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La nostra via di qua dal sonno.

 

41B9aDej2lL._SX316_BO1,204,203,200_Primo Levi racconta, in un intervista, che uno dei suoi più grandi rimpianti fu quello di non aver viaggiato. Dopo tutto quello che gli era successo c’erano così tante cose da fare: il matrimonio, la famiglia da mantenere, il lavoro di chimico, la fabbrica da dirigere, i figli da mandare a scuola, la vita normale insomma. Per la fabbrica di vernici andò in Germania e in Russia, a risolvere i problemi dei clienti, ma non era esattamente quello che intendeva per viaggiare. C’era stato un periodo della sua vita, così piacevolmente lontano da qualsiasi concetto di viaggio organizzato, che ricordava sempre con piacere, che riempiva le serate con gli amici e poteva raccontare senza timore di rattristare o disgustare i suoi ascoltatori. Subito dopo essere stato liberato dalla prigionia Levi fu infatti sballottato lungo tutta l’Europa dell’Est per mesi, senza una meta o un posto definitivo dove fermarsi che non fosse un Italia vagheggiata e lontana come l’Itaca di Ulisse. Seguendo binari sincopati e interminabili percorsi a piedi tra pianure boschi e paludi di Polonia e Bielorussia Levi aveva seguito il percorso casuale e caotico dell’Armata Rossa in smobilitazione, epico organismo multicefalo governato solo dall’ordine supremo di rientro e dalla voglia infinita di tornare nelle proprie case, in treno, a cavallo, a piedi o su taxi e pulmann saccheggiati nella Germania nazista.

Di questo viaggio picaresco Primo Levi ci riporta i luoghi e gli stati d’animo che lo accompagnavano, ma soprattutto le persone incontrate. Personaggi e avventure raccontate con l’esperienza del narratore navigato, che ha raffinato il suo eloquio smussando gli angoli ed esaltando le tinte dei suoi racconti davanti a platee di ragazzini delle medie e durante serate tra amici, prima di pubblicare La tregua. Sono racconti. Tristi allegri o semplicemente notabili, ma in cui non viene mai meno l’esigenza profonda di ogni racconto: riferire lo straordinario e quanto di anomalo o inaspettato può succedere nella vita. Curioso, e fatalmente incompreso dai suoi compagni di viaggio, lo scrittore annota e registra nella sua memoria visi, lingue sconosciute e paesaggi immensi. Un mondo sparito, e non solo a causa dei rivolgimenti della guerra, della caduta degli imperi, della fuga degli ebrei aschenaziti in Israele o per la Guerra Fredda. È un limbo fragile, che durerà finché Russia e USA non si saranno spartiti l’Europa in rovina, le improvvisate famiglie di guerra dovranno decidere in che paese vivere e tutti i rifugiati saranno tornati alle loro case. Circondato da prigionieri, profughi, soldati e cittadini multilingui, Levi vive in un Europa così mescolata e imprecisa, senza cartelli e confini stabili, multiforme ibrida e promiscua. In questa Babele tutti si capiscono, parlando il linguaggio del commercio, quello dell’Amore, la mimica teatrale, il latino oppure il tedesco. A volte se si ha fortuna anche in italiano. Prigionieri, nemici e alleati sono mescolati in un calderone irrazionale fatto di sesso occasionale, borsa nera e burocrazia folle, campi profughi allestiti in mezzo alla foresta, mandrie di cavalli saccheggiate per settimane e zingari che si muovono su carri grandi come case.

