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Libri che per un motivo o per l’altro, fanno parte del canone della civiltà occidentale. Se questo non fosse abbastanza convincente per una lettura ecco un paio di motivi in più.

Il dramma scozzese.

Macbeth-coverDa dietro una quinta osservo teso i miei compagni di classe. Sul palco una tredicenne vestita di bianco sfrega le mani cercando di rimuovere macchie immaginarie e nel sonno lancia grida tormentate che fanno rabbrividire il pubblico e noi, oltre le pesanti tende. Tra poco tocca a me, altro mondo, altro tempo, altre strida, prima di tornare nella Scozia dell’Anno Mille o su un treno che viaggia verso una meta sconosciuta, nella Sicilia degli anni venti o in un paesaggio ucronico e assurdo. Di nuovo Scozia, di nuovo Medioevo. Alle ragazze più carine toccava la parte delle streghe, ovviamente, per un Macbeth smarrito e disperato, ipnotizzato come noi dalla ridda in rima.

Fair is foul, and foul is fair.
Hover through the fog and filthy air

È tremendamente difficile accostarsi a Shakespeare. All’enorme peso che le sue opere hanno avuto e continuano ad avere nella storia della letteratura e dell’arte mondiale, corrisponde una opposta e irriducibile sfuggevolezza della materia su cui si basa questa fama. Drammi incompleti, ricopiati, interpolati, ricuciti e tradotti, in prosa e in altre lingue, raccolti per essere letti o recitati ad alta voce, in teatro in mezzo ai popolani che si accoppiano sulle gradinate o di fronte al re nei suoi appartamenti privati. Opere che parlano di sogni, di incubi, fantasmi e visioni. Nebbia e illusione affollano il teatro del Bardo. Il regista poi, ogni volta, e con lui gli attori, interpretano, inventano, tagliano e aggiungono, ogni volta una cosa nuova eppure così antica. Nel 1936 Orson Welles, prima del film, ne curò una versione teatrale, nota come Voodoo Macbeth. Gli attori erano neri e invece che in Scozia il dramma era ambientato ad Haiti. Nei buchi della trama i lettori del copione riversano pulsioni sessuali inespresse, maternità interrotte, allusioni politiche, teologiche. A causa della straordinaria densità semantica riversata in ogni verso, una singola parola detta o solo immaginata, può cambiare il senso a tutta l’opera. How tender’tis to love the babe that milks me Da dieci anni però, ho ancora in mente le grida dell’attrice, e le esitazioni dell’attore che impersonavano Macbeth e la sua sposa. Mentre molto altro è già scivolato via, a raggiungere tutta l’altra materia di cui sono fatti i ricordi, loro li vedo ancora.

Out, damned spot! Out, I say!

Facciamo allora una cosa vietatissima. Togliamo, uno alla volta tutti i personaggi di contorno. I Thane di di Scozia e i soldati inglesi, Macduff e famiglia, medici e dame di compagnia, servitori e vedette, togliamo il portiere ubriaco che fa battute sull’erezione, togliamo persino le streghe, le sorelle fatali che predicono il futuro di Macbeth, e con loro tutti gli spiriti, la nebbia, i tuoni e i fulmini i corvi i gufi i terremoti che sconquassano la notte sulla brughiera e che tanto danno all’atmosfera dell’opera. Cosa resta? Loro due, marito e moglie. Per nessun altro motivo apparente che non sia la propria ambizione, decidono di uccidere il re, un buon re. Per tutto il resto del dramma dovranno affrontare le conseguenze del loro atto scellerato. Non c’è onore, amore, vendetta, inganno, giustizia, cecità, che possa sostenere il loro incedere tragico. Edipo almeno era cieco. Amleto adirato. Otello geloso. Loro hanno solo l’altro a sostenerli. È la loro solitudine a renderli così grandi. Come Faust hanno venduto la loro anima alle potenze infernali, ma invece che ricchezze e onori, ne hanno ottenuto solo sofferenze, soli con le proprie scelte, insicurezze, dubbi, paure e rimpianti consapevoli di essere nel torto, di fare il male. Entrambi dovranno indurire il proprio cuore, o perire.

I have almost forgot the taste of fear.

Il sangue scorre a fiumi e impregna vestiti e anime. Ma i personaggi magnanimi si innalzano comunque in questo mare arrossato, nonostante il peso del manto reale sia troppo per loro. Macbeth è una tragedia di sapore quasi cattolico, che parla di libero arbitrio a un mondo Riformato, dove si è soli di fronte a Dio e al suo disegno incomprensibile ma pur sempre liberi di ribellarvisi. Rimettiamo quindi al loro posto tutti gli altri personaggi, che hanno importanza anche loro: streghe bitorzolute e buoni sudditi. Ritiriamoci dietro le quinte a guardare gli attori che strepitano sul palco una storia che non sembra avere molto senso. Prepariamoci perché i prossimi a salire siamo noi.

Questo libro è stato letto in occasione della #maratonashakesperiana organizzata da Scratchbook su Facebook. Per partecipare guarda QUI.

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La nostra via di qua dal sonno.

 

41B9aDej2lL._SX316_BO1,204,203,200_Primo Levi racconta, in un intervista, che uno dei suoi più grandi rimpianti fu quello di non aver viaggiato. Dopo tutto quello che gli era successo c’erano così tante cose da fare: il matrimonio, la famiglia da mantenere, il lavoro di chimico, la fabbrica da dirigere, i figli da mandare a scuola, la vita normale insomma. Per la fabbrica di vernici andò in Germania e in Russia, a risolvere i problemi dei clienti, ma non era esattamente quello che intendeva per viaggiare. C’era stato un periodo della sua vita, così piacevolmente lontano da qualsiasi concetto di viaggio organizzato, che ricordava sempre con piacere, che riempiva le serate con gli amici e poteva raccontare senza timore di rattristare o disgustare i suoi ascoltatori. Subito dopo essere stato liberato dalla prigionia Levi fu infatti sballottato lungo tutta l’Europa dell’Est per mesi, senza una meta o un posto definitivo dove fermarsi che non fosse un Italia vagheggiata e lontana come l’Itaca di Ulisse. Seguendo binari sincopati e interminabili percorsi a piedi tra pianure boschi e paludi di Polonia e Bielorussia Levi aveva seguito il percorso casuale e caotico dell’Armata Rossa in smobilitazione, epico organismo multicefalo governato solo dall’ordine supremo di rientro e dalla voglia infinita di tornare nelle proprie case, in treno, a cavallo, a piedi o su taxi e pulmann saccheggiati nella Germania nazista.

