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Ascoltare per scrivere.

È la prima volta per me attraverso il parco e oltre l’arco. Non ero troppo sicuro nemmeno che esistesse, una parte del centro di Milano verso nord-ovest. Dopo il lungo percorso a piedi dalla Sormani al parco Sempione, in mezzo alla gente turisti giacche e cravatte, e sotto al sole, sono già sudato e tocca fermarmi a far traspirare un po’ di vapore acqueo. All’ombra di una sequoia idrofila mi fermo e sollevo gli orli dei pantaloni, per portare un po’ di refrigerio alle caviglie; non posso certo arrivare sudato. Guardo nel laghetto pieno di pulcini di gallinelle d’acqua, cosini spiegazzati che pigolano sulle esili zampette. Scopro infine che il parco non ha né cardi né decumani ma si interseca in una follia di strade concentriche, o almeno folle per me che mi ostino a percorrerlo in linea retta. Attraverso svariati prati, gruppi etnici e tribù giovanili: tizi con le trecce, ragazzi filippini tutti con gli stessi occhiali e ragazzi italiani tutti con lo stesso taglio di capelli.

Brogi,_Giacomo_(1822-1881)_-_Milano_-_Arco_della_pace,_costruito_col_disegno_di_Cagnola_-n._3831

Una foto molto recente dell’arco di trionfo di Milano.

Dopo almeno un’altra pausa traspirazione, arrivo a destinazione. È un vecchio e grande palazzo con un vecchio e grande portone, hanno appena aperto la porticina e io mi infilo subito dentro, dietro a un signore con la camicia a quadri che sembra molto sicuro del fatto suo. Sorrido e saluto, contento che non mi abbiano chiesto nessuna parola d’ordine. Vecchie scale e ascensore nuovo. Non mi ricordo il piano, quindi scale. Scale che sono già occupate da una serie infinita di cartonati di Patterson e Cussler che mi sorridono marpioni PIU’ SUSPANCE! PIU’ AZIONE! sono dei bravi cartonati, fanno il loro dovere. Ogni pianerottolo è una stazione sulla via crucis della mia curiosità: ogni volta che leggo “Salani” o “Longanesi” devo trattenermi dal nasottare oltre gli stipiti che mi porterebbero fuori dalla tromba delle scale e dentro posti dove si sta ancora lavorando. Giunto infin’ al quinto cielo che fui, entro in una piccola saletta, tutta bianca e semivuota, prendo posto e attendo.

Sono qui perché mi hanno invitato, per motivi a me ignoti, a: “Domande e risposte. Autori esordienti pubblicati da importanti editori rispondono a domande e consigliano cosa fare/non fare per essere pubblicati” che è la lezione conclusiva di un corso di scrittura organizzato da GeMS.

Nonostante io abbia una certa allergia nell’incontrare autori che parlano dei loro libri, la serata è stata molto bella. Probabilmente perché dei loro libri hanno parlato pochissimo e molto di più di come hanno fatto a scriverli. Quattro autori quattro esperienze e quattro libri diversissimi tra di loro, la varietà di toni e di impegno e una buona regia hanno fatto scivolare via le due ore di incontro.

Alice Basso, è editor di una piccola casa editrice di Torino e ha scritto questo, dice che tende ad essere logorroica anche quando scrive, lo fa soprattutto perché gli piace farlo e scrive quello che piacerebbe leggere a lei. Vorrebbe leggere, ma i libri si accumulano sul comodino. Il suo libro parla di persone che lavorano coi libri (dice anche che vanno molto, ultimamente).

Stefano D’Andrea ha scritto invece questo e nella vita scrive cose su Facebook. Io seguo già la sua pagina, il gatto morto: ogni giorno una foto del suo gatto. Ha smesso di leggere quando si è accorto che voleva vivere veramente e che copiava soltanto quello che leggeva. Scrive di quello che lo circonda, in questo caso, bambini.

Giuseppe Marotta ha fatto per tutta la vita concorsi pubblici e concorsi lettarari, alla fine gli è andata bene: lavora come ufficiale giudiziario e ha raccolto qui tutte le sue esperienze sulle ingiunzioni di sfratto. Gira con il taccuino e scrive nei momenti liberi dal lavoro.

Lavinia Petti è una neolaureata in Islamistica, insegna italiano ai ragazzini stranieri e ha scritto le prime pagine del suo libro a diciassette anni. 17. Ama fare ricerche e studiare per raccogliere tutto il materiale che poi riverserà nella scrittura. Vuole insegnare e scrivere.