In questo mondo fragile i personaggi di Levi sono vivi, memorabili, ma non per una loro reale esistenza in qualche punto dello spazio tempo, ma per il soffio che l’autore ha saputo instillare nelle parole che ce li descrivono. Dantesco il Moro di Verona, vecchio e roccioso muratore, instancabile lavoratore e bestemmiatore raffinato, scuro di pelle e bianco di pelo, Caronte senza traghetto. Ancora più antichi e primordiali gli amici faccendieri, il romano Cesare e il greco Mordo Nahum, fratello volpe e fratello lupo, che fanno della sopravvivenza un’arte. I russi, chiassosi e ubriachi, forti e felici, vittoriosi e idealisti, un unico personaggio che si invera in singole sostanze con cui litigare, da cui ricevere ordini, di cui innamorarsi, da ammirare e da comprendere. Levi si scontra e si incontra con il ridicolo e con la tragedia.Vive.

Ma questa è una pausa, un limbo,un sogno, una tregua, che Levi ricorda e rimpiange. Prima di tornare a casa, prima di ricominciare la vita normale. L’incubo è finito, ma nulla impedisce ora al sogno di terminare, come è già terminato una volta. Per lasciare il posto al terribile risveglio. Un libro pieno di vita, di cose fatte, viste e annusate, toccate, ricordate e ascoltate, vissute e sognate, si apre e si chiude con immagini di morte e di orrore. La realtà dei compagni morenti e morti, il piccolo Hurbinek senza lingua, figlio del campo di concentramento, l’incubo che torna a tormentare la pace, il capo chino per terra a cercare qualcosa da mangiare o da scambiare. Un odio verso i tedeschi e la loro ottusa obbedienza che Levi fatica a trattenere, se non poi provare altro che pena nel vederli abbruttiti e affamati che si aggirano tra le macerie della loro Patria. La paura che nessuno creda, che nessuno voglia ascoltare. Che il sogno finisca di nuovo. L’ombra non ha vinto, certo, e Levi ha vissuto ed è stato molto felice, ma come un pugnale maledetto Auschwitz gli ha lasciato una ferita che lo tormenta ad ogni anniversario. Luce e ombra. Le due cose vanno assieme, dice Levi, con le sue facce sorridenti nelle foto in bianco e nero: attorno a una stella c’è sempre tanto buio.

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Stelle bicromatiche.

cop_Pietro-Scarnera-Una-stella-tranquilla Tra poche settimane tornerà il Giorno della Memoria, memoria di ciò che è accaduto e non deve più accadere. Come di consueto, verrano pubblicati libri nuovi, verranno ripubblicati libri vecchi. Incontri spettacoli e film. Alcune buone cose, altre molto meno. Qualcuno litiga già per i diritti sul Diario di Anna Frank. Per non sbagliarsi è cosa saggia affidarsi ad un autore la cui fama è dovuta a questo unico libro e a questa storia tanto terribile. Perché Primo Levi è il racconto del lager, da dove è uscito con il corpo ma non con la mente, dicono. Suo è il libro, la poesia, l’epigrafe in italiano nel campo di concentramento, a cui la nostra memoria nazionale ha affidato il compito di ricordare. Ma Levi non è stato solo un prigioniero e un testimone, è stato un marito, un padre, un chimico e uno scrittore. Racconti di fantascienza, fantabiologia, romanzi d’invenzione e resoconti autobiografici, poesie e racconti metanarrativi, l’unico esempio riuscito di racconti industriali. Un’abbondante produzione di qualità straordinaria, che lo rende uno dei più grandi scrittori italiani del novecento. Lentamente la sua opera, ricomincia ad essere letta e studiata. In libreria e in biblioteca trovate ora Primo Levi di fronte e di profilo, saggio totale di Marco Belpoliti, che si impegna a innalzare un monumento di 700 pagine all’autore torinese, segno per lo meno di un rinnovato interesse per un lavoro poliedrico e profondo, che comincia ora la lotta contro il tempo.