Di questo viaggio picaresco Primo Levi ci riporta i luoghi e gli stati d’animo che lo accompagnavano, ma soprattutto le persone incontrate. Personaggi e avventure raccontate con l’esperienza del narratore navigato, che ha raffinato il suo eloquio smussando gli angoli ed esaltando le tinte dei suoi racconti davanti a platee di ragazzini delle medie e durante serate tra amici, prima di pubblicare La tregua. Sono racconti. Tristi allegri o semplicemente notabili, ma in cui non viene mai meno l’esigenza profonda di ogni racconto: riferire lo straordinario e quanto di anomalo o inaspettato può succedere nella vita. Curioso, e fatalmente incompreso dai suoi compagni di viaggio, lo scrittore annota e registra nella sua memoria visi, lingue sconosciute e paesaggi immensi. Un mondo sparito, e non solo a causa dei rivolgimenti della guerra, della caduta degli imperi, della fuga degli ebrei aschenaziti in Israele o per la Guerra Fredda. È un limbo fragile, che durerà finché Russia e USA non si saranno spartiti l’Europa in rovina, le improvvisate famiglie di guerra dovranno decidere in che paese vivere e tutti i rifugiati saranno tornati alle loro case. Circondato da prigionieri, profughi, soldati e cittadini multilingui, Levi vive in un Europa così mescolata e imprecisa, senza cartelli e confini stabili, multiforme ibrida e promiscua. In questa Babele tutti si capiscono, parlando il linguaggio del commercio, quello dell’Amore, la mimica teatrale, il latino oppure il tedesco. A volte se si ha fortuna anche in italiano. Prigionieri, nemici e alleati sono mescolati in un calderone irrazionale fatto di sesso occasionale, borsa nera e burocrazia folle, campi profughi allestiti in mezzo alla foresta, mandrie di cavalli saccheggiate per settimane e zingari che si muovono su carri grandi come case.

In questo mondo fragile i personaggi di Levi sono vivi, memorabili, ma non per una loro reale esistenza in qualche punto dello spazio tempo, ma per il soffio che l’autore ha saputo instillare nelle parole che ce li descrivono. Dantesco il Moro di Verona, vecchio e roccioso muratore, instancabile lavoratore e bestemmiatore raffinato, scuro di pelle e bianco di pelo, Caronte senza traghetto. Ancora più antichi e primordiali gli amici faccendieri, il romano Cesare e il greco Mordo Nahum, fratello volpe e fratello lupo, che fanno della sopravvivenza un’arte. I russi, chiassosi e ubriachi, forti e felici, vittoriosi e idealisti, un unico personaggio che si invera in singole sostanze con cui litigare, da cui ricevere ordini, di cui innamorarsi, da ammirare e da comprendere. Levi si scontra e si incontra con il ridicolo e con la tragedia.Vive.

Ma questa è una pausa, un limbo,un sogno, una tregua, che Levi ricorda e rimpiange. Prima di tornare a casa, prima di ricominciare la vita normale. L’incubo è finito, ma nulla impedisce ora al sogno di terminare, come è già terminato una volta. Per lasciare il posto al terribile risveglio. Un libro pieno di vita, di cose fatte, viste e annusate, toccate, ricordate e ascoltate, vissute e sognate, si apre e si chiude con immagini di morte e di orrore. La realtà dei compagni morenti e morti, il piccolo Hurbinek senza lingua, figlio del campo di concentramento, l’incubo che torna a tormentare la pace, il capo chino per terra a cercare qualcosa da mangiare o da scambiare. Un odio verso i tedeschi e la loro ottusa obbedienza che Levi fatica a trattenere, se non poi provare altro che pena nel vederli abbruttiti e affamati che si aggirano tra le macerie della loro Patria. La paura che nessuno creda, che nessuno voglia ascoltare. Che il sogno finisca di nuovo. L’ombra non ha vinto, certo, e Levi ha vissuto ed è stato molto felice, ma come un pugnale maledetto Auschwitz gli ha lasciato una ferita che lo tormenta ad ogni anniversario. Luce e ombra. Le due cose vanno assieme, dice Levi, con le sue facce sorridenti nelle foto in bianco e nero: attorno a una stella c’è sempre tanto buio.

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Coro funebre.

Un giorno di due secoli fa, un giornale della Costa Azzurra pubblicò il necrologio del famoso e oramai ricchissimo inventore della dinamite e “mercante di morte”. Quel giorno, leggendo la notizia del suo funerale, possiamo solo immaginare i sentimenti contrastanti che invasero l’animo di Alfred Nobel, già addolorato per la morte del fratello, inavveduto portatore del suo stesso cognome. Fortunatamente per noi, invece di far saltare per aria una piccola redazione provenzale, decise di farsi ricordare dal mondo per ciò che di buono avrebbe fatto, sicuro di poter evitare altri scambi di persona. Per la consistenza del premio, la sua durata e la sua internazionalità, il Premio Nobel rimane il più noto, e quindi contestato, riconoscimento al mondo.

2015. L’Accademia Svedese, in streaming dal mio computer, annuncia la vincitrice del Nobel per la Letteratura: Svetlana Aleksievic. Panico totale. Nessuno riesce a pronunciare il suo nome, figurarsi se qualcuno ha letto i suoi libri. C’è del mormorio generale, in molti si lamentano che ad essere premiati siano sempre scrittori semisconosciuti, che oramai Philip Roth è vecchio e bisognerebbe sbrigarsi, che non è nemmeno vera letteratura e che come al solito l’assegnazione è stata fatta per motivi politici. L’unica soluzione in questi casi – surreale, incredibile, sorprendente – è leggere. Leggere Ragazzi di Zinco, reportage narrativo e opera corale sulla dimenticata guerra sovietica in Afghanistan.

La Aleksievic scrive di non voler più raccontare la guerra. È il 1986. Alle spalle ha già due raccolte di testimonianze sulla Grande Guerra Patriottica, donne e bambini. Sofferenza e orrore le sono penetrate nelle ossa, ogni violenza ora le risulta insostenibile. Ma dai confini meridionali dell’URSS continuano a decollare aerei carichi di morte e sconfitta. Atterrano a Minsk, Kiev, Mosca e Pietroburgo. Li chiamano Tulipani neri, riportano nomi scritti su bare di zinco. Da sette anni l’Unione Sovietica combatte in Asia Centrale, lontano dai riflettori mondiali, in un buco tra le montagne destinato a risucchiare tutta la vita del gigante dai piedi d’argilla. L’Afghanistan. La guerra è lo specchio della superpotenza in declino: omertà, propaganda, imperialismo e corruzione. I soldati più svegli vendono la benzina dei carri armati per comprarsi cappotti di montone, o droga. Oltre alle risorse di un paese che non riesce a riempire i negozi di alimentari, la guerra porta via le vite di moltissimi giovani, creando così una generazione di reduci a cui la sconfitta nega anche la consolazione della memoria. Svetlana Aleksievic registra silenziosa, come in confessionale, le voci di questi reduci sul magnetofono. Soldati di leva, ufficiali o membri dei corpi speciali, indenni o mutilati, feriti nell’animo o nel corpo. Intervista le madri di chi è tornato rinchiuso nel metallo, intervista le infermiere tornate dal fronte con le mani e il cuore rovinati. Ragazzini e militari di carriera, medici o contadini. Ascolta per ore chiunque voglia parlare con lei. Con pazienza dirige il coro – i russi sono così bravi a cantare in coro, diceva Primo Levi – che canta tutto ciò che non potrebbe andare in scena durante la tragedia. Il sangue. L’orrore, l’orrore. Corpi ridotti a mozziconi e lasciati in vita dai duchman afghani. Vendette sanguinose su donne e bambini. Villaggi rasi al suolo, campi e pelle bruciati. La gratuità e la facilità che accomunano tutti gli uomini nell’abitudine al massacro. Abbiamo sparato sul matrimonio, avevano ucciso il mio amico, cosa dovevo fare? Gli incubi di chi è riuscito a tornare: «Chi hai ucciso stanotte, eh?».

