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Berserk americano

The daughter who tranports him out of the longed-for American pastoral and into everything that is its enemy, into the fury, the violence, and the desperation of the counterpastoral: into the indigenous American berserk.

Pastorale_Americana_recensioneVincenzo Mantovani traduce quell’ultima parola di Philip Roth con altre due: indigenous American berserk diventa innata rabbia cieca dell’America. Ma cos’è questo berserk che la traduzione ci ha fatto perdere?

I berserk erano leggendari guerrieri scandinavi: leggende già nell’epoca buia e sanguinaria, o almeno così siamo soliti immaginarcela, dell’età vichinga. Ricoperti unicamente da teste pelli e artigli d’orso, di cui acquisivano così il nome e la potenza, erano i più temuti avversari sul campo di battaglia. Forse con l’aiuto di procedure sciamaniche o pozioni allucinogene i berserk precipitavano in uno stato di selvaggio invasamento: mordevano i loro stessi scudi, dalla bocca schiumante uscivano urla belluine, dai muscoli irrigiditi delle braccia partivano furiosi fendenti. Instancabili, insensibili, inarrestabili. Il loro obiettivo non era combattere con onore, non era neppure vincere, non era rimanere in vita per godersi i festeggiamenti nelle grandi sale di legno, non temevano la morte. Il loro unico scopo era squartare, spezzare, trafiggere, ricoprire il mondo di porpora, finché ogni forza li avrebbe abbandonati, lasciandoli indifesi e sprofondati nel sonno per giorni e giorni.

Il berserk della nostra storia non è Lo Svedese, lui è il nostro protagonista: Seymour Lvov ebreo di Newark, alto e biondo, intelligente e atletico, dotato negli sport come negli affari. Ammirato da tutta la popolazione israelitica del sobborgo perché rappresenta l’incarnazione stessa del sogno americano, figlio marito e padre fedele, la descrizione della sua vita è un’iscrizione sulla lapide. Uomo giusto e buono, fa sempre, la cosa migliore per tutti. Non lo guida l’ambizione o la bramosia, ma il rispetto per il padre, l’amore per la famiglia, per un guanto ben fatto, ama il sogno americano perché lui stesso ne è la più alta e vera realizzazione. Nessun rimpianto, nessun dubbio, nessun segreto, nessuna sofferenza esistenziale somatizzata nell’alcool. Lo Svedese non è Gatsby. Lo Svedese è felice di essere se stesso.

Il berserk della nostra storia è Merry, la figlia dello Svedese. Nonostante il nome non porterà a lungo felicità alla famiglia Lvov. Bambina balbettante prima, adolescente rabbiosa poi, è fonte di preoccupazione per i genitori, che cercano di aiutarla in ogni maniera possibile, forti del loro amore e delle loro risorse. Ma nulla serve a lungo per lei, ha scelto la sua strada e nulla può fermarla perché non ci sono argomentazioni razionali dietro ciò che muove lei nella lotta sempre più violenta contro la guerra in Vietnam. Dentro di lei si cela il caos, l’anarchia selvaggia, il desiderio di vedere crollare tutto, fare esplodere la perfezione della sua famiglia in miliardi di coriandoli colorati. Saranno le esplosioni infatti a coronare la ribellione totale di una sedicenne sovrappeso, tra le grida e la bocca balbuziente ricoperta di saliva. Lasciando il padre ad affrontare per la prima volta in vita sua l’orrore e il disgusto, ma soprattutto il dubbio e l’esitazione, un germe che presto infetta tutto il piccolo paradiso della vita dello Svedese.

Ancora una volta sono i personaggi, grandiosi, tragici, profondamente umani e veri, che siano protagonisti o accessori narrativi, l’arma segreta di Roth. Come per i grandi russi, di cui lo scrittore stesso non fa mistero essere un gran ricopiatore, gli umani che si agitano sulla carta sono personalità vaste e profonde, la cui esplorazione supera quella della trama, che alla fine segue sempre quello schema di peripezia arcaico e fisso e che emerge facilmente grattando la superficie moderna e nichilista del romanzo. Come il Roth di Nemesi, come l’altro Roth, quello che invece nel sogno americano aveva creduto, tutti gli ebrei del mondo, che sono solo un modo per dire quelle persone che meditano troppo a lungo sul significato delle cose fino a rompersi la testa, Pastorale Americana è di nuovo il libro di Giobbe, solo senza Yawhe a cui inviare le lamentazioni. Senza nessuno che ascolti la domanda, siamo noi gli unici interlocutori, a cui viene chiesto di capire perché basti una scheggia impazzita, un microscopico virus, un battito di farfalla, a far crollare il nostro castello. I suoi personaggi passano le loro brevi esistenze a cercare di capire cosa ha causato la loro rovina, se la colpa è delle fondamenta o della forza del cancro alla prostata, della ricchezza o della povertà, del capitalismo o del socialismo, del troppo amore o del poco amore, dell’integrazione multiculturale o dell’integralismo islamico. Philip Roth passa un’intera vita a gridare ai suoi smarriti personaggi che non possono sentirlo: nessuno ne ha colpa! Nessuno! Con un gesto che sembra di clemenza costruisce una cornice, ci fa sperare che la storia non sia andata davvero così, che sia un artificio letterario di Zuckerman, ma la cornice regge solo metà del quadro e l’abisso che spalanca oltre i suoi confini è colmo delle potenze del caos, che danzano sbavanti di sangue terra e saliva, coperte da pelli d’orso. Mentre le sue domande riverberano nel vuoto, scuotendo ogni certezza.

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Mago della fuga.

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Gli escapisti sono quegli illusionisti, maghi, prestigiatori, artisti (chiamateli come volete) che intrattengono il pubblico con mirabolanti fughe ed evasioni dalle più disparate situazioni costrittive. Legati con una corda piedi e polsi, incatenati o ammanettati, chiusi in baule o in sacco, dentro una cassa o in una teca di vetro riempita di acqua, oppure molto più spesso tutte queste cose assieme, gli escapisti devono liberarsi nel minor tempo possibile, a maggior godimento del pubblico pagante. Purtroppo, accompagnati già per molto tempo da una fama non molto lusinghiera, i maghi (chiamiamoli con il loro nome) anche questa volta sono dovuti correre ai ripari. La disciplina che studiano gli escapisti infatti non è l’escapismo, ma l’escapologia, inamidatissimo sostantivo sicuramente scelto dalla comunità scientifica internazionale per evitare a un mestiere, frutto di anni di pratica ed esercizio, l’accostamento con pratiche ritenute grandemente disdicevoli. L’escapista infatti, nonostante la liberazione finale sia sempre legata ad un trucco, deve confrontarsi con ambienti angusti, costrizioni varie, apnee, lucchetti, ed è inaccettabile che fantasie di fuga dalla dura realtà vengano confuse con un mestiere che affronta il gelo del ferro sulla nuda pelle e interminabili ore di esercizi ginnici preparatori.