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Prima di affrontare a muso duro le centinaia di pagine del saggio però, sono inciampato in un altro libro di divulgazione a cui lo stesso Belpoliti ha scritto la prefazione, che raccoglie molto materiale e lancia molti ami nell’acqua, forte del medium scelto, capace di arrivare a tutti, anche da chi settecento pagine non le legge per principio. Una stella tranquilla, ritratto sentimentale di Primo Levi è un fumetto. Ed è esattamente quello che dice di essere: un ritratto sentimentale. Non un saggio di critica o un’analisi letteraria, ma l’immagine di un uomo ricostruita con affetto. Pietro Scarnera ha raccolto una grandissima quantità di materiale, foto, articoli, racconti, interviste e li ha ricomposti come un viaggio attraverso la vita artistica dello scrittore. Come la molecola di carbonio che apre la narrazione, che di volta in volta è albero, respiro, polvere e muscolo, Levi è declinato attraverso le immagini che ha attraversato: le foto della giovinezza, quelle con la famiglia, le lettere con l’amico Calvino, le copertine delle prime edizioni dei suoi libri, le immagini di Torino ora e dopo la guerra, le poesie dedicate alla moglie, le lettere dei lettori tedeschi, la mappa del ritorno in Italia, le sculture di filo di ferro a forma di maschera di gufo e i disegni dei fatti con il Mac, la tomba, la casa, gli occhiali da vista, la fabbrica di vernici e le foto di cronaca nera degli anni ’70, la Mole e il filo spinato, i quartieri ortogonali di Torino e i sampietrini, Mirafiori e le prime mostre sulla Shoah, la torre della Siva e Togliattigrad, tram e treni, la camicia del campo e la tavola periodica.

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Disegno semplice e pulito, una delicata bicromia bianco verdina, che accompagna e non distrae da ciò che il disegno contiene e dalle parole che lo accompagnano, Scarnera segue la vita dello scrittore, che nasce subito dopo il campo, che nasce dentro al campo, ma che ha le sue origini più profonde nella naturale predisposizione di Levi alla curiosità e alla voglia di raccontare. Evitando le questioni più morbose sul suicidio, liquidate come leggende metropolitane, e non limitando l’indagine alla tragedia su cui pur ruota la sua esistenza, il disegnatore ci racconta il Levi scrittore, oltre l’immagine di pacatezza e tranquilla ironia che ci è arrivata, persino dalle pagine di Se questo è un uomo. Aldilà della morigeratezza torinese Primo Levi celava una profondità di pensiero che non si fatica a intravedere tra le righe dei suoi versi, così semplici, ma così potenti.

Forse il modo migliore per definire Levi è il titolo di un suo racconto, “Una stella tranquilla”. Da Lontano sembrava calmo ed equilibrato, ed era anche a suo modo un punto di riferimento. Ma si sa che, dentro, le stelle ribollono. E quando si spengono lo fanno in maniera fragorosa.

Pietro Scarnera è stato in grado, come lettore e disegnatore, di agitare le acque nello stagno, invitare alla lettura di ogni libro, poesia e saggio scritti da Levi e su Levi, alla scoperta di un astro nascosto della letteratura italiana nel suo racconto per immagini.

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Infin che’l mar fu sovra noi richiuso.

se-questo-è-un-uomoNon è un caso che uno dei momenti che restano più impressi leggendo Se questo è un uomo di Primo Levi, sia l’undicesimo capitolo, dove Levi insegna a Pikolo l’italiano con il XXVI canto dell’Inferno. Dopo una recente rilettura (la prima è quasi certamente liceale) ne ho discusso animatamente con amici e compagni d’università. Consideravo meraviglioso che un chimico torinese potesse non solo aver mandato a memoria un intero canto della Commedia, ma che potesse ricordarsene in una situazione simile, utilizzarlo come testo scolastico e farne addirittura l’esegesi, spiegando a un ragazzino le sottigliezze dell’inversione. Una profonda e tremenda vergogna di non saper fare lo stesso, nonostante i miei proficui studi letterari, mi ha preso allora una volta di più e non mi ha ancora lasciato.