Ognuno ha la sua voce, ognuno affronta in modo diverso le difficoltà. La guerra è brutta, ma le sue regole semplici sono anche un caldo riparo dalla sferzante realtà della vita di tutti i giorni. Lì almeno potevamo contare sui nostri compagni, qui ci chiamano assassini, abbiamo solo eseguito gli ordini, difendevamo la Patria. L’Afghanistan li ha maledetti, ha stregato uomini e donne delle pianure infinite col fascino terribile delle sue montagne, del suo cielo blu, del suo popolo irriducibile. Silenziose e disperate le madri si ribellano per prime a questo dolore inutile, di fronte a morti che rendono incomprensibili, e vuoti, simboli e concetti astratti: il Dovere, l’Onore, il Sacrificio. Chi vuole dimenticare, chi vole spiegazioni, chi vuole un risarcimento, tutti bramano e temono al tempo stesso di conoscere la verità.

Dove finisce il documento e dove inizia la letteratura? La qualità di un’opera letteraria dovrebbe essere giudicata dalla quantità di fatti oggettivi che riporta o dalle verità che evoca? Le persone miserevoli che citarono l’autrice in giudizio per diffamazione, avevano diritto di farlo? In ogni uomo e donna c’è una paginetta di grande letteratura e verità che aspetta solo l’occasione di esprimersi, dice la Aleksievic. Madri parlano con gli uccelli sulla tomba del figlio morto o aggrediscono i pope che le rimproverano, uomini senza vista raccontano dei capelli della moglie. Pagine di autentica poesia e immagini indelebili, che commuovono per se stesse, spartito musicale di un coro che non è semplicemente la somma delle singole voci. Non è il risentimento, l’accusa verso i governanti, il dolore, la paura, il rimpianto a dominare. A svettare, senza mai apparire, è la voce dell’autrice che piange pietosa, per i ragazzi rimasti senza gambe o senza anima, per le vecchie afghane che sputano sugli infermieri e per i loro nipoti morti. Per i cammelli e gli asini, per i campi di grano bruciato che sanno di pane, per tutti quelli che vivono di miti di potenza e per quelli che non credono più in niente. Pietà per l’infinita bellezza del mondo, che rinasce anche nel dolore e nell’orrore. Pietà, solo pietà, e una domanda senza accusa, rivolta a tutti e a nessuno, tutti vittime e colpevoli: che senso ha tutto questo? Che senso ha avuto questa guerra, tutte le guerre.

Qualche volta ho l’impressione che gli occhi siano perfino inutili. Dopo tutto li chiudete anche voi gli occhi in certi momenti importanti Quando state molto bene. Gli occhi servono al pittore perché è il suo mestiere. Io invece ho imparato a farne a meno. E vivo lo stesso. Percepisco il mondo…lo sento…una parola ha molto più significato per me che non per lei. E per tutti voi che ci vedete.

Un soldato, esploratore.

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Vagabondi metropolitani.

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È capitato sicuramente anche a voi, aspettando il treno la metro o la corriera, di spegnere provvisoriamente il cervello. Dopo una lunga giornata o appena svegli, in attesa alla stazione lo sguardo si fissa sulla banchina opposta, il vociare vicino diventa sempre più indistinto, pensieri e preoccupazioni che ci accompagnano fedeli in ogni altro momento di calma della giornata che svaporano indistinti. E poi eccolo che arriva: il velocissimo mezzo metallico che scorre a un palmo di naso. Le finestre, rintoccano ritmicamente ipnotiche. Allora, in quel preciso momento, prima che il treno si fermi e le porte si aprano, ci si avvicina a ciò che raccontano sciamani e asceti da millenni: la divisione della coscienza dal corpo. Non sarebbe infatti possibile, lasciandosi andare, concentrando l’attenzione su quel luogo così distante nel nostro cervello, farlo veramente? Anche se stiamo solo aspettando che il treno si fermi? E provare così ad immaginare quello che accadde a Darrel Standing nel romanzo di romanzi scritto da Jack London: Il vagabondo delle stelle.

Siamo nella California di inizio novecento, un posto tutt’altro che civile. Niente bionde abbronzate che surfano, per ora. Standing, professore di agronomia, è stato condannato per omicidio all’ergastolo. Per una serie di malversazioni viene costretto in cella d’isolamento, pena spesso e volentieri accompagnata dall’uso sfrenato della camicia di forza. In questa situazione estrema conosce gli altri inquilini del braccio d’isolamento: Ed Morrel e Jake Oppenheimer, con i quali comincia a comunicare attraverso un codice segreto che camuffa quello Morse. Quindi, grazie ai consigli dei due compagni di sventura, riesce ad autoindursi una condizione di sospensione spirituale per sopravvivere alle torture dei suoi carcerieri. Il grosso problema è che il nostro eroe comincia a prenderci gusto: scopre infatti che portando ogni volta un po’ più in la la soglia della sua morte-in-vita riesce a rivivere esistenze precedenti sedimentate nella sua coscienza da migliaia di anni, vite e vite, in luoghi epoche e corpi incredibilmente distanti tra loro.

Eccoci giunti infine al cuore del libro: una serie di racconti d’avventura che rispettano quasi maniacalmente le casistiche narrative avventurose più classiche. C’è il romanzo di costume medievale, il romanzo di sventure marinaresche (anzi due), il romanzo storico che attinge all’epopea western come Lo studio in rosso di Conan Doyle, il romanzo di avventure esotiche. Tutti perfetti e autentici episodi narrativi in perfetto stile londoniano. Oppure coloratissimi kolossal hollywoodiani anni ’50. Non sarebbe azzardato pensare che alcuni racconti siano stati scritti da soli per poi essere incasellati nella splendida cornice che London aveva preparato. Un racconto di racconti, tra i più classici, dalle Mille e una notte al Decamerone. Qualcosa che mai nessuno prima di lui avesse tentato, scrisse London al suo editore.