Noi però rifuggiamo da sterili eufemismi. Cos’è meglio? Escapologo od escapista? Non sembra anche anche a voi che il primo ricordi troppo da vicino parole come podologo e proctologo? A quella laringale che chiude la voce, non preferite il lungo sibilo che sfugge tra i denti di escapisssssssssta?

Joseph K. vive a Praga ed è ebreo. All’improvviso si trova invischiato in una situazione particolarmente spiacevole. Un potere superiore ed oscuro comincia ad accusarlo di qualcosa di indefinito, senza che lui possa fare niente per impedirlo o per difendersi, intrappolato fin da subito nelle pastoie di una burocrazia tra le più raffinate mai comparse sulla Terra. Combattere un potere tanto grande è fuori discussione e anche la fuga, più il tempo passa, più diventa impossibile. Ma non vorrei portarvi fuori strada, la K. sta per Kavalier, e siamo già alla fine degli anni trenta. Il potere è nelle mani del partito nazionalsocialista tedesco anche in quella che fu la Repubblica Cecoslovacca, e i nazisti non sono abituati a fare processi, prima di esprimere una condanna. Grazie all’aiuto di un vecchio maestro prestigiatore, ai suoi genitori e a un’incalcolabile dose di fortuna, il giovane Kavalier riesce a raggiungere la terra delle opportunità, l’America. Qui, insieme al cugino Clayman inventerà l’Escapista (guarda guarda), il più grande supereroe dei fumetti dopo Superman e Batman. Questa è la storia, e non vi dirò niente più di quello che succede, perché ogni cosa in questo libro, trama e sofferenze comprese, è stata pensata per intrattenere e deliziare il lettore. Con una maestria indubbia, Micheal Chabon padroneggia i ferri del mestiere, grimaldelli e cappelli con il doppio fondo, al punto che l’unica cosa che riesco a dirvi è: state seduti e godetevi lo spettacolo.

Dopo aver dato forma e spessore ai due protagonisti de Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, gli fa fare esattamente quanto promesso nel titolo: formidabili avventure, fortune e sventure, coincidenze e ritrovamenti. Chi crede che un romanzo debba essere realistico cercherà inutilmente, ma in fin dei conti, quale racconto lo è veramente? E poi a volte la vita è anche più assurda dell’invenzione. Attraverso la New York scintillante e ricolma di opportunità di prima della guerra, distese di ghiaccio perenne, o gli sconfinati labirinti segreti che si nascondono sotto all’Empire State Building i due personaggi crescono, imparano, perdono, e noi trepidiamo con loro, seguiti da uno sguardo familiare e onniscente, che ci svela il futuro mentre ci inganna sul presente, porta a spasso la nostra attenzione con rapidi movimenti delle dita, mentre il trucco è predisposto dentro la cassa fin dal giorno prima. Per ottocento pagine fuggirete da questo mondo, in un altro chiuso e confortevole, che profuma di assi di pino e fango della Moldova o che puzza di sigarette e adolescenti sudati, ma non per questo immune da scossoni e cadute. Nessuno è mai troppo lontano dalla violenza del mondo, nemmeno in quello della fantasia.

Micheal Chabon ha scritto questo libro riversandovi la sua passione per i fumetti e la loro Età dell’Oro, per la magia del grande Houdini, grazie alle sue origini ebraiche e al suo essere altrettanto americano, ma l’ha scritto per deliziare il lettore. Il quale, pur sapendo che tutto è un trucco, tutto è falso invenzione illusione magia prestidigitazione, si siederà di fronte al palco, nell’attesa del miracolo. Per quanto abili siano nella fuga, i maghi ricompaiono sempre per l’applauso.

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escapismo

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Di Golem e dei.

coverLa nostra contemporaneità intellettuale, il nostro insegnamento universitario, saggi e libri di critica sulla storia della letteratura ci raccontano a lungo e con gusto del postmoderno e delle sue varie componenti alchemiche: l’ironia, la scomparsa dei generi o la loro ibridazione, la metaletteratura e i piani di lettura. I numi tutelari di Borges e Calvino ci guidano, il loro nome scritto su un foglietto e inserito nella bocca di argilla. Poi però, a guardarsi intorno, sembra che girino tutti a caso. La biblioteca immaginaria e la mappa dell’imperatore sono metafore utilissime quando si parla di Amazon o Maps, e Italo avrà detto sicuramente qualcosa di intelligente su questo o quell’argomento quando serve. Nella mia infinita pigrizia e arroganza posso tranquillamente affermare di aver conosciuto questi due grandi autori da lontano, in modo distratto e superficiale, ma ho l’impressione di essere in buona compagnia. C’è chi dice che il romanzo è morto, chi che non ha mai vissuto, che la trama è inutile, che comunque sono meglio le serie televisive, chi dà la colpa a Checco Zalone (ma non faceva cinema?) e che è tutto uno schifo ma alla fine scriveranno tutti racconti perché si adattano meglio alla nostra società. Lo ribadisco. Sono pigro e distratto da praticamente qualsiasi cosa che mi venga agitata sotto al naso, ma francamente non ci capisco niente. Da qui il tentativo di approfondire la faccenda in modo autonomo, leggendo più cose che spieghino la materia di cui sono fatti i libri.

Una spinta nell’affrontare lo gnommero arriva da un gruppo di lettura (IL gruppo di lettura della Capa) il tutto a discapito della mia vita lavorativa, sociale e sentimentale. Il primo stimolo, ovviamente collaterale e imprevisto, del gruppo è Micheal Chabon. Scrittore che in questo caso considereremo come autore dei saggi raccolti in Mappe e Leggende, trascurando la sua collaterale attività di vincitore di Premi Pulitzer e scrittore di bestseller.

Visti i pesi massimi BorgHes e Calvino che aprono la recensione, non si può non pensare che abbia con loro qualcosa a che fare, soprattutto se si parla di mappe e di leggende. Sia la cartografia che la mitologia sono un modo di immagazzinare informazioni: da dove arriviamo e dove possiamo andare. Possiamo discutere all’infinito sull’autorità di chi ci ha preceduto e sul piacere di perdersi, ma queste informazioni ci sopravviveranno comunque nella nostra eredità genetica. Bisogna solo imparare come non farsi schiacciare da terabyte di dati. Comunque. Mi spiace deludervi ma Chabon non ha scritto nulla di così organico, niente manuali di sopravvivenza, ma appena qualche indizio in più per la quest.

