un altro mondo, spalanca l’abisso con delicatezza e ci dice: «Ma non capite che tutto questo affanno non serve a nulla?».

Soprattutto terribile mi sembrò un padre. Guidato come un automa da un infermiere ritrovò quasi subito il suo bimbo. Era un signore sui trent’anni vestito correttamente di grigio, dal volto nobile e in certo senso avventuroso. Veniva da solo. L’infermiere presto lo lasciò richiamato da altre scene miserande. E lui non disse una parola, non ebbe un sospiro o una lagrima, lo vidi anzi poco a poco diventare di pietra. Fissava con avida intensità il figlio nato inutilmente da lui e mi parve di leggere nella sua faccia un rimorso cupo, senza rimedio, quasi che tra l’uomo e il bimbo ci fosse stato un lungo e meschino malinteso.

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Preparativi.

arts-graphics-2008_1183482aPer le solite e immeritate vacanze estive una sola cosa si è rivelata nel corso degli anni assolutamente fondamentale. Che io sia al mare o in montagna solitamente riesco a cavarmela mettendo in valigia un costume, un paio di scarponi e uno smocking. A volte neppure quello. Una sola cosa serve veramente. Siccome siamo in un blog dove si scrive di libri non sarà lo spazzolino o la Settimana Enigmistica. Ma LA LISTA. Dalle Alpi alle Ande, dal Manzanarre al Reno, tutti vorranno sicuramente sapere che libri dovrò comprare/rubare prima di partire. E allora squillino le trombe, rullino i taburi, ronzino i kazoo.

La nera di Dino Buzzati– (ovviamente) Dino Buzzati
È la raccolta fatta da Mondadori degli articoli di cronaca nera del mio scrittore preferito. Da tenere sul comodino e leggere prima di andare a letto.

Verdi colline d’Africa – Hernest Hemingway
Non so molto di questo libro effettivamente ma mi aspetto delle colline molto verdi e del machismo. È da un po’ che non leggo Hemingway, mi sembra giusto ricominciare.

Io sono un gatto – Natsume Sōseki
Miau miau miau.

Il signore dei lupi – Alexandre Dumas (padre! Per carità!)
Dumas è un genio, mi leggerò con gusto questo breve romanzo sui lupi mannari. Roba eccentrica.

La mia autobiografia – Charlie Chaplin
Sono anni che vorrei leggerla, da quando ho visto il film con R.D.J. È un bel supermattone, ma ci vuole.

Primo comando – Patrick O’Brian
Idem come sopra, per questo l’ho regalato alla morosa. Così poi lo rubo. Grandi speranze per l’accurata ricostruzione storica della vita sui velieri durante le Guerre Napoleoniche. Altro che pirati di sti caraibi.

Adriano VII – Frederik Rolfe
Non c’è nessun Adriano VII. Cercate pure. Libro strano strano strano. Scritto all’inizio del ‘900, adocchiato al Libraccio dei Navigli.

Chissà se riuscirò a leggerli tutti quest’estate. Intanto li prendo. Un po’ di accumulazione compulsiva non fa male. Se mi piaceranno troverete molto probabilmente le recensioni, nel prossimo mese, nei prossimi mesi. Ma ora vi si presenta un’opportunità imperdibile. Ci sono persone che darebbero di tutto per poterlo fare. In passato sono stati offerti un kebab, un posto da titolare al posto di Schelotto e una tuta da sommozzatore. Per cosa? Consigliare i tre libri che mancano per fare cifra tonda. Tema libero. Gentili lettrici e lettori di Muninn | libri da ricordare, fatevi onore.

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L’onestà delle puttane.

«I mostri di Dino Buzzati, eh?» Disse il presidente della mia commissione di laurea. «Interessante, interessante…io l’ho anche conosciuto sa?…personaggio inquietante Buzzati, andava con le prostitute…(ammicca)…ma prego, prego, ci esponga il suo lavoro». Il mio lavoro. Certamente mediocre, pieno di errori, scritto con passione certo ma nel complesso misera cosa, non valeva tutto il tempo perso avanti e indietro da Milano per sentirmi dire dal relatore che i titoli delle opere vanno sempre in corsivo. Era un’idea, una bellissima idea, un principio di studio, ma senza nessuno che la nutrisse con le dovute cure e conoscenze, invece di crescere e fiorire rimase sempre il disegno di un fiore. Probabilmente non si aspettava, il presidente, che parlassi di draghi, gatti mammoni e babau, lui voleva i mostri dell’anima, voleva Dino Buzzati, il mostro.