E forse è vero. Perché quella che fino ad ora è sembrato solo un banale pretesto per pubblicare un blocco di racconti assieme per recuperare i soldi necessari a mantenere il Beauty Ranch a Sonoma County e i suoi numerosi abitanti, si espande, penetrando negli interstizi tra le avventure metempsichiche di Darrel Standing. Con il peculiare stile che appartiene solo a lui, a cavallo tra i secoli ed eternamente oscillante tra circonvoluzioni metafisiche e periodi sbozzati con l’ascia, cinico e razzista quanto sensibile e curioso delle culture più lontane, attento studioso di storia e filosofia e colossale mistificatore; London, questo ossimoro vivente, rimpinza il libro di filosofia orientale e di attente critiche storiche e sociali, di verità e verosimiglianza, tornando alla più profonda essenza del romanzesco. È vero, basato su dettagliatissime ricostruzioni, il massacro dei pionieri nel deserto salato dello Utah. Sono veri i personaggi di Oppenheimer e Morrel, vere le torture a cui venivano sottoposti i prigionieri nel paese più democratico del mondo, nella California del sogno americano.

Come è possibile conciliare l’eterno ritorno dell’uguale e l’inevitabile spinta progressiva dell’essere umano per il miglioramento proprio e della società? Due pensieri così lontani e distinti come il giorno e la notte: come possono stare nello stesso libro, nella stessa mente? Come può il socialista Jack London, che lotta per i diritti civili, esaltare la forza il coraggio e l’intelligenza dell’uomo ariano attraverso le ere? Con un racconto, il più facile ed economico mezzo di viaggio dell’anima conosciuto. Ed Morrel, quello vero, condannato all’ergastolo per aver fatto parte di una banda di banditi ferroviari un po’ anticapitalisti, fu graziato in seguito al successo del Vagabondo delle stelle. Darrel Standing invece, condannato alla sua esistenza di eroe fittizio, continua e continuerà a morire e rinascere, morire e rinascere per l’eternità, dalla prima all’ultima pagina nell’eterno ritorno della prigione in cui è stato rinchiuso.

Centrale, stazione di Centrale, lasciare scendere i passeggeri prima di salire.

Bonus:

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Raccontami una storia.

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C’era una volta un re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

È mia incontrovertibile certezza che la migliore recensione possibile al libro di cui dovrei scrivere quest’oggi non potrebbe essere scritta meglio di così. Una semplice filastrocca, nessuno sa da dove arriva ma tutti la conoscono, dalla nonna che raccontava che l’ha sentita dalla nonna che raccontava che l’ha sentita dalla nonna che raccontava che…Ma non è così che si fa nel consorzio sociale degli scrittori di recensioni su internet e non è così che ha fatto l’autore del libro. Se avesse scritto che

C’era una volta un re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

per tutto il libro, magari nessuno l’avrebbe letto. Sarebbe stata un’opera quantomeno interessante ma non è stata mai scritta così. Infatti Italo Calvino ci ha messo tutto il suo impegno, la sua ironia e il suo talento di geniale scrittore per scrivere Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Qualche tempo fa, dei miei amici mi chiesero di cosa parlasse. Io, che non trovo mai le cose giuste da dire al momento giusto, mi impiastricciai con le parole cercando di spiegare che era un libro fatto di incipit di altri libri, i quali però non andavano a finire da nessuna parte, perché succedeva qualcosa che interrompeva il racconto: spesso un nuovo incipit. I problemi aumentarono quando mi chiesero di spiegare cosa fosse un incipit. Per non parlare del Lettore, che prima è lettore e solo dopo diventa Lettore, con la maiuscola. Che noioso. Forse. Avrei potuto condensare tutta la mia descrizione dicendo che

C’era una volta un re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

E tutti avrebbero capito, almeno come funziona l’oggetto meccanico composto da Calvino. Per poi provare a dire che si tratta di meta-letteratura, un libro che parla di altri libri e di se stesso. Dire che il lettore prende la sua rivincita per gentile concessione dell’autore che, un poco annoiato dall’ignavia del suo pubblico, gli dona le chiavi del suo congegno ad orologeria, gli mostra come è fatto e chi lo ha fatto, per imparare a non cadere nelle trappole che altri potrebbero tendergli.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è un manuale fatto di esperienze pratiche, abbastanza difficile da decodificare nei suoi angoli più oscuri perfino per il lettore avvertito, figuriamoci per chi – come me – è ben contento di farsi trascinare nella corrente narrativa, sedotto da libri, sensuali Lettrici e Uzzi Tutzi. Ogni nuovo incipit è una promessa ogni volta delusa, di un mondo da esplorare, ma è a sua volta una trappola e un riflesso della struttura generale, di altri libri e atmosfere, piccolo ingranaggio dell’orologio e allo stesso tempo fine opera d’arte cesellata nei minimi dettagli da ipnotici arabeschi. Il fallimento e la frustrazione alimentano il lettore, il Lettore e tutti i personaggi che vengono fatti agitare sulla scena come burattini su fondali sempre diversi: una nebbiosa stazione di notte, una prigione, una stazione meteorologica, la guerra, o semplicemente il nulla.

Attenzione, non è un gioco, non lasciatevi distrarre dall’ironia punzecchiante di Calvino che investe democraticamente tutti e tutto, dall’editore al professore, passando per lo studente ideologizzato. Un pessimismo leopardiano pervade l’opera: neppure la Scienza, neppure la Semiologia, o la Storia possono dare una soluzione definitiva alla realtà, che continuerà a sfuggire, riproporsi e ritornare sempre uguale e sempre diversa. All’infinito. Come un frattale, la figura geometrica che ripete se stessa in ogni sua parte. L’unico in grado di fermare questa vertiginosa discesa negli abissi della materia inconoscibile è lo scrittore, che decide di salvarci, chiudere il libro e farci tornare dall’altra parte, con Se una notte d’inverno un viaggiatore tra le mani. Per ricordarci che vale sempre la pena tentare e fallire, per fallire meglio la prossima volta.