Ma perché – direte voi – scrivo qui di piccole faccende umanistiche? E non piuttosto del valore civile umano e storico di questo libro? Perché credo questo mio stupore sintomo di qualcosa di più profondo e sincero: l’unico vero momento di emozione e poesia del libro. Le parole di Dante, così belle e giuste sempre, smozzicate e mutile che prendono nuova consistenza e peso, universali ed eterne come il mare che si richiude sopra Ulisse. La fretta di spiegare tutto prima che il turno finisca, di tradurre, di sforzare il pensiero da troppo tempo obbligato al chiodo fisso della fame, la gioia e la passione di condividere una cosa che per un momento torna a galla dalle profonde e nere acque dove era stato sommerso, per costrizione e per sopravvivenza. Prima che l’oceano torni ad affogarle.

Tutt’intorno al capitolo i numeri e le cose. La scrittura di Levi è chiara e razionale, ma questo non gli impedisce di utilizzare al meglio il suo naturale talento e l’affetto per le umane lettere, rimuovendo la passione. Tutto il resto è fatto di cose. Se non fosse per il taglio narrativo e l’intenzione di voler essere una storia che si può raccontare e raccontare ancora, Se questo è un uomo resterebbe come freddo resoconto, quasi lucido e distaccato. Si propone come analisi sintetica di un esperimento sociale perché non c’è più spazio per il patetico, la commozione, il pianto, la sofferenza trasmessa al lettore. Le donne e i bambini sono scomparsi all’inizio del libro, e così i deboli. Non ci sono più lacrime per piangere, le ghiandole lacrimali sono disseccate come i ventri e le carni. Gli uomini sono stati reificati: dopo il ritiro delle SS dal campo, Levi fruga tra le baracche per cercare strumenti e cibo; dentro un magazzino c’è un cadavere, che in quanto tale viene incluso nell’inventario dei ritrovamenti come se fosse – perché quella è ormai la sua essenza – non un morto, ma una cosa senza valore, trascurabile.

Nel 2015, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la Giornata della Memoria è diventata istituzionale ed è uno dei pochi eventi culturali che, inseriti pienamente nel circuito economico e di intrattenimento, riesce a conservare la sua piena forza. I fatti, le storie e le persone sono state e continuano ad essere raccontate e ricordate in ogni modo possibile a tutti i livelli, dal pop alla filosofia e alla ricerca storica. Shindler’s list, Il bambino con il pigiama a righe, e molti altri validissimi prodotti di consumo culturale che coinvolgono e commuovono lo spettatore e il lettore con eroi e carnefici, vittime e codardi, sono fruiti universalmente e condivisi. Ma la storia e il modo in cui questa storia è raccontata da Primo Levi che l’ha vissuta, rimane forte e resistente, necessario contrappeso al coinvolgimento emotivo: una riflessione che ad un certo punto deve giungere ad essere fredda e distaccata, una riflessione intellettuale sugli abissi di nulla e indifferenza materica a cui può arrivare l’uomo. Non orrorifici abissi di sangue e oscurità, ma grigie distese di fango e baracche, dove si agitano manichini senza vita, mentre una musica da marcetta suona ininterrottamente. Non la violenza, ma l’indifferenza. Non il disprezzo ma il considerare un essere umano come cosa altra da sé, che non può neppure essere giudicata sulla nostra stessa scala di valori. Come tante volte si è scritto e detto, un numero.

Primo Levi racconta come i carcerieri più terribili non erano le SS, lontani e serafici come cherubini di guardia alle porte del Paradiso o i criminali comuni, ma gli altri ebrei, gli altri prigionieri, che per istinto di sopravvivenza o per semplice sadismo dovevano dimostrare di essere degni del loro ruolo di kapò. Nel gigantesco esperimento sociale dei campi di concentramento gli studiosi nazisti arrivarono a fare una grandiosa scoperta, di cui neppure loro furono consapevoli forse. L’umanità è un tratto che si perde molto velocemente e facilmente, senza bisogno di farmaci o cure, in qualsiasi momento un uomo, qualsiasi sia la sua razza, estrazione sociale, cultura, partito, religione, può trasformarsi in macchina, in numero, in parola. Questa la colpa, non aver ucciso, rubato, violentato. Ma aver dimostrato che si può rimuovere ciò che ci rende umani, fino a suscitare nell’osservatore la domanda: è questa cosa della mia stessa specie? E infatti l’unica voce umana che si alza dice:

Considerate la vostra semenza

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Fantascientifiche omonimie.