Alice ha detto una cosa molto interessante, su cui anche gli altri hanno convenuto: tutti scrivono anche quando non stanno scrivendo. Sono più o meno attenti osservatori della realtà, da cui suggono l’energia da instillare nei loro personaggi, che altrimenti sarebbero morti come la carta su cui scrivono. Magari una situazione, una smagliatura nel mondo reale possono risolvere la pagina del mondo fittizio. C’è chi fa ricerche, chi guarda gli amici con figli, chi registra i racconti di uno sfrattato e chi fa ricerche storiche sui nomi che dovrà usare, ma tutti guardano e osservano prima di scrivere.

Fuori intanto, sopra i tetti coronati dai comignoli, cominciava il temporale.

Alcuni stanno più attenti a organizzare una struttura e dei personaggi coerenti, mentre altri lasciano che la materia si accumuli per poi passare ore ore e ore a limare, correggere e variare cercando di arrivare alla propria perfezione. Stefano Mauri (proprio lui) a un certo punto interviene citando Terry Pratchett (proprio lui) per sottolineare il delicato lavoro degli editori: «Un secchio di merda è un secchio di merda e un secchio di whiskey è un secchio di whiskey. Ma se io metto una goccia di whiskey nel secchio di merda rimane sempre un secchio di merda, se io metto una goccia di merda nel secchio di whiskey diventa un secchio di merda». Rivolgete la metafora verso i lettori invece che verso l’editore e vi verranno in mente tanti secchi di liquore dal sapore un po’ strano.

Il lettori appunto, non c’erano, e non c’erano per il semplice motivo che la serata era “Domande e risposte. Autori esordienti pubblicati da importanti editori rispondono a domande e consigliano cosa fare/non fare per essere pubblicati” e non un gruppo di lettura. O meglio, erano quasi tutte persone che leggono, credo, spero, ma nessuna che in quel preciso istante fosse lì presente come lettore. Per me quindi, Superlettore (non dico sciocchezze ho un diploma di quando avevo 12 anni), è stata soprattutto una splendida occasione per spiare cosa fanno quelli dall’altra parte della barricata. Osservare e vedere come siano mille le sfaccettature e i gusti non solo di chi legge, ma anche di chi scrive e che molto spesso non ha esattamente me come lettore ideale. Ma qualcun’ altro.

Questa storia del pubblico e del lettore di riferimento sembrava però non interessare più di tanto gli alunni del corso appena finito, le cui domande erano molto più specifiche e circostanziali: «Qual’è stata la tiratura del vostro primo libro?» «Come avete fatto a contattare l’editore?» «Avete da consigliarmi un’agenzia per correggere le mie bozze?» «Avevate una lettera di presentazione?» non sapete quanto mi sono sentito fuori posto (anche giustamente) a chiedere agli autori che rapporto avevano con i libri degli altri e se leggevano mentre scrivevano.

Il temporale fuori era finito, intanto, e i comignoli coronati luccicavano di pioggia.

Finita era anche la lezione, alcuni sono immediatamente fuggiti per non prendere altra acqua, altri si sono fatti firmare delle copie, io mi sono aggirato un po’ tra tutti questi sconosciuti cercando di acchiappare brandelli di conversazione. Ho provato a fare qualche domanda agli alunni, ma sono scappati velocissimi appena ho detto di avere un blog. Ho dovuto tenacemente resistere alla tentazione di rubare un libro da uno scaffale pieno di Guanda mentre nessuno guardava e mi sono infine deciso a scendere le scale, dove Patterson e Cussler mi aspettavano fedeli al loro posto.

Durante il percorso verso la metropolitana ho riattraversato il parco molto più buio, mi sono apparse teste di orso giganti e corridori filosofi. Per decomprimermi ho osservato a lungo i movimenti della colonia felina del Castello e poi giù, sotto terra. Finisce qui un altro articolo di Muninn che non è una recensione, ma resoconto di un piccolo volo lontano da casa, chissà se mi inviteranno ancora, chissà se avrò altre domande da fare.

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L’onestà delle puttane.

«I mostri di Dino Buzzati, eh?» Disse il presidente della mia commissione di laurea. «Interessante, interessante…io l’ho anche conosciuto sa?…personaggio inquietante Buzzati, andava con le prostitute…(ammicca)…ma prego, prego, ci esponga il suo lavoro». Il mio lavoro. Certamente mediocre, pieno di errori, scritto con passione certo ma nel complesso misera cosa, non valeva tutto il tempo perso avanti e indietro da Milano per sentirmi dire dal relatore che i titoli delle opere vanno sempre in corsivo. Era un’idea, una bellissima idea, un principio di studio, ma senza nessuno che la nutrisse con le dovute cure e conoscenze, invece di crescere e fiorire rimase sempre il disegno di un fiore. Probabilmente non si aspettava, il presidente, che parlassi di draghi, gatti mammoni e babau, lui voleva i mostri dell’anima, voleva Dino Buzzati, il mostro.