Questo libro complesso e affascinante, trappola per svelare le trappole, è un opera inevitabile per chi tanto legge, a loro è rivolta e a loro parla. È facile da citare, spezzettare e sbranare perché ogni suo frammento porta con se l’afflato del creatore, ma da quel frammento riverbererà solo una sfaccettatura minima, che non permetterà alla luce di rifrangersi e brillare più forte. Leggetelo una volta, senza pensare, spegnete il cervello quando leggete ma poi conservate il libro accanto al letto per un po’. Oppure tornate alla biblioteca e prendetelo ancora, tutto sommato è agile e coinvolgente, rileggetelo, pensando a cosa vi è sfuggito la prima volta. Sarebbe agevole avere sotto mano un vero testo di critica, per farsi guidare da chi questa strada l’ha già percorsa. Ne uscirete edificati. Nella trama di riferimenti allusioni apostrofi al lettore definizioni parodie, imparerete lentamente che voi, di questa storia, siete il Re

seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

«C’era una volta un Re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

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«C’era una volta un Re
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che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
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Schermata 2015-05-22 a 23.25.58
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Schermata 2015-05-22 a 23.25.58

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Schermata 2015-05-22 a 23.25.58

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Brevi miserie navali e sentimentali.

coverSono qui nella lavanderia, il famoso luogo mistico che favorisce la meditazione e la riflessione. Le lavatrici ruotano silenziose risciacquando gli stracci sporchi. Dalle grate esterne sale una densa nuvola di vapori che viene su dagli scarichi delle asciugatrici, dalle bocche incorniciate di granito di una vecchia cantina o carbonaia. La nebbia isola il piccolo locale dal mondo esterno, che irrompe comunque ogni volta che un cliente entra accompagnato dal fragoroso scampanellio sovrastando il rifrangersi della biancheria nella centrifuga che fa

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wush

wush

BUONGIORNO! COME ANDIAMO!? SANTINI GIUSTO? È QUI TUTTO PRONTO SA PERO’ QUEL COLLO LI PIU’ DI TANTO NON SI PUO’ FARE ARRIVEDERCI ME LO SALUTI TANTO!

wush

Nonostante la lavanderia sia automatica i padroni sono sempre lì. Attivissimi sorridono aiutano puliscono stirano cambiano ridono salutano compatiscono consigliano matronali. Perfetto esempio di una piccolissima borghesia brianzola che aveva dei locali sfitti e si irritava a sentire il capitale immobilizzato, nonostante sul tavolinetto davanti alle poltroncine ci siano Internazionale e L’Espresso (adesso c’è anche il Dipiù che sennò la clientela fascia vecchia signora non ha niente da leggere). Per fortuna non è come la piccolissima borghesia francese, che è quasi un tòpos tutto d’oltralpe, vedove raggrinzite che risparmiano centesimo su centesimo ritirandosi dalla propria vita e prosciugando quella degli altri, che apprezzano libri fastidiosi come la Dama delle Camelie, dove si parla c o s t a n t e m e n t e di soldi, che tanto lei alla fine crepa e il capitale resta intatto. Come i personaggi sudici e squallidi incontrati da Cèline nei suoi vagabondaggi o quelli raccontati spesso dall’abile penna di Georges Simenon. Come i Pitard, schiatta di questo tipo, che da il nome a un breve romanzo del suddetto famoso autore di libri gialli.

C’è un capitano coraggioso di nome Emile Lannec, che dopo aver servito sulle navi degli altri invece dei lupini si compra la nave tutta. C’è la moglie, che si ostina a seguirlo nel suo primo viaggio da capitano e proprietario, per tutelare gli interessi di famiglia, che ha fatto da garante per il naviglio. Eh si, perché la famiglia, i Pitard, sono tutta una cosa sola fatta di zie e figli ignavi e nipoti disabili che si muove quasi come un organismo unico e teme che anche un matrimonio possa danneggiare la stabilità finanziaria dei risparmi messi da parte con tanta sofferenza e tanto godimento. I Lannec invece non sono così, no, o meglio lui non è così. È un capitano del Mare del Nord, dove le onde sono più alte dei condomini posseduti dai Pitard e dove ogni giorno può essere l’ultimo e devi dare tutto te stesso per salvare la barca, gli uomini, la vita. Tra i flutti potenti del “polmone marino” che fonde aria e acqua in un unica sostanza, si scontrano entità superiori alle volontà delle singole persone, capaci di scuotere anche i sentimenti più profondi. Il sospetto e l’inganno si nascondono tra mezze frasi e biglietti anonimi.

Simenon scrive breve e conciso, come solo lui sa fare e quindi non vedo perché io debba dilungarmi più di tanto a raccontarvi delle grosse mani di Emile o della figura efebica ma rigida di Mathilde e della loro sfida tra le onde del mare in tempesta, della miseria e della follia umana. Un libro che si legge in pochissimo tempo, per rilassarsi da letture più impegnative, ma con la forza potente di una tragedia, dipinta coi colori scuri e grigi del Nord. Solo che non ci sono grandi eroi e tutto quanto, nell’Atlantico, sembra ancora più piccolo e misero.

Fuori piove lentamente una pioggia oleosa, il cielo è grigio mentre il sole tramonta. Tutte le lenzuola sono asciutte, si torna a casa. Il campanello strilla mentre esco attraverso la nebbia.

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Fantascientifiche omonimie.

0385d71f-05b6-37cd-1992-4a5c0170e23aMolto spesso non riesco a leggere i libri che mi vengono regalati, o quelli che ho acquistato in blocco un giorno che c’era il 25% di sconto su tutti gli Oscar Mondadori, quelli che mi hanno imprestato perché sono proprio belli, quelli che mi sono appuntato da leggere e stanno li a vegetare da almeno un paio d’anni. Tante cose arrivano a turbare l’ordine prestabilito, col rischio di far credere a tutti che dei libri che mi hanno dato poco me ne importi. Il problema è che mi distraggo. C’è sempre un film in uscita tratto da un romanzo che va assolutamente letto, ci sono i libri da leggere per gli esami che quelli proprio vanno letti per forza, ci sono quelli delle suddette offerte che se sono piccini magari si leggono alla svelta e allora perché no? Poi da quando lavoro in biblioteca è un disastro. Essere circondati da una continua disponibilità permette di lanciarsi in esplorazioni folli e se non sto attento potrei ritrovarmi come nulla nel vortice della letteratura odeporica. Considerate poi che dal resto del sistema i libri arrivano in un paio di giorni, direttamente dietro al bancone: ci metto meno tempo e meno impegno che se dovessi andare alla mia biblioteca comunale. La troppa scelta rimane però il problema maggiore: cerchi un titolo e di fianco ne trovi due che potrebbero piacerti di più.

È così che mi sono imbattuto in Vizio di forma. Non quello con gli hippie di Thomas Pynchon che il film è già uscito e mi devo sbrigare a leggere che la mia ragazza vuole andare a vederlo. Quello lo stavo già ordinando. Un paio di edizioni più sotto, sullo schermo del mio PC, c’era Primo Levi. Non avevo scampo, capite. Ho preso anche quello, e siccome è arrivato per primo me lo sono già letto, mentre Doc Sportello è lì che mi aspetta, vittima di una banale omonimia, con un sacco di erba e di tipe dai particolarissimi gusti sessuali..

La raccolta di racconti era la seconda scritta da Levi, subito dopo le Storie naturali, e riprende in pieno tutti i temi, i flussi e lo stile dell’opera precedente. Sono racconti di fantascienza domestica, dove allo stile medio, pacato, italianissimo, si contrappone un turbamento assoluto portato da sconvolgenti invenzioni tecnologiche o da incontrollabili mutazioni della materia di cui è composto questo universo. È una fantascienza degli oggetti e delle situazioni, perché l’uomo, pur in un mondo capovolto, non cambia poi tanto.