Doverosa fu, dopo la laurea, l’indagine. Ero infatti curioso di capire perché per me e per il presidente, come per la critica, esistessero due Buzzati: il primo, quello delle fiabe, dei boschi fatati, dei draghi e dei sogni dei bambini; il secondo, quello tremendo, sadico, misogino. Sopra tutti stava un romanzo, Un amore (Mondadori, euro 9,50, pp. 262) che svettava come un obelisco peccaminoso tra orsacchiotti siciliani, austere fortezze e magie borghesi.

Fin da subito si sente un’atmosfera diversa, è innegabile: non più deserti incantati, montagne inaccessibili, province immobili, ma una Milano sporca e puzzolente, vera delle sue strade e del suo dialetto. La città è scoperchiata, attraversata da un flusso di coscienza fatto di voci, di suoni, che vengono dai bassifondi della metropoli, dalla vita che brulica sotto i tetti neri e tra i vicoli scuri che non ci sono quasi più e già allora stavano scomparendo, sepolti dai palazzi di una modernità scintillante e borghese. Ma è proprio sotto questa facciata di pulizia e decoro che si muove Antonio Dorigo, architetto, scenografo di successo e frequentatore di bordelli. Le prime pagine sono un’esplorazione delle attività sessuali di Antonio, della sua inadeguatezza con tutte le donne, del suo disprezzo, del suo sadismo. Senza pudore l’autore (perché è l’autore a parlare, attraverso il suo personaggio) descrive i suoi gusti in fatto di donne: le vuole giovani, anzi giovanissime, ben depilate e abili, addestrate a tutta una serie di sconcezze. Dall’atmosfera militare e asessuata della fortezza Bastiani ci si ritrova persi in un vorticare di prostitute, maschiette, puttane, troie. Buzzati utilizza tutti i vocaboli esistenti. Disorientati si cerca una via d’uscita da questo labirinto ma l’unico punto fisso è l’autore, con la sua confessione. Anche l’amore, perché “amore” c’è nel titolo e di amore il romanzo parla, quando arriva non sembra cambiare nulla: seguiamo impotenti il precipitare di Antonio nella disperazione, nella gelosia, nell’affanno, tutto per Laide, una piccola e insignificante ragazzina, neanche troppo bella. Pagina dopo pagina aspettiamo sotto al palazzo dove lei si sta preparando, trepidiamo davanti al telefono da cui arriverà la sua chiamata, attendiamo inutilmente che ci sia una svolta, un salto fuori dal buio.

Questo è un libro che parla di cose brutte, di cose sporche e meschine, inganni e bugie. Cosa ha a che fare quindi con l’amato Buzzati (così amato che mai riuscirò a scrivere di lui in modo decente) con tutte queste porcherie? Perché dovremmo leggere una cosa del genere, in cui tutte le donne sono prostitute e gli uomini soli, dove la speranza è fondata sull’inganno? Perché è un libro onesto. A differenza di chi scriveva per creare una nuova società e di chi invece lo faceva per scappare da questo mondo, Buzzati scriveva perché ci credeva. Come Antonio credeva in Laide. La letteratura smette di essere affabulazione e menzogna quando chi scrive ci crede quanto chi legge. Non bisogna scandalizzarsi perché si va a puttane, questo non è un romanzo erotico, come c’è scritto nel retro di copertina. Questo è un libro che parla di una storia d’amore, una di quelle vere, che capitano tutti i giorni e che come a tutti è successo, bruciano lì, sotto lo sterno.

Tra la melma il fango la sporcizia e la nebbia che avvolgono le strade e le righe di questa storia varrà sempre la pena tirare avanti, questo Buzzati non è diverso da quello che racconta fiabe, scrive sempre delle stesse cose: della necessità di credere nelle cose, nella vita, nella morte. Dorigo potrà sentire le file sterminate di alberi che gli parlano e lo avvertono mentre sfreccia lungo l’autostrada, e vedere una squallida puttanella diventare nuvola e poi fulmine, particella di luce che volteggia sicura e leggera sopra le sfortune e le miserie della condizione umana.

“Dino Buzzati ci fa capire che esiste una verità, sebbene nascosta, ed esiste una vita, sebbene tradita dall’uomo, che merita di essere vissuta.”

– E. Montale

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