Mappe e leggende, avventure ai confini della lettura è solo una raccolta di articoli, prefazioni e discorsi che questo simpatico personaggio ha scritto nel corso degli anni. Largamente autobiografici, questi saggi brevi spaziano attraverso tutto ciò che interessa all’uomo e allo scrittore: i fumetti, la letteratura di genere, il perché le storie ci affascinano, il lavoro dell’autore di storie, quali sono gli spazi attraverso cui si può muovere. Chabon scrive e scrive molto bene, di tante cose che piacciono anche a me (Loki e gli dei nordici, i golem e gli ebrei, le mappe del tesoro) e di cose che mi interessano un po’ meno (i fumetti) ma sempre con l’obiettivo di affermare e liberare la letteratura da costrizioni e irrigidimenti. Di volta in volta, scrivendo di Sherlock Holmes o di Queste Oscure Materie, di Cormac McCarthy o di Walter Benjamin, di a me sconosciuti fumettisti d’oltreoceano o della sua esperienza di scrittore e di lettore e di ebreo, Chabon rivendica il diritto di intrattenere ed essere intrattenuti come mattone fondante della letteratura. Invoca il giusto mezzo, l’equilibrio tra la raffinatezza e la disinvoltura di genere, ma non lo fa tramite un’immagine rassicurante e di mediazione pacifica: evoca Loki il padre di mostri, il tessitore di inganni, l’astuto e il sottomesso, l’intrigante e il risolutore, colui che avvicina e ritarda contemporaneamente la fine del mondo. Il dio con i capelli rossi figlio di una razza diversa dagli dei di Asgard, ma fratello di sangue di Odino, saggio re degli dei. La fantasia e i mostri che genera, di volta in volta paurosi, divertenti, misteriosi e rassicuranti non possono essere canonizzati e irrigiditi in un corpo d’argilla. Cosa fosse successo se dal 1950 si fosse deciso che ogni tipo di racconto dovesse essere del genere “Medico e infermiera”? Infinite variazioni sul tema, alcuni certi capolavori, ma infine nel 2016, una gran noia mortale. Tutto questo sembra assurdo, ma a guardarsi intorno sembra la normalità, nonostante tutti spergiurino il contrario. Leggendo Chabon, e soprattutto I golem che ho conosciuto, il discorso che chiude la raccolta, sembra quasi che sia molto meglio essere ingannati da chi racconta frottole, che da chi pretende di raccontare la verità. I golem sono molto utili per difendere il ghetto, ma possono rivoltarsi contro chi gli ha insegnato regole troppo severe.

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Trilogie pericolose.

Riporto i fatti accaduti per come li riporta alla mente la memoria. Non è questo un modo per giustificare errori o travisamenti della vicenda, ma è una semplice conseguenza dei molti impegni e contrattempi che mi sono occorsi da allora. Se poi questo avrà o meno delle ripercussioni sul resto della storia, non sta a me dirlo.

imageEra una normale giornata di lavoro alla biblioteca civica e la mattinata era già corsa via dietro a prestiti e restituzioni. Ad un tratto mi ricordai di aver qualche libro nello zaino: un libro di ricette sui dolci austriaci e tedeschi, la Retorica antica e Il vagabondo delle stelle. Passati rapidamente dalla tasca alla mano, rigirati alla ricerca del codice, identificati e infine ammonticchiati da parte per essere sistemati. Li posai assieme alla pila di volumi accumulata durante la mattina. Fu allora, tra le coste colorate, che apparve il libro. Non avrebbe dovuto essere lì, questo è chiaro, e non avrebbe dovuto per svariate ragioni, che però non sono probabilmente utili alla nostra storia. Infatti il libro avrebbe dovuto essere a casa mia. Il ruvido ceruleo della copertina era ancora là sul ripiano della cucina, là nella mia mente, sul carrello della biblioteca no di certo. Pensai subito a una coincidenza e balzai al computer per controllare. Tutto corrispondeva: il libro era quello, era stato prestato a me e da me riconsegnato. A confermarlo c’era l’angolino in basso a destra, sbucciato, che mostrava il cartone. Come era possibile? Come era possibile che non mi ricordassi di aver riportato il libro? Non doveva essere poi una cosa remota, il libro era ancora sul carrello. Qualche mio collega? Ma come, se io il libro non l’avevo con me? L’unica spiegazione logica era che il libro mi era stato sottratto, senza che io lo leggessi, da qualcuno che voleva impedirmi di leggere e scrivere la recensione.

Le ragioni c’erano tutte per compiere questo misfatto: la Trilogia di New York, quella di Paul Auster, era un libro compromettente per molti. Per lo stesso Paul Auster, ad esempio. È noto che il famoso scrittore, all’inizio degli anni ottanta, quando non sperava più di diventare famoso come poi sarebbe diventato, scrisse la trilogia come sfogo personale dopo il divorzio dalla prima moglie infarcendo le pagine, sotto multipli travestimenti, delle sue vicissitudini personali. Inaspettatamente le opere, uscite una dietro l’altra, avevano avuto un incredibile successo. È possibile che il Paul Auster non voglia che la sua opera torni alla ribalta dopo anni di oblio in cui le sue opere successive hanno preso il sopravvento. Un uomo determinato e ricco può benissimo arrivare fin qui. Non è da trascurare neppure l’influenza della ex moglie, dirigente alla Library of Congress, che potrebbe aver disteso la sua longa manus attraverso le pieghe sempre oscure della biblioteconomia internazionale.

Trascurai per un momento i possibili moventi e mi concentrai sull’unica cosa che andava fatta: se qualcuno non voleva che leggessi quel libro, non lo avrei permesso. Mi nascosi dietro uno scaffale e cominciai febbrilmente a sfogliare le prime pagine. A parte la sua balzana teoria sul Don Chisciotte non mi pareva ci fosse nulla di così compromettente: il libro, o meglio i libri, erano delle rivisitazioni postmoderne delle classiche storielle hard boiled che usavano così tanto dopo la guerra, appesantite da un carico di depistaggi, mezze bugie e mezze verità, giochini filosofici tra autore e lettore e astruse teorie letterarie.

Nella sua città di vetro manca il senso claustrofobico dei grattacieli di New York, le folle, il vorticoso ammassarsi della civiltà. La storia e le perone passano attraverso i vetri delle case di una città fatta di nomi di vie, palazzi, ponti, musei. È una metropoli senza sporcizia, o meglio dove la spazzatura può esistere solo se è utile alla storia. I personaggi, chiusi nelle loro case, in una stanza, tra le vie perpendicolari di un quartiere, in realtà volteggiano come fantasmi tra le foreste di Thoreau, le onde di Melville e i pudori di Hawthorne. Qualsiasi limite, ostacolo, tranello non veniva da fuori, ma da dentro di loro.

Trascorsi delle ore, seduto dietro lo scaffale, immerso nella lettura. Ad ogni pagina si rivelava come il disegno dell’autore fosse molto più vasto di quanto avessi pensato all’inizio. Attorcigliata alle storie e alla storia, c’era il rapporto tra scrittore e uomo e su quello che rubano l’uno all’altro. Come i migliori scrittori, tutto era suggerito e sussurrato, sdoppiato tra personaggi che si rispecchiano l’un l’altro, vampirizzandosi a vicenda.