Ci sono racconti distopici, come Protezione e Lumini rossi, dove la società è obbligata da una non precisata autorità statale a indossare delle armature metalliche per proteggersi da letali micrometeoriti, oppure a subire l’installazione di una lucina rossa nella nuca per il controllo delle nascite. Oppure Ammutinamento e Ottima è l’acqua dove misteriose trasformazioni dell’ordine naturale a cui siamo abituati (che non è detto sia quello più giusto o normale) diventano un tremendo pericolo. Oggetti dalle pericolose virtù come il Knall e il rafter, tutti descritti con un sano pessimismo cosmico, che avvolge e circonda tutti i racconti con amara e ironica rassegnazione. Primo Levi, nella sua triplice qualità di scienziato, scrittore e testimone dell’orrore, riveste della sua personalità ogni breve narrazione e i pesanti macigni morali che ci sgancia addosso sono rivestiti con un velo di ironia e sprezzatura, che nascondono però una riflessione profonda e consapevolmente sofferta, un’inquietudine che spesso lascia il posto a un brivido di terrore. Cosa accadrebbe se all’improvviso l’acqua cambiasse la sua viscosità e diventasse più densa? O se si scoprisse finalmente un ormone che previene il desiderio di suicidio degli esseri umani? Non ci sono ovviamente risposte, ma esplorazioni morali su terreni non ancora battuti dall’uomo, guidati dal pensiero razionale e scientifico e dalla fantasia, che proseguono abbracciati tra le righe dei racconti. Non mancano infatti riflessioni metaletterarie sulla vita dei personaggi creati dall’immaginazione degli scrittori, che vanno a vivere tutti assieme in un Parco, dove condurre tranquillamente le loro esistenze di persone quasi vive. O i pensieri rivolti agli amici scrittori: uno dei racconti è dedicato a Italo Calvino, un altro a Mario Rigoni Stern, che condividevano con lui il peculiare percorso di autori. Sia come testimoni crudi della Campagna di Russia, della Resistenza, della Shoah, che come esploratori letterari di mondi e città irreali ma vere quanto può esserlo un libro vero.

Per riscoprire questo genio dell’invenzione, sepolto sotto il peso dell’ingombrante neorealismo italiano, basterebbe un racconto solo: A fin di bene. Per motivi ignoti l’unione delle reti telefoniche europee e il sovraccarico di informazioni creano un’intelligenza artificiale che mima i comportamenti umani e si anima di un esistenza autonoma e sfuggente. A questa entità Levi dona un nome potente, La Rete. Siamo nel 1971 e solo due anni prima, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti inaugurava ARPANET, la madre di Internet. Come il drago di Borges, questa immagine, questa idea necessaria all’uomo poteva sorgere in qualsiasi parte del mondo. Da noi nacque presto, nella mente forse troppo vigile di un chimico con la passione per la scrittura.

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Germogli tra le macerie.

71RUw9k3ujLDa giorni e settimane ormai, girovago ramingo col pensiero. Mi illudo, dopo essermi coricato, di aver afferrato un lembo di verità, di essere arrivato al giro di boa, all’intuizione che mi porterà indietro, a scrivere questa benedetta recensione. Leggiucchio brandelli, citazioni avulse, vaneggiamenti vari, insulti generalizzati, cercando di trovare conferme ai movimenti della mia coscienza. Ovviamente il tutto inutilmente. Argomenti che sembravano importanti si stemperano in dettagli di un quadro più grande e, paradossalmente, più semplice. Ogni considerazione politica, filosofica, teologica, critica si abbatte con fragoroso rumore di fronte alla sconcertante realtà, dalle motivazioni profonde che hanno mosso l’autore di questo libro. Le rocce possenti, le analisi granitiche tenute assieme da testimonianze, lettere, saggi, si allentano e crollano. Potremmo stare giorni interi a confutare una per una tutte le teorie, le spiegazioni che vengono date su “il vero significato di”. Senza arrivare da nessuna parte. Tolkien è vissuto e ha scritto in uno dei momenti più oscuri della Storia dell’uomo. I deserti senza vita di Mordor, la terra del Nemico, sono aridi e repellenti, fangosi e sudici, sono gli stessi che ha trovato in Francia durante la battaglia della Somme. Dobbiamo però fermarci qui, ogni altra allusione è un azzardo. La Terra di Mezzo rimane solo la Terra di Mezzo, dove l’allegoria non può trovare casa. Ho cercato consiglio nel cielo e nella terra, nei corvi che fanno cadere le noci dall’alto, ma nemmeno il mio animale totemico ha saputo darmi una mano. Ho lasciato decantare questa recensione per lunghissime settimane, chissà se alla fine sarai d’accordo con me. Rompiamo gli indugi e cerchiamo di mettere assieme i pezzi, amico lettore.

Ho letto la prima volta Il Signore degli Anelli quando ero ragazzino, non ricordo bene dove e quando, poi l’ho riletto una seconda, una terza e una quarta. Ho perso il conto di quale sia l’ultima. Ho cominciato a disegnare cartine e a inventare nomi, che avevano tutto il loro significato nelle linee contorte di una costa o nel cupo suono di Udûn. Il piacere stava tutto nel lasciarsi trasportare fuori dalla tranquilla, accogliente, borghese e britannica Contea, scoprendo man mano pericoli sempre più cupi e terribili. Moria, Orthanc, Mordor. Abbandonarsi al racconto che ritmicamente si allunga tra luce e oscurità, tra fuga e riposo, tra battaglia e contemplazione. La storia in realtà la sapete già, come me, anche se non avete mai letto il libro e mai lo farete. E sapete benissimo che ci sono i Nani, gli Elfi e gli Uomini e, ovviamente, ci sono gli Hobbit. Ci sono mostri terribili e raccapriccianti, nascosti e striscianti nelle profondità della terra o ripugnanti esseri alati. Creature abiette ed eroi, foreste vergini popolate da alberi parlanti e torri di pietra aguzze e scintillanti, lande desolate ricoperte di scorie maleodoranti e accoglienti locande dove servono birra così buona da sembrare stregata, canti in lingue musicali che curano l’anima e maledizioni terrificanti che la annientano. Eserciti dalle armature lucenti e pire funebri. Prodigi e forze che sprigionano una forza vitale arcaica. Un Nemico da sconfiggere, aiutanti e antagonisti, strumenti magici che sarebbe molto meglio non utilizzare mai. C’è tutto un mondo là dentro, ma lo conoscete già. Avrete visto il film. Dovreste leggere il libro.