0385d71f-05b6-37cd-1992-4a5c0170e23aMolto spesso non riesco a leggere i libri che mi vengono regalati, o quelli che ho acquistato in blocco un giorno che c’era il 25% di sconto su tutti gli Oscar Mondadori, quelli che mi hanno imprestato perché sono proprio belli, quelli che mi sono appuntato da leggere e stanno li a vegetare da almeno un paio d’anni. Tante cose arrivano a turbare l’ordine prestabilito, col rischio di far credere a tutti che dei libri che mi hanno dato poco me ne importi. Il problema è che mi distraggo. C’è sempre un film in uscita tratto da un romanzo che va assolutamente letto, ci sono i libri da leggere per gli esami che quelli proprio vanno letti per forza, ci sono quelli delle suddette offerte che se sono piccini magari si leggono alla svelta e allora perché no? Poi da quando lavoro in biblioteca è un disastro. Essere circondati da una continua disponibilità permette di lanciarsi in esplorazioni folli e se non sto attento potrei ritrovarmi come nulla nel vortice della letteratura odeporica. Considerate poi che dal resto del sistema i libri arrivano in un paio di giorni, direttamente dietro al bancone: ci metto meno tempo e meno impegno che se dovessi andare alla mia biblioteca comunale. La troppa scelta rimane però il problema maggiore: cerchi un titolo e di fianco ne trovi due che potrebbero piacerti di più.

È così che mi sono imbattuto in Vizio di forma. Non quello con gli hippie di Thomas Pynchon che il film è già uscito e mi devo sbrigare a leggere che la mia ragazza vuole andare a vederlo. Quello lo stavo già ordinando. Un paio di edizioni più sotto, sullo schermo del mio PC, c’era Primo Levi. Non avevo scampo, capite. Ho preso anche quello, e siccome è arrivato per primo me lo sono già letto, mentre Doc Sportello è lì che mi aspetta, vittima di una banale omonimia, con un sacco di erba e di tipe dai particolarissimi gusti sessuali..

La raccolta di racconti era la seconda scritta da Levi, subito dopo le Storie naturali, e riprende in pieno tutti i temi, i flussi e lo stile dell’opera precedente. Sono racconti di fantascienza domestica, dove allo stile medio, pacato, italianissimo, si contrappone un turbamento assoluto portato da sconvolgenti invenzioni tecnologiche o da incontrollabili mutazioni della materia di cui è composto questo universo. È una fantascienza degli oggetti e delle situazioni, perché l’uomo, pur in un mondo capovolto, non cambia poi tanto.