Doverosa fu, dopo la laurea, l’indagine. Ero infatti curioso di capire perché per me e per il presidente, come per la critica, esistessero due Buzzati: il primo, quello delle fiabe, dei boschi fatati, dei draghi e dei sogni dei bambini; il secondo, quello tremendo, sadico, misogino. Sopra tutti stava un romanzo, Un amore (Mondadori, euro 9,50, pp. 262) che svettava come un obelisco peccaminoso tra orsacchiotti siciliani, austere fortezze e magie borghesi.

Fin da subito si sente un’atmosfera diversa, è innegabile: non più deserti incantati, montagne inaccessibili, province immobili, ma una Milano sporca e puzzolente, vera delle sue strade e del suo dialetto. La città è scoperchiata, attraversata da un flusso di coscienza fatto di voci, di suoni, che vengono dai bassifondi della metropoli, dalla vita che brulica sotto i tetti neri e tra i vicoli scuri che non ci sono quasi più e già allora stavano scomparendo, sepolti dai palazzi di una modernità scintillante e borghese. Ma è proprio sotto questa facciata di pulizia e decoro che si muove Antonio Dorigo, architetto, scenografo di successo e frequentatore di bordelli. Le prime pagine sono un’esplorazione delle attività sessuali di Antonio, della sua inadeguatezza con tutte le donne, del suo disprezzo, del suo sadismo. Senza pudore l’autore (perché è l’autore a parlare, attraverso il suo personaggio) descrive i suoi gusti in fatto di donne: le vuole giovani, anzi giovanissime, ben depilate e abili, addestrate a tutta una serie di sconcezze. Dall’atmosfera militare e asessuata della fortezza Bastiani ci si ritrova persi in un vorticare di prostitute, maschiette, puttane, troie. Buzzati utilizza tutti i vocaboli esistenti. Disorientati si cerca una via d’uscita da questo labirinto ma l’unico punto fisso è l’autore, con la sua confessione. Anche l’amore, perché “amore” c’è nel titolo e di amore il romanzo parla, quando arriva non sembra cambiare nulla: seguiamo impotenti il precipitare di Antonio nella disperazione, nella gelosia, nell’affanno, tutto per Laide, una piccola e insignificante ragazzina, neanche troppo bella. Pagina dopo pagina aspettiamo sotto al palazzo dove lei si sta preparando, trepidiamo davanti al telefono da cui arriverà la sua chiamata, attendiamo inutilmente che ci sia una svolta, un salto fuori dal buio.

Questo è un libro che parla di cose brutte, di cose sporche e meschine, inganni e bugie. Cosa ha a che fare quindi con l’amato Buzzati (così amato che mai riuscirò a scrivere di lui in modo decente) con tutte queste porcherie? Perché dovremmo leggere una cosa del genere, in cui tutte le donne sono prostitute e gli uomini soli, dove la speranza è fondata sull’inganno? Perché è un libro onesto. A differenza di chi scriveva per creare una nuova società e di chi invece lo faceva per scappare da questo mondo, Buzzati scriveva perché ci credeva. Come Antonio credeva in Laide. La letteratura smette di essere affabulazione e menzogna quando chi scrive ci crede quanto chi legge. Non bisogna scandalizzarsi perché si va a puttane, questo non è un romanzo erotico, come c’è scritto nel retro di copertina. Questo è un libro che parla di una storia d’amore, una di quelle vere, che capitano tutti i giorni e che come a tutti è successo, bruciano lì, sotto lo sterno.

Tra la melma il fango la sporcizia e la nebbia che avvolgono le strade e le righe di questa storia varrà sempre la pena tirare avanti, questo Buzzati non è diverso da quello che racconta fiabe, scrive sempre delle stesse cose: della necessità di credere nelle cose, nella vita, nella morte. Dorigo potrà sentire le file sterminate di alberi che gli parlano e lo avvertono mentre sfreccia lungo l’autostrada, e vedere una squallida puttanella diventare nuvola e poi fulmine, particella di luce che volteggia sicura e leggera sopra le sfortune e le miserie della condizione umana.

“Dino Buzzati ci fa capire che esiste una verità, sebbene nascosta, ed esiste una vita, sebbene tradita dall’uomo, che merita di essere vissuta.”

– E. Montale

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