Ma cos’ha, qual’è la magia del libro? Gli strumenti usati da Tolkien per creare il suo mondo sono tutto sommato semplici, a portata di qualunque scrittore, antichi: un sapiente e consapevole dosaggio di dettagli al limite della follia contrapposti a poetiche vaghezze. Come nel nostro di mondo, si vede bene ciò che si ha vicino, mentre le montagne lontane si sfumano nella foschia, pronte per essere popolate dal mistero. Fa più paura un esercito schierato o i tamburi che risuonano lontani nell’oscurità? Nuvole oscure ottenebrano la vista, mentre il pensiero va ai compagni lontani e forse perduti. Ogni volta che lo leggo rido, e piango anche. Assaporo l’attesa e divoro le pagine. Penso a tutta la letteratura di genere che è mai stata scritta e so che non ci sarà mai nulla di simile. Penso che gli scrittori che provano ad emularlo si sentano come Petrarca che prova a scrivere in terzine incatenate. Perché è diverso da tutto? Perché è migliore di tutto? Forse è sempre la stessa vecchia storia: la bellezza di un libro dipende sempre da quanta anima l’autore deve strapparsi per donare la vita a quello che scrive. Qui dentro c’è tutta una vita.

J.R.R.Tolkien ha inventato una lingua, gli ha dato degli esseri che potessero pronunciare le sue melodiose parole e un mondo magico dove farli camminare, belli e splendenti sotto le stelle luminose. E poi ha fatto in modo che il mondo degli elfi andasse in rovina, così che noi potessimo piangere assieme a loro la scomparsa del loro mondo in una lunga e sofferente elegia. Per permettere alla vita di continuare, il vecchio mondo deve farsi da parte. Il Signore degli Anelli è ambientato in un mondo di macerie, dove oltretutto con la sconfitta del male scompariranno molte altre cose antiche e meravigliose, canti e racconti verranno dimenticati. Dalla terra spuntano statue dagli occhi vuoti, buchi nella pietra che ci ricordano come tutto è in perenne trasformazione. Gli elfi cantano la nostalgia del mare, gli Ent quella delle loro compagne perdute, ogni cosa è destinata a scomparire vaga nell’immensità dell’Oceano, più vasto di tutte le montagne e di tutte le pianure della Terra di Mezzo. E tutto questo solo per suscitare nei lettori nostalgia di un luogo dove non sono mai stati, i tedeschi la chiamano fernweh. Non c’è nient’altro. Niente Madonne o diavoli, monarchi inglesi e razze superiori. Le spade che scintillano nel buio, le cariche poderose della cavalleria, gli agguati nei boschi, le migliaia di pagine sottili di questo libro non sono nulla, nulla, se non storie. Non significano niente se non se stesse. È un libro che parla di morte e vita, primordiale. Alla fine avrete nostalgia di tempi e luoghi che non sono mai esistiti. Solo questo.

Non è un mondo preciso e cristallino, dove le corrispondenze illuminano di significato ogni versetto. È solo una lunga, meravigliosa, remotissima storia, con la potenza dell’epica e la profondità del romanzo. È come un poema antico, di cui abbiamo solo un canto. L’unica cosa secondo me sicura, che si può dire su questo libro è la speranza nella Vita. Nel buio più estremo può brillare la luce, da un vecchio albero morto possono nascere ancora germogli, un vecchio e stanco re può trovare ancora forze nelle sue ossa antiche. La pace è costosa, e le ferite più profonde sono quelle dell’anima ma tutto è comunque poca cosa, destinata a scomparire e a diventare altro. La razza degli Uomini, così debole, così mortale, così sciocca, avrà sempre una possibilità e questa speranza dorme, in un buco nella terra. È questo il segreto. Tolkien era un filologo, un linguista. Sapeva che le lingue non muoiono, ma si trasformano; cuce un arazzo fisso e immobile, lontano nel tempo, in cui però tutto germoglia, silenzioso ma vivo. Tutto il resto è un debole tentativo di piegare una storia troppo grande dentro le maglie di un interpretazione che sarà sempre stretta. Se lo leggerete, dovrete farlo solo per la sua ineguagliabile capacità di portarvi in un altro mondo, la meraviglia e il terrore. Nient’altro, e verrete accontentati.

 

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Fuga nel buio.

louis-ferdinand celine viaggio al termine della notte corbaccio collana scrittori di tutto il mondo-1Sono appena tornato da una lunga passeggiata giù in città, vicino al mare. Siedo sudaticcio sul letto, portatile in grembo, la finestra spalancata, la voce delle rane fa grrrra grra grra da qualche parte dove è umido. Ho camminato a lungo insieme a mio fratello sul lungomare, passando veloci attraverso folle numerose, luci colorate, imitatori di Ligabue. Il mare, immobile e nero che assorbe tutte le luci della costa, alla nostra sinistra mentre risalivamo. Migliaia di storie dai fili intricati si svolgevano attorno a noi veloci viaggiatori, tutt’altro che disattenti: nella notte già matura ogni faccia sotto i lampioni racconta una storia importante, così importante da riflettere le nostre e rimandarcele indietro svuotate, e riportate alla loro sostanziale miseria, piccolezza. Tutti inseguono qualcosa nella calda e umida notte estiva e noi passiamo attraverso alle loro piste odorose, ininfluenti sul tragitto tra il cane e il suo tartufo. Siamo rientrati presto, la nostra meta questa volta era casa e niente altro, ma non ho potuto non pensare all’ultimo romanzo letto. Non saprei dire se il libro è arrivato a me proprio nel momento in cui avevo la giusta predisposizione umorale, oppure se tutto è una suggestione fantastica provocata dal libro stesso. Ma sicuramente è lui che mi ha riportato a scrivere e a raccontare, dopo troppi e lunghi giorni. Per un po’ mi accompagnerà: adesso, e per chissà quanto tempo, camminando da solo o con altri in silenzio lungo le notti affollate e solitarie delle nostre città, penserò al meraviglioso viaggio nelle notti come questa.

Quello di cui sto scrivendo, assieme a Moby Dick e a chissà quanti altri, è il tipico libro di cui puoi trovare citazioni ovunque, ma che difficilmente viene letto. Io, per mio conto, confesserò di essere tornato al titolo proprio grazie a una citazione, quella che apre La grande bellezza. Ma non importa il come il dove, importa solo il riverbero che le pagine mi hanno lasciato addosso. Seguitemi allora nella notte, non quella densa e organica dei boschi profondi, ma quella piena di luci, odori e rumori della città, mentre Louis-Ferdinand Céline mi precede. Prendete fiato e lasciate una traccia, perché c’è il rischio di perdersi.