Chiusi l’ultima pagina, felice di avere trovato un grande scrittore. Aveva preso il racconto investigativo e lo aveva fatto esplodere, ribaltandolo come un calzino. Attingendo dalle origini della letteratura americana e dai romanzi popolari aveva partecipato a creare quello che (ora lo sappiamo) è un genere come tutti gli altri, di romanzo. Il postmoderno. Con una bravura e un ironia mai scontate Auster tiene la tensione alta, pronto a far vibrare il colpo di scena come una frusta, senza mai deludere chi voglia seguirlo fino in fondo. Con gusto hitchcokiano gioca con i particolari e le tensioni, sessuali, nevrotiche, ossessive, per creare un meccanismo preciso e rispondente ai piccoli colpetti che gli arrivano dall’esterno, di cui non possiamo vedere l’interno finché non lo decide l’autore. Non provate neppure a cercare di ricomporre da soli il groviglio di personaggi riflessi tra le pagine del libro, la conseguenza è la follia, o semplicemente un vicolo cieco. Godetevi la strada e lasciatevi trasportare, il cervello non deve funzionare a pieno regime.

Ero rimasto solo, nella grande sala. Al buio. I miei colleghi erano già usciti. Rimaneva in sospeso l’inspiegabile faccenda del libro, cosa sarebbe accaduto ora? Squillò il telefono. Lasciai che si fermasse. Ricominciò. Risposi.

«Pronto…?»

«Non hai capito niente, rileggilo da capo».

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Bonus:

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mazzucchelli (1)

La traduzione a fumetti del primo capitolo della trilogia Città di vetro, merita di essere letta. David Mazzucchelli, Paul Karasik – Coconino Press.

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Vagabondi metropolitani.

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È capitato sicuramente anche a voi, aspettando il treno la metro o la corriera, di spegnere provvisoriamente il cervello. Dopo una lunga giornata o appena svegli, in attesa alla stazione lo sguardo si fissa sulla banchina opposta, il vociare vicino diventa sempre più indistinto, pensieri e preoccupazioni che ci accompagnano fedeli in ogni altro momento di calma della giornata che svaporano indistinti. E poi eccolo che arriva: il velocissimo mezzo metallico che scorre a un palmo di naso. Le finestre, rintoccano ritmicamente ipnotiche. Allora, in quel preciso momento, prima che il treno si fermi e le porte si aprano, ci si avvicina a ciò che raccontano sciamani e asceti da millenni: la divisione della coscienza dal corpo. Non sarebbe infatti possibile, lasciandosi andare, concentrando l’attenzione su quel luogo così distante nel nostro cervello, farlo veramente? Anche se stiamo solo aspettando che il treno si fermi? E provare così ad immaginare quello che accadde a Darrel Standing nel romanzo di romanzi scritto da Jack London: Il vagabondo delle stelle.

Siamo nella California di inizio novecento, un posto tutt’altro che civile. Niente bionde abbronzate che surfano, per ora. Standing, professore di agronomia, è stato condannato per omicidio all’ergastolo. Per una serie di malversazioni viene costretto in cella d’isolamento, pena spesso e volentieri accompagnata dall’uso sfrenato della camicia di forza. In questa situazione estrema conosce gli altri inquilini del braccio d’isolamento: Ed Morrel e Jake Oppenheimer, con i quali comincia a comunicare attraverso un codice segreto che camuffa quello Morse. Quindi, grazie ai consigli dei due compagni di sventura, riesce ad autoindursi una condizione di sospensione spirituale per sopravvivere alle torture dei suoi carcerieri. Il grosso problema è che il nostro eroe comincia a prenderci gusto: scopre infatti che portando ogni volta un po’ più in la la soglia della sua morte-in-vita riesce a rivivere esistenze precedenti sedimentate nella sua coscienza da migliaia di anni, vite e vite, in luoghi epoche e corpi incredibilmente distanti tra loro.

Eccoci giunti infine al cuore del libro: una serie di racconti d’avventura che rispettano quasi maniacalmente le casistiche narrative avventurose più classiche. C’è il romanzo di costume medievale, il romanzo di sventure marinaresche (anzi due), il romanzo storico che attinge all’epopea western come Lo studio in rosso di Conan Doyle, il romanzo di avventure esotiche. Tutti perfetti e autentici episodi narrativi in perfetto stile londoniano. Oppure coloratissimi kolossal hollywoodiani anni ’50. Non sarebbe azzardato pensare che alcuni racconti siano stati scritti da soli per poi essere incasellati nella splendida cornice che London aveva preparato. Un racconto di racconti, tra i più classici, dalle Mille e una notte al Decamerone. Qualcosa che mai nessuno prima di lui avesse tentato, scrisse London al suo editore.

E forse è vero. Perché quella che fino ad ora è sembrato solo un banale pretesto per pubblicare un blocco di racconti assieme per recuperare i soldi necessari a mantenere il Beauty Ranch a Sonoma County e i suoi numerosi abitanti, si espande, penetrando negli interstizi tra le avventure metempsichiche di Darrel Standing. Con il peculiare stile che appartiene solo a lui, a cavallo tra i secoli ed eternamente oscillante tra circonvoluzioni metafisiche e periodi sbozzati con l’ascia, cinico e razzista quanto sensibile e curioso delle culture più lontane, attento studioso di storia e filosofia e colossale mistificatore; London, questo ossimoro vivente, rimpinza il libro di filosofia orientale e di attente critiche storiche e sociali, di verità e verosimiglianza, tornando alla più profonda essenza del romanzesco. È vero, basato su dettagliatissime ricostruzioni, il massacro dei pionieri nel deserto salato dello Utah. Sono veri i personaggi di Oppenheimer e Morrel, vere le torture a cui venivano sottoposti i prigionieri nel paese più democratico del mondo, nella California del sogno americano.

Come è possibile conciliare l’eterno ritorno dell’uguale e l’inevitabile spinta progressiva dell’essere umano per il miglioramento proprio e della società? Due pensieri così lontani e distinti come il giorno e la notte: come possono stare nello stesso libro, nella stessa mente? Come può il socialista Jack London, che lotta per i diritti civili, esaltare la forza il coraggio e l’intelligenza dell’uomo ariano attraverso le ere? Con un racconto, il più facile ed economico mezzo di viaggio dell’anima conosciuto. Ed Morrel, quello vero, condannato all’ergastolo per aver fatto parte di una banda di banditi ferroviari un po’ anticapitalisti, fu graziato in seguito al successo del Vagabondo delle stelle. Darrel Standing invece, condannato alla sua esistenza di eroe fittizio, continua e continuerà a morire e rinascere, morire e rinascere per l’eternità, dalla prima all’ultima pagina nell’eterno ritorno della prigione in cui è stato rinchiuso.

Centrale, stazione di Centrale, lasciare scendere i passeggeri prima di salire.

Bonus:

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La storia di Frank.

In futuro questi romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, se soltanto qualcuno sapesse fare una scelta fra ciò che egli chiama le sue esperienze, e conoscesse il modo veridico di raccontare la verità. – Ralph Waldo Emerson

ceneriEmerson, personaggio a cui si può dare una gran parte di colpa per la nascita di una letteratura americana, auspicava una scrittura che doveva essere nuova ma soprattutto libera dal pesante fardello delle foreste di simboli europee; non più imitazione ma espressione della Natura stessa. Un modo nuovo di raccontare, più vero, che racconta di cose vere. È però inesorabile la contraddizione, nelle parole stesse di Emerson: “il modo veridico di raccontare la verità”. Esistono quindi un modo o dei modi per cui la verità può sembrare più vera, grazie all’abilità del narratore o al suo talento e la naturalezza si può guadagnare anche con la fatica e lo studio.