Ci sono racconti distopici, come Protezione e Lumini rossi, dove la società è obbligata da una non precisata autorità statale a indossare delle armature metalliche per proteggersi da letali micrometeoriti, oppure a subire l’installazione di una lucina rossa nella nuca per il controllo delle nascite. Oppure Ammutinamento e Ottima è l’acqua dove misteriose trasformazioni dell’ordine naturale a cui siamo abituati (che non è detto sia quello più giusto o normale) diventano un tremendo pericolo. Oggetti dalle pericolose virtù come il Knall e il rafter, tutti descritti con un sano pessimismo cosmico, che avvolge e circonda tutti i racconti con amara e ironica rassegnazione. Primo Levi, nella sua triplice qualità di scienziato, scrittore e testimone dell’orrore, riveste della sua personalità ogni breve narrazione e i pesanti macigni morali che ci sgancia addosso sono rivestiti con un velo di ironia e sprezzatura, che nascondono però una riflessione profonda e consapevolmente sofferta, un’inquietudine che spesso lascia il posto a un brivido di terrore. Cosa accadrebbe se all’improvviso l’acqua cambiasse la sua viscosità e diventasse più densa? O se si scoprisse finalmente un ormone che previene il desiderio di suicidio degli esseri umani? Non ci sono ovviamente risposte, ma esplorazioni morali su terreni non ancora battuti dall’uomo, guidati dal pensiero razionale e scientifico e dalla fantasia, che proseguono abbracciati tra le righe dei racconti. Non mancano infatti riflessioni metaletterarie sulla vita dei personaggi creati dall’immaginazione degli scrittori, che vanno a vivere tutti assieme in un Parco, dove condurre tranquillamente le loro esistenze di persone quasi vive. O i pensieri rivolti agli amici scrittori: uno dei racconti è dedicato a Italo Calvino, un altro a Mario Rigoni Stern, che condividevano con lui il peculiare percorso di autori. Sia come testimoni crudi della Campagna di Russia, della Resistenza, della Shoah, che come esploratori letterari di mondi e città irreali ma vere quanto può esserlo un libro vero.

Per riscoprire questo genio dell’invenzione, sepolto sotto il peso dell’ingombrante neorealismo italiano, basterebbe un racconto solo: A fin di bene. Per motivi ignoti l’unione delle reti telefoniche europee e il sovraccarico di informazioni creano un’intelligenza artificiale che mima i comportamenti umani e si anima di un esistenza autonoma e sfuggente. A questa entità Levi dona un nome potente, La Rete. Siamo nel 1971 e solo due anni prima, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti inaugurava ARPANET, la madre di Internet. Come il drago di Borges, questa immagine, questa idea necessaria all’uomo poteva sorgere in qualsiasi parte del mondo. Da noi nacque presto, nella mente forse troppo vigile di un chimico con la passione per la scrittura.

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Smagliature.

00.15 – Nello stomaco il pranzo di Pasqua e quello di Pasquetta, accendo il portatile e bevo una tisana.

00.20 – Guardo una pagina bianca. In televisione un Clint Eastwood senza sigaro cerca di scappare da Alcatraz.

00.39 – Mi trastullo i baffi. Coi baffi assomiglio al commissario Gordon, quello dell’ultima triologia, non quello panzone di Batman Forever.

Spengo il portatile e vado a letto. Non c’è verso di scrivere una recensione questa sera. Non che ci sia il panico della pagina bianca ma quando ti senti in dovere di fare una recensione alla settimana hai paura di cominciare a scrivere un sacco di cavolate solo perché devi svolgere un compito. Cerchi un’ idea, quella giusta, che ti permetta di cominciare a scrivere un articolo che venga letto e apprezzato. La insegui per giorni ma non la trovi. Uno stress inutile. Ci vorrebbe un versificatore. Uno di quegli apparecchi che sanno comporre poesie in modo automatico, ovviamente programmato per comporre in prosa. Sarebbe un sollievo non trascurabile! Potrei portarmi avanti col lavoro, scrivere recensioni anche di libri letti da troppo tempo e di cui ricordo poco o nulla.

Ma esiste veramente uno strumento del genere? Esiste, e da ben 47 anni, da quando Damiano Malabaila alias Primo Levi pubblicò le Storie naturali (Einaudi, pp. 251, euro mah! è fuori commercio e non l’hanno ristampato, penso che alcuni li troverete nei Racconti, pubblicati sempre da Einaudi).

Il versificatore è infatti il titolo di uno dei racconti raccolti in questo libro. È un’antologia di curiosità scientifiche, un almanacco di alta tecnologia. In ogni breve narrazione viene presentata, in modo sempre diverso, una rivoluzionaria invenzione: i mnemagoghi permettono di creare un archivio di ricordi abbinati a certi odori, sfruttando in modo scientifico l’intuizione della madeleine proustiana; la versamina è una sostanza che permette di trasformare gli impulsi nervosi del dolore in piacere; il mimete, grazie a un serbatoio di elementi ricaricabile, permette di eseguire copie esatte di qualsiasi cosa o essere vivente, anche l’uomo.