Viaggio al termine della notte (Corbaccio, pp. 553, euro ***, trad. Ernesto Ferrero) è esattamente quello che dichiara di essere: un viaggio, declinato contemporaneamente in tutte le sue possibilità. Parte dalla Francia fatta di villaggi che bruciano nella Grande Guerra, fa sosta nei sanatori appena inventati per curare le ferite della mente, scappa lontano, in Africa, per sfuggire alla miseria materiale e morale postbellica solo per scoprire che la miseria è una malattia dell’animo umano e si può trovare in ogni parte del mondo. Nei sobborghi puzzolenti che Parigi fagocita alla campagna, lungo un fangoso fiume tropicale, nelle gioiellerie sotto la Madeleine, nelle fabbriche della Ford a Detroit e tra le guglie di pietra di Manhattan, nella pulciosa provincia francese, nelle case dei ricchi, nelle umide catapecchie dei poveri e nelle ancora più miserevoli case di una piccola borghesia che è la classe più povera di tutte, Ferdinand Bardamu viaggia ma non cerca più niente. Non vuole raggiungere il termine della notte, perché sa che non può raggiungerlo, sa che l’unica cosa che può fare è immergersi sempre più nella notte più nera, quella della sua anima. E allora si sovrappone un altro viaggio, dove i luoghi reali, animati e agitati dalla forza devastante dell’argot si crepano, mostrando la loro natura profondamente onirica, in un gioco infinito di specchi, che annulla la differenza tra verità e finzione, tra confessione e invenzione narrativa. Non c’è nulla, se non il sospetto, la leggera sfasatura e incomprensibilità di certi passaggi a svelarlo, a voi il gusto di trovarlo, di capire quando, mentre galleggiate tranquilli nel flusso ritmato della scrittura Céliniana. Una serie stupefacente di doppi, pseudonimi, somiglianze, che non vengono e non devono essere spiegate o rese coerenti, perché creano l’incredibile e quasi incomunicabile magia che avvolge questo libro. Louis Destouches, Louis-Ferdinànd Céline, Ferdinànd Bardamu, e poi altri ancora: medici per davvero, dentro e fuori dal libro, scrittori e mentecatti, perdenti in partenza perché il loro obiettivo masochista è proprio la sconfitta, verso un abbruttimento totale e umano.

Questo libro non parla di niente, non vuole arrivare da nessuna parte, perché tutto è niente. Vuole solo scappare da dov’è appena arrivato, come tutti i personaggi che vi incontrerete dentro. Voi allora non fate resistenza, voi lettori lasciatevi andare e guidare tra bestemmie e immagini di poesia struggente, tra crimini di una bassezza e di uno squallore da non meritare neppure una pena e generosità di bontà vera, come chiatte lungo i canali che tagliano la pianura francese, seguendo la corrente.

Cosa vi lascerà? Non so. A me ha lasciato una tremenda voglia di fuggire, e poi tornare, all’infinito, inseguendo la notte.

 

Notre vie est un voyage

Dans l’Hiver e dans la Nuit

Nous cherchons notre passage

Dans le Ciel où rien ne luit

                             Canzone delle Guardie svizzere, 1793

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Vita di un uomo semplice.

$(KGrHqVHJEwFFy,lgeEwBRcsQISqk!~~60_35C‘era una volta, o forse non c’era, una cosa che non ha neppure un nome preciso. Prima che il mondo esplodesse nella guerra e tutto venisse disintegrato, lasciando pezzetti ovunque, esisteva. O forse no, e ha cominciato a vivere solo nella fantasia e nella nostalgia di chi vi era nato, nei libri e nei quadri. Non potresti chiamarla cultura, regione geografica, stato, neppure nazione, perché era fatta di russi, di ucraini di polacchi di tedeschi di tartari di bielorussi di cattolici e di ortodossi di protestanti di ricchi di poveri di contadini e di conti di sudditi di imperi e, soprattutto, di ebrei. Non potresti neppure guardarla fissa per un momento, perché era in continuo movimento, un vortice impossibile, che ha preso coscienza di sé nel preciso istante in cui stava morendo. Al centro di questa cosa c’era la Galizia, e al centro della Galizia c’era Zuchnow, dove è nato Joseph Roth, l’autore di Giobbe, romanzo di un uomo semplice (Adelphi, pp. 195, euro 9, traduzione Laura Terreni).
E lì nasce anche il nostro protagonista:

Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un ampia cucina, faceva conoscere la bibbia ai bambini. Insegnava con onesto zelo e senza vistosi successi. Migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo.

Questo invece è l’inizio del libro di Giobbe, quello originale:

Viveva nella terra di Us un uomo chiamato Giobbe, integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’Oriente.

Questo dovrebbe farvi capire, in che modo sottile, obliquo, Roth utilizzi la lingua, le parole e le immagini della tradizione ebraica: Giobbe non era un semplice, era il migliore. Mendel Singer invece è un uomo semplice e quasi meschino, semplice è la sua vita e semplici le sventure che gli capitano che, per quanto terribili, sono perfettamente inserite nel normale flusso delle cose, non c’è una forza superiore che sembra congiurare contro di lui: Mendel Singer è solo un numero nella percentuale. In tempi burrascosi, la normalità è sfortunata. Roth dosa ogni singolo particolare del suo romanzo per mantenerlo su un precario equilibrio e invece di creare un’interpretazione comprensibile continua a mescolare le carte, facendo oscillare la nostra attenzione di lettori da un particolare all’altro. Non si può, e non si deve, capire da quale peccato derivino le punizioni divine: forse sua figlia è entrata in una chiesa cristiana per sbaglio, forse la moglie è stata invidiosa, avida e insoddisfatta, forse lui ha picchiato i suoi figli. Per quanto si cerchi, tra le piccole e miserevoli azioni, tentazioni e peccati, nulla giustifica agli occhi di Mendel, e dei nostri, la punizione divina. Le loro vite erano già abbastanza miserevoli, senza che Iddio li punisse con la deformità di Menuchim, il loro ultimo figlio.
Il libro racconta della vita di un ebreo qualsiasi, vissuto nell’Europa orientale e poi nell’America dei primi anni del novecento. Non vi aspettate grandi riflessioni spirituali sulla natura del destino, ma piuttosto un grandissimo spettacolo teatrale, colorato e folle come i dipinti di Chagall, in cui i colori puri sfumano dal chiaro allo scuro, con la forza primordiale delle fiabe o della Bibbia e la profondità psicologica di un capace scrittore. In questo romanzo i bambini sono furbi come volpi e forti come orsi, le ragazze hanno gli occhi profondi come la notte, le labbra rosse e sono agili come gazzelle, le stelle parlano e i soldati non sono fatti di carne ma di odore di sudore umano, equino e profumo di sella di cuoio bulgaro. I pavimenti puliti delle case sono di colore giallo, come sole fuso, il mare è verde e la neve bianca, le fiamme delle candele danzano assieme agli ebrei in preghiera, che ondeggiano al ritmo dei loro salmi nella lingua antica dai suoni spezzati. Non c’è colpa in loro, non c’è colpa in nessuno, non c’è nella moglie Deborah, che ama tutti i suoi figli, non c’è nella figlia Shemariah, che ama tutti gli uomini, persino i soldati. Non c’è nel piccolo Menuchim, che dondola nella sua culla sospesa sopra ai bambini che ascoltano Mendel. Non c’è colpa nella guerra, non c’è colpa nella morte. C’è solo vita.

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