Poco importa quindi che cosa sia vero, cosa meno, cosa sia filtrato dall’autore adulto e cosa completamente inventato, quando Frank McCourt ci libera dal peso di leggere la sua autobiografia. Le ceneri di Angela (Adelphi, pp. 376, euro 10, traduzione di Claudia Valeria Letizia) è un romanzo. Che poi il vecchio Frank non abbia avuto abbastanza fantasia per inventarsene uno da zero proprio non ci importa, il suo sguardo, all’indietro nei ricordi e aldilà dell’Oceano Atlantico ci ha consegnato una piacevolissima lettura, di quelle gustose, che ti vien voglia di ascoltare per sempre. Alla fine quello che vogliamo noi lettori è leggere belle storie, non importa di chi siano e quanto siano “vere”.

Naturalmente è stata un infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora.

Basta, la storia è tutta qui. Frank racconta le infinite tribolazioni della sua famiglia: l’Irlanda è ben aldilà dall’essere un posto verde e carino, coi folletti e le pentole d’oro alla fine dell’arcobaleno. È un mondo povero, ingrato, difficile, ma soprattutto umido. Lui e la sua famiglia non riescono quasi a mettere insieme di che mangiare, il padre si beve al Pub i soldi del sussidio o i pochi che riesce a guadagnare. I preti avidi e boriosi, gli insegnanti arroganti e violenti, i parenti che odiano il padre con l’accento nordirlandese e si rifiutano di aiutarli. Quella che potrebbe sembrare una semplice raccolta cronologica delle minutissime esperienze di un bambino irlandese viene a comporsi, con naturalezza, come un viaggio o un percorso, fatto di piccole scoperte e di infiniti ritorni. Tante volte leggerete di quando il padre, tornando a casa ubriaco, svegliava i piccoli e li faceva giurare che sarebbero morti per l’Irlanda, cantando vecchie e tristi canzoni. Tante volte sentirete la fame dei piccoli e la vergogna dei grandi, per aver solo un pezzo di pane come pasto. Tante volte vedrete la madre impotente guardare le ceneri della stufa spenta, il fratello cercare il gemello fuori dalla finestra. La sporcizia, la puzza, le malattie e la morte. Le file per il sussidio e le file per la tessera alimentare, l’infinita gioia che possono procurare una limonata una caramella o una giornata di sole a Limerlick. La storia di Setanta che divenne Cuchulain e gli Och di suo papà.

Con stupefacente ironia McCourt racconta la sua incredibile (per noi certamente) infanzia, senza mai diventare patetico, sicuro del fatto che se è arrivato a settantanni tanto male non gli è andata. Il fatto di essere sopravvissuto, al contrario di molti altri, è una cosa che mette di buon umore. Senza diventare pedante o supponente dissemina per tutto il libro piccole epifanie ed indizi del suo destino di scrittore: come quando scoprì Shakespeare, che è buono come il purè di patate anche se è un maledetto inglese; o quando venne pagato da una strozzina per scrivere lettere minatorie ai debitori, tutti pagavano subito appena leggevano quelle parole così tremende, da eroe offeso nell’onore. Fin da piccolo Frank voleva una storia per sé: il padre gli aveva raccontato la storia di Cuchulain e di come era diventato il Mastino dell’Ulster e nessuno tranne lui o il suo papà avrebbero dovuto raccontarla. Era la sua storia e chiunque l’avesse raccontata si sarebbe beccato un pugno. Ma per quanto tirasse pugni la storia di Cuchulain gliela rubavano sempre. Le ceneri di Angela è nato così, quando – a settantanni – Frank McCourt trovò una storia che era solo sua, la sua.

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Leggere i mondi.

underworldVoltata l’ultima pagina, chiudo il libro e lo poso sul comodino. No, lo rigiro ancora un attimo tra le mani: ne percepisco il peso e osservo la sua struttura geometrica. Gli angoli smussati dall’usura non ne snaturano l’essenza di solido blocco quadrangolare. Potrebbe benissimo essere una pietra angolare di qualche antica cattedrale, di compatto granito. Immobile e ostile accanto alla mia testa lo osservo: le pagine di carta fine, il carattere minuscolo del tascabile non impediscono di raggiungere quasi le novecento pagine. Penso a quello che è successo quando ho finito il libro e al vago senso di incertezza che ha lasciato. Penso anche alle varie recensioni e analisi che ho letto: il postmoderno, la critica alla società dei consumi. Il complottismo che vede il numero 13 nascosto nei nomi dei giocatori di Baseball. L’ironia dell’autore che non vuole che il lettore capisca fino in fondo, perché alla fine non c’è nulla da capire. La tentazione di lasciare che questo monolito di carta mi convinca di essere un freddo esperimento di stile sono forti, dire a tutti che “sono rimasto stordito dalla sua complessità” e passare oltre.

Cosa crede che tu è, un Jedi, che muove così con tua manina? Io toydariano, trucchi di mente non funziona con me, solo money. – Watto a Qui-Gon Jinn, La minaccia fantasma.

Non posso fermarmi alla superficie, voglio recuperare la fraternità che ho condiviso con il libro mentre mi avventuravo nel suo mondo di carta. Le pagine nere che scandiscono la lettura non erano allora simboli di morte, ma solo riferimenti temporali di quel piccolo universo. La sensazione è che Underworld (Einaudi, pp. 880, euro 13,20, traduzione Delfina Vezzoli) sia un opera dove c’è poco spazio per l’emozione. Una costruzione di altissima abilità tecnica e stilistica, degna dei capolavori della cultura mondiale, fitti di connessioni, citazioni, sorprendenti scelte stilistiche e rigore compositivo. Don DeLillo, l’autore, crea un epico racconto, una straordinaria narrazione composta da molteplici storie e personaggi, tutte mescolate in un flusso unico dove la distinzione tra personaggio secondario e principale non è sempre chiarissima. Non mi piace definire queste parti frammenti, che sono piccoli pezzi sparsi dal caos, preferisco pensare alla torta marmorizzata: vaniglia e cioccolato sono separati in modo irregolare pur restando in un dolce unico, mescolati ma non uniti, venature marroni attraversano fette gialle. Una volontà ordinatrice, per quanto non segua sempre una motivazione logica, esiste. Stampatevi l’immagine di De Lillo, grembiule alla vita, che sforna la sua American Pie.