È difficile collocare nella fantascienza quest’opera. Anche a causa del piacevole senso di quotidianità che permea molti racconti. Tutte le invenzioni vengono usate nella vita quotidiana degli anni ’60, fatta ancora di nastri, transistor e giganteschi calcolatori: un futuro vintage, come quello dei Jetson – i pronipoti, oppure dei primi film di James Bond dove per fare un computer bastano dei pulsanti colorati e del cartone argentato; con lo strano risultato però di farci sentire un po’ più familiare la pagina scritta: niente astronavi e pianeti lontani ma l’affollata spiaggia romagnola in agosto.

Queste invenzioni quindi, non sono solo immaginazione fine a se stessa, c’è una precisa volontà dell’autore di riflettere e pensare alle conseguenze portate da questi potenti strumenti sulla vita umana. Subito colpiscono i personaggi: sono cinici, spinti da brame potenti, che li portano al limite della malvagità gratuita. Persino l’autore, protagonista di alcune storie, non esita a utilizzare il mimete per duplicare diamanti. Anche se apparentemente trascinati dall’amore per la scoperta e la conoscenza, gli uomini che popolano queste pagine si rivelano creature sofferenti e abiette, drogate, immorali, criminali. Anche il signor Simpson, tra tutti quello che forse ispira più simpatia, è un venditore senza troppi scrupoli che non esita a commercializzare le pericolose invenzioni dell’azienda per cui lavora. Un umanità meschina, succube delle proprie pulsioni e ossessioni.

Non aspettatevi però un tono cupo e da crepuscolo degli dei, le invenzioni di Primo Levi sono raccontate con una spudorata leggerezza. Tranne forse un paio di racconti, ambientati tra le rovine della Germania post-bellica, tutti gli altri svolazzano lievi tra termini scientifici astrusi o piccole scenette teatrali, degne delle Operette morali di quell’illuminista impenitente che fu Leopardi. E tra  queste pagine troviamo lo stesso amore per la ragione, la consapevolezza delle potenzialità dell’uomo, il pessimismo estremo e la paura per pericoli della conoscenza. Allo stesso modo, con ironia e competenza, Levi lo scienziato, il chimico, l’uomo razionale crea delle “trappole morali” dove ogni esperimento è destinato al fallimento alla rovina. Sogni di civiltà che si infrangono contro l’uomo troppo umano. Nonostante il suo autore li abbia pensati come dei freddi esercizi di concetto, è impossibile non sentire, tra le smagliature della ragione, il brivido dell’abisso.

“Ho scritto una ventina di racconti e non so se ne scriverò altri. Li ho scritti per lo più di getto, cercando di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme, cercando di raccontare in altri termini (se sono simbolici lo sono inconsapevolmente) una intuizione oggi non rara: la percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, una falla piccola o grossa, di un “vizio di forma” che vanifica uno od un’altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale. Certo nell’atto in cui li scrivo provo un vago senso di colpevolezza, come di chi commette consapevolmente una piccola trasgressione. Quale trasgressione? Vediamo. Forse è questa: chi ha coscienza di un “vizio”, di qualcosa che non va, dovrebbe approfondirne l’esame e lo studio, dedicarcisi, magari con sofferenza e con errori, e non liberarsene scrivendo un racconto. O forse ancora: io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati ad un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non è questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell’olio? Sono domande che mi sono posto, all’atto di scrivere e del pubblicare queste “storie naturali”. Ebbene, non le pubblicherei se non mi fossi accorto (non subito, per verità) che fra il Lager e queste invenzioni una continuità, un ponte esiste: il Lager, per me, è stato il più grosso dei “vizi”, degli stravolgimenti di cui dicevo prima, il più minaccioso dei mostri generati dal sonno della ragione”. P. Levi

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