Avanti e indietro nella storia degli Stati Uniti d’America, durante la Guerra Fredda. I taxi gialli di New York potrebbero condurre in mezzo al deserto del Mojave se non prestate attenzione. Il Bronx italoamericano del dopoguerra si trasforma nel ghetto nero per antonomasia se non guardate dove camminate. Tutti i ceti sociali, tutte le razze dell’insalatiera americana. Personaggi storici famigerati e perfetti sconosciuti, personaggi d’invenzione che chiacchierano con ricordi di un mondo che è esistito. A collegare tutto e tutti, ma con un legame così apparentemente debole e fragile che l’unica parola che suona abbastanza bene è link, è una pallina da Baseball. Non una qualunque. Quella di una storica finale tra Giant e Dodgers. Oppure una qualunque, vi assicuro che non potrebbe fare differenza. L’apocalisse nucleare, il terrore rosso, la massificazione dei consumi e la produzione di rifiuti e scorie come caratteristica definente dell’essere umano, l’ossessione per la ricerca di un complotto sotterraneo che spieghi i segnali che vediamo dappertutto. La lotta per l’emancipazione dei neri, l’assassinio di Kennedy, il Texas Highway Killer. Tutto riconducibile alla piccola palla, al Botto Che Fece Il Giro Del Mondo.

Tutti gli episodi i capitoli i paragrafi le parti le frasi sono perfettamente autonomi. E perfetti. Lo stile di De Lillo è espressivo e misurato, consapevole del potere che ha sul lettore e della direzione in cui lo sta portando. Uno stile fatto di cose ed immagini, dove un cheesecake può essere «morbido e gustoso, con la personalità di uno zio benestante che conosce un centinaio di barzellette sporche, destinato a morire di eccessi sessuali tra le braccia dell’amante». I personaggi non sono mai gli agenti del racconto, ma sono molto aldilà dall’essere piatti. I servi dei Tre Moschettieri sono piatti, piazzati lì da Dumas solo per farsi prendere a bastonate o per consegnare un messaggio. Nel nostro libro invece ognuno ha una storia che ce lo rende interessante o fa parte di una Storia più grande che li rende tutti importanti. Tutti vedono qualcosa e cercano di leggere la storia e di nuovo, la Storia, con i loro strumenti, cercano ossessivamente una palla, il numero 13, la contaminazione, il complotto statale o quello straniero, una nave carica di merda che non può scaricare perché nessun paese la vuole. Il complotto segreto, anche se falso, è un modo per dare un ordine alla realtà incontrollabile.

E noi, lettori, sullo stesso loro piano. DeLillo genialmente non ci mostra i collegamenti che reggono la sua opera, non ci spiega come fa. Ci mette di fronte all’opera d’arte, spazio finito e autonomo, specchio e metafora del nostro mondo. Alla ricerca di un ordine i neuroni si uniscono e creano una realtà, noi assistiamo al suo formarsi, riflettendoci nei personaggi, non per come sono, ma per come vedono il mondo. Il loro di carta, il nostro solo un poco più vero. Sinapsi di un cervello.

Ora sì, posso spegnere la luce. Finalmente la pace.

P.S. Anche il mio titolo ha tredici lettere.

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Los Tres Caballeros.

tres-caballeros-los-img-3085Chi segue con devota assiduità questo blog avrà notato tra alcune delle ultime recensioni un sottile filo rosso, o come dicono i francesi: fil rouge. O come dicono i tedeschi: Rotdraht. Una remota popolazione del caucaso non distingue il colore rosso dagli altri e lo indica generalmente con Maragagandu…dicevamo. Una piccola ricerca mi ha permesso di scoprire come tre libri fossero imparentati fra di loro: nell’enorme e infinita biblioteca dello scibile umano questa connessione può risultare ridicola, microscopica e insignificante. Ma dopo averla trovata quasi per caso sono stato felicissimo di seguirla. Tre autori differenti, diversissimi per stile, fortuna, tecniche espressive e poetica, accomunati dal magnetico fascino per le distese polari e i misteri che si celano oltre il novantesimo parallelo. Andiamo a scoprire i nostri protagonisti.

Il capostipite.poe-in-shades-fb-rachel-earling-hopson

Nella sua vita breve e travagliata Edgar Allan Poe trova il tempo e la voglia di scrivere un solo romanzo. Considera questa forma espressiva troppo lunga e dispersiva per catturare l’attenzione del lettore. Nonostante questo Le avventure di Gordon Pym è uno dei più straordinari romanzi d’avventura mai scritti. Avvincente e sottile, la struttura narrativa di questo libro è sorprendente e anticipatrice. Dalla ribollente immaginazione di questo scrittore nascono immagini così potenti da ispirare gli altri due caballeros. Il suo genio riempie gli spazi vuoti della mappa polare come Marco Polo le distese del Cataio, popolandole di esseri e forme bizzarre, di luoghi misteriosi e pieni di meraviglie nascoste.

QUI potete leggere la recensione.

Lo scienziato.tumblr_lslpuveVrG1r4qbsro1_500

Jules Verne non nascose mai la sua ammirazione per lo scrittore americano, alcuni dei romanzi pubblicati nella serie Viaggi Straordinari sono direttamente ispirati ai racconti di Poe. Ma con La Sfinge dei ghiacci Verne fa molto di più, scrive il seguito delle avventure di Pym. Ma lo fa a modo suo, ripercorrendo la stessa rotta con un atteggiamento diverso: non è più il racconto misterioso di un avventuriero ma il preciso resoconto di un geologo, uno scienziato positivista, per cui ogni mistero può essere risolto con la forza della ragione e dell’esperienza. E’ un ingegnere gestionale con la passione per le avventure in dirigibile. Eppure anche in questo libo i misteri e le domande lasciate senza risposta non mancano.

QUI l’altra recensione.

Il matto.HP-Lovecraft

H. P. Lovecraft, se fosse vissuto ai nostri tempi. sarebbe uno di quegli stramboidi che contattano i blogger per promuovere i loro e-book strampalati e sgrammaticati. Non ci possiamo fare niente. Alle montagne della follia è scritto male. Anche se siete dei fan e non potete arrivare a tanto, dovrete ammettere che non è tra i più riusciti. Pensato come il suo vero grande debutto nel mondo delle lettere, si trasformò in una cocente delusione, ponendo fine alle sue ambizioni di scrittore, nonostante il meglio della sua produzione sia tra le cose scritte in seguito. Pieno di continui e fastidiosi riferimenti al ciclo del Necronomicon e con una varietà di desrcizioni e sinonimi degna di un libretto d’istruzioni, questo libro, inspiegabilmente, attrae. E non sono i mostri schifosi, gli alieni terrorifici, l’ansia claustrofobica. Sono le montagne. Delle montagne altissime, meravigliose e paurose. Tutte le montagne fanno quell’effetto viste dalla pianura. Ma queste montagne, alte più di 10.ooo metri nascondono orrori e segreti senza nome, che annichiliscono proprio perché non vengono mostrati o nominati. Nonostante Lovecraft faccia di tutto per rendercele antipatiche ricordandoci un milione di volte quanto “ricordino l’abominevole altipiano di Lang” loro stanno lì e continuano a spaventarci.

Questi tre autori sono considerati “di culto”. Significa che hanno dei fan-club e della gente mette le loro facce sulle magliette con più disinvoltura di quanto facciano con quella che so, di Primo Levi. Sono letti con ardore anche da personaggi che altrimenti non leggerebbero nient’altro nella vita e trovano accoliti fedeli al limite dell’integralismo. Forse con l’eccezione di Poe sono drammaticamente ignorati da una certa cultura accademica, proprio per i limiti stilistici di cui abbiamo parlato sopra. Ma non è questo a renderceli così simili e così preziosi. E neppure Gordon Pym o il sinistro «Teke-li! Teke-li!» che riecheggia o meno sulle distese ghiacciate delle loro pagine. E non è il Polo Sud e non la neve o le montagne. E’ il mistero. Il non detto, lo spazio bianco sulla carta, la pagina intonsa, lo sguardo fuori campo, il racconto interrotto. I nostri tre cavalieri hanno imparato che non è la loro fantasia a conquistare definitivamente il lettore, non sono mostri, terre fatate e avventure. E’ il sobbalzo, il fremito tra le scapole che precede di poco il pensiero: «E poi?» La voglia pazzesca, non appena hai girato l’ultima pagina, di cercare subito un altro libro, che ti chiarisca quel poi. La sicurezza, la dolce rassegnazione nel sapere che però nessun libro ti soddisferà e che la ricerca sarà senza fine, eterna.

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La Domanda.

nemesirothLa letteratura è come la teologia. È come la scienza o la filosofia. Come aruspici etruschi aprono il fegato del reale e lo interrogano, seguono grumi di sangue e filamenti di grasso cercando una verità incomprensibile. Ricercatori teologi scrittori filosofi. Ma ogni volta che la piccola stiratrice leva un’infinitesima grinza, tutto il resto del vestito si sgualcisce. Mille duemila un milione di analisi, esperimenti e di dati incrociati non riescono a spiegare l’1% di riscontro negativo. Cento duecento pagine del più bel romanzo o il verso di una poesia mostreranno la via, ma solo per un momento e il ricordo scolorisce col tempo. Teologi e filosofi sanno invece già in partenza che nella loro faticosa ricerca non produrranno nessuna verità assoluta ma solo nuove domande.

A volte la testa si riempie di domande domande domande, che sciabordano e ogni piccola risposta si perde nel frastuono di quesiti più grandi che si scontrano e sbattono l’uno con l’altro. Una sola però sovrasta tutte le altre. Gettando un’ombra inquietante sotto di sé. I grandi indagatori del pensiero erano riusciti a superare innumerevoli insidie ma di fronte ad essa si erano abbandonati scoraggiati, riconoscendo la propria inferiorità: perché esiste il male?

Il libro di oggi non ci dà nessuna risposta.

Nemesi (Einaudi, pp. 183, euro 11, traduzione di Norman Gobetti) è un’opera appartata nella produzione di Philip Roth. Nessuna volontà di ricreare un ephos americano o di saltellare tra varie macchie umane e incontrollabili pulsioni sessuali. E’ un libro con uno stile e dei personaggi che stupiscono per la loro normalità. Dalle nebbie dell’ottocento Roth recupera perfino un aggeggio arrugginito come il narratore omodiegetico. Ma non per un’archeologia letteraria postmoderna o per folli sperimentazioni. Roth scrive un libro normale. E normali sono i suoi personaggi e i luoghi che ci mostra. Normale la sua Newark, periferia popolare e residenziale della metropoli di New York. Normale Bucky Cantor, giovanissimo e atletico insegnante di educazione fisica ebreo, esonerato dalla leva per i suoi problemi di vista. Normali il campo estivo per bambini, la fidanzata bella e di famiglia ricca. Non è un caso che il protagonista sia un insegnante di ginnastica. Il fatto di aver studiato, ma di essere sostanzialmente un atleta lo colloca in quella fascia indistinta di normalità assoluta: non troppo ignorante da avere tutte le risposte, non troppo colto per non averne nessuna. Come dice il professor Schniblie: “Chi non sa fare insegna e chi non sa insegnare, insegna ginnastica!”. Ogni gesto, ogni frase del libro esprime normalità, che non significa banalità ma spinta verso l’assoluto: un ragazzo diventa tutti gli uomini, diventa l’Uomo.

Normale, naturale, perfettamente inserita nel tranquillo flusso delle cose è anche la poliomielite. Ogni estate questa malattia misteriosa colpisce i bambini e li rende invalidi per sempre, costretti a camminare con un tutore o a restare immobili dentro al terrificante polmone d’acciaio. I più sfortunati, o fortunati, muoiono nel giro di 24 ore. Prima del 1955 non esiste una cura, non esiste un vaccino ma soprattutto non esiste la minima idea su come possa diffondersi la malattia. Una mosca? L’aria? L’acqua? Il peccato? Perché i bambini? Perché i nostri buoni bambini ebrei? Dio ha forse dimenticato il Suo Patto?

Il fatto più straordinario è che la causa delle grandi epidemie del primo ‘900 fu proprio il miglioramento generale delle condizioni igieniche. Senza essere esposti al virus i bambini non sviluppavano anticorpi per potersi difendere da attacchi massicci. Vittime del Progresso.

Bucky è un ragazzo tutto d’un pezzo e non può permettersi di dimostrarsi debole di fronte a niente e nessuno, siano degli italiani attaccabrighe o un morbo inarrestabile. Il lettore segue la vita di Bucky Cantor ma soprattutto segue le sue scelte e le conseguenze che producono. Cosa può fare però un ragazzo contro un male terribile e misterioso che colpisce gli innocenti? Nulla. Le conseguenze ricadranno solo su di lui e su quelli che lo amano.

Roth sceglie di raccontare questa storia dal punto di vista di un ragazzino ebreo, allievo di Cantor, ebreo. E lo fa principalmente perché lui stesso è ebreo. E gli ebrei nei libri raccontano solo di sé stessi, da sempre. E non racconta nient’altro che la storia di Giobbe che, privato di ogni bene e di ogni felicità, anche dal sollievo della morte, continua a chiedersi: «Perché? Perché esiste il male? Perché il male vince sempre?» A differenza di Giobbe, Bucky una risposta la trova, a voi giudicare se sarà giusta o sbagliata. E se è possibile usare “giusto” e “sbagliato”. Il libro risposte non ne dà, il libro di Giobbe o il libro di Bucky, è indifferente.

A Dio dirò: “Non condannarmi! Fammi sapere di che cosa mi accusi! Ti sembra giusto opprimermi, maltrattare l’uomo che hai fatto e favorire l’opera dei malvagi?”  Giobbe 10,2

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Nota del recensore.

Se volete avventurarvi nella lettura della Bibbia, che siate credenti o atei o gnostici o vaiasaperecosa è consigliabile rivolgervi al vostro teologo di fiducia. Se non ne avete uno, procuratevelo. Perché avere uno psicologo e un otorinolaringoiatra di fiducia e non un teologo? È gente che ha studiato! E le parcelle nella maggior parte dei casi si limitano a una bottiglia di vino e a del formaggio da consumare durante la seduta. O cercate almeno un’edizione dell’Antico Testamento senza le figure colorate degli animali che salgono sull’Arca. Buona lettura!

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Un mare di avventure.

Che cos’è un genere? Sostanzialmente un’etichetta nuova che appiccichiamo su uno scatolone bello grande dove abbiamo messo un po’ di libri che magari hanno un particolare in comune. Per alcuni motivi che ora sarebbe lungo spiegare, si è deciso che ci sono i racconti dell’orrore, che fanno spavento, i romanzi d’avventura che manco a dirlo, sono avventurosi e poi i gialli, dove si risolve un crimine. Poi c’è chi dice che ci siano i thriller, che fanno spavento come i racconti dell’orrore ma che non sono proprio così…

Ma di cosa sto scrivendo? Ingarbugliarsi in discorsi teorici all’inizio di una recensione è quanto meno sconsigliabile. Ma che fare? Il libro di oggi sfugge da una parte e dall’altra, come una saponetta bagnata. Non si lascia afferrare. Certo, potrei scrivere tranquillamente che si tratta di un libro di “avventure per mare”. Ma mancherebbe qualcosa, nella definizione di questa massa multiforme eppure perfettamente organizzata. Sento, si, credo proprio di sentirlo…lui, l’autore. Ride. Una risata sabbiosa, quasi una tosse, che arriva da un luogo lontano e chiuso, dove non c’è spazio per l’eco. I secoli cominciano ad accumularsi sopra alle assi di legno marcito della sua bara, ma sono sicuro che lui, proprio ora, stia ridendo. Di gusto. Sarebbe una risata cristallina e piena di gioia, se non fosse per le condizioni non proprio presentabili del suo cadavere, costretto in pochi metri per l’eternità. Ride perché ha raggiunto il suo scopo: mi ha portato a spasso per i mari, tra tempeste e ammutinamenti, fino ai mari inesplorati dell’Antartico. Mi ha condotto per mano, dosando con sapienza artigianale una quantità incredibile di dettagli inutili con avvenimenti inverosimili. Ha stuzzicato la mia curiosità, la mia voglia di scoprire fino a che punto potesse arrivare la sua immaginazione. E poi mi ha abbandonato. Solo, disperso. Come un naufrago tra le pagine. Era il suo obbiettivo fin dall’inizio e ora ride.

Le avventure di Gordon Pym (Feltrinelli, pp. 229, euro 8,50) è il libro. Il signor Edgar Allan Poe di Richmond, Virginia, è l’uomo che ride sottoterra. Ci troviamo di fronte senz’altro a un oggetto curioso: è l’unico romanzo propriamente detto scritto dal signor Poe; è stato letto e ha influenzato autori diversissimi come Melville e Verne; è tra i primi a spingere lo sguardo del lettore verso il Polo Sud; potrebbe essere tranquillamente definito “postmoderno”, se solo non fosse stato pubblicato ancora prima che ci fosse qualcosa da definire “moderno”.

L’autore gioca con la sospensione dell’incredulità fin dal titolo, che nell’originale era The narrative of  Arthur Gordon Pym of Nantucket, specificando quindi che si tratta di un racconto, e non di un resoconto affidabile. Qui cominciano i problemi. Edgar Allan Poe autore introduce il romanzo con una nota scritta da Gordon Pym personaggio, che racconta di aver affidato a Edgar Allan Poe personaggio la pubblicazione della sua storia, senonchè da un certo punto in poi sarà Gordon Pym autore a continuare il racconto delle avventure di Gordon Pym personaggio. A questo punto a me faceva già male la testa. Queste premesse vengono però fatte passare in secondo piano dall’abilità dell’autore che ci fa vivere un’ottima avventura marinaresca, condita da una buona dose di orrore ai limiti dello splatter, di ansia claustrofobica e di rapidi colpi di scena ai limiti della credibilità. Il giovane Pym viene sballottato da una situazione pericolosa all’altra, ma sono i rischi del mare. Abbordaggi, ammutinamenti, navi fantasma e naufragi sono all’ordine del giorno nella letteratura del genere. Aggiungete personaggi grotteschi, come DIrk Peters, mezzosangue indiano dalla forza straordinaria ma con una curiosa passione per le parrucche di pelliccia. Come nei viaggi in mare alla tempesta può seguire la bonaccia e da un certo punto il racconto si trasforma in un diario di bordo dettagliato al millimetro che indica con precisione latitudine longitudine e il numero di pelli di foca raccolte nella stagione di caccia. La noia. Perché? Per preparare i lettori a tutto quello che ci sarà dopo. Lo spazio libero nella mappa, che attirava Conrad come un magnete, viene riempito dalla più sfrenata fantasia di Poe. Folli idee antartiche impresse sulla carta senza senso logico, l’immaginazione riempie le fredde regioni polari di allucinazioni e scoperte incredibili. La tensione viene portata al limite, la pagina scorre veloce e inesorabile fino alla fine più sorprendente che possiate immaginare. Cosa? Cosa si nasconde dietro la cortina di nebbie? E quando anche voi avrete letto l’ultima frase e ciò che la segue, la vostra mente si riempirà di inutili domande, a cui è impossibile rispondere. E la sentirete, la risata. Non il riso impastato di un alcolizzato ma la genuina espressione di gioia di un gentiluomo del Sud che vi ha giocato un bello scherzo, mentre sedevate alla sua tavola. E riderete anche voi.

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Nota del recensore.

A pagina 235 di Le avventure di Gordon Pym, nella postfazione scritta dal traduttore e curatore Davide Sapienza si può leggere:

E come non ricordare che Howard Phillips Lovecraft, nel 1931, scrisse Le montagne della follia, la continuazione di Gordon Pym.

Non è vero. Come si può facilmente trovare anche sulla pagina di Wikipedia dedicata al libro, si spiega come Lovecraft abbia solamente tratto ispirazione da alcuni brani del romanzo di Poe. L’unico libro che può essere definito la continuazione o, in italiano, il seguito di Le avventure di Gordon Pym è stato invece scritto da Jules Verne ed è La sfinge dei ghiacci, che sto leggendo. A questo punto viene da chiedersi perché un curatore che abbia perso un po’ del suo tempo per cercare il nome completo di H. P. Lovecraft non abbia controllato che il suo riferimento fosse corretto. Viene da chiedersi perché abbia fatto un’affermazione del genere. Viene da chiedersi perché sia stato scelto questo curatore per Poe e se costui abbia effettivamente una competenza specifica dell’autore americano e dei suoi eredi di qua e di là dell’Atlantico. Viene da chiedersi. Ma siccome al vostro recensore di fiducia manca la lettura di Alle montagne della follia, risposte fino ad allora non ce ne saranno, almeno su Muninn. Per quanto ne capisco però il resto della traduzione non sembra malvagio, nonostante il seme del dubbio sia stato piantato. Se qualche appassionato lettore di Poe conosce un’edizione migliore si faccia avanti, sarà ricompensato.

Se volete saperne di più su La sfinge dei ghiacci leggete QUI.

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