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Di Golem e dei.

coverLa nostra contemporaneità intellettuale, il nostro insegnamento universitario, saggi e libri di critica sulla storia della letteratura ci raccontano a lungo e con gusto del postmoderno e delle sue varie componenti alchemiche: l’ironia, la scomparsa dei generi o la loro ibridazione, la metaletteratura e i piani di lettura. I numi tutelari di Borges e Calvino ci guidano, il loro nome scritto su un foglietto e inserito nella bocca di argilla. Poi però, a guardarsi intorno, sembra che girino tutti a caso. La biblioteca immaginaria e la mappa dell’imperatore sono metafore utilissime quando si parla di Amazon o Maps, e Italo avrà detto sicuramente qualcosa di intelligente su questo o quell’argomento quando serve. Nella mia infinita pigrizia e arroganza posso tranquillamente affermare di aver conosciuto questi due grandi autori da lontano, in modo distratto e superficiale, ma ho l’impressione di essere in buona compagnia. C’è chi dice che il romanzo è morto, chi che non ha mai vissuto, che la trama è inutile, che comunque sono meglio le serie televisive, chi dà la colpa a Checco Zalone (ma non faceva cinema?) e che è tutto uno schifo ma alla fine scriveranno tutti racconti perché si adattano meglio alla nostra società. Lo ribadisco. Sono pigro e distratto da praticamente qualsiasi cosa che mi venga agitata sotto al naso, ma francamente non ci capisco niente. Da qui il tentativo di approfondire la faccenda in modo autonomo, leggendo più cose che spieghino la materia di cui sono fatti i libri.

Una spinta nell’affrontare lo gnommero arriva da un gruppo di lettura (IL gruppo di lettura della Capa) il tutto a discapito della mia vita lavorativa, sociale e sentimentale. Il primo stimolo, ovviamente collaterale e imprevisto, del gruppo è Micheal Chabon. Scrittore che in questo caso considereremo come autore dei saggi raccolti in Mappe e Leggende, trascurando la sua collaterale attività di vincitore di Premi Pulitzer e scrittore di bestseller.

Visti i pesi massimi BorgHes e Calvino che aprono la recensione, non si può non pensare che abbia con loro qualcosa a che fare, soprattutto se si parla di mappe e di leggende. Sia la cartografia che la mitologia sono un modo di immagazzinare informazioni: da dove arriviamo e dove possiamo andare. Possiamo discutere all’infinito sull’autorità di chi ci ha preceduto e sul piacere di perdersi, ma queste informazioni ci sopravviveranno comunque nella nostra eredità genetica. Bisogna solo imparare come non farsi schiacciare da terabyte di dati. Comunque. Mi spiace deludervi ma Chabon non ha scritto nulla di così organico, niente manuali di sopravvivenza, ma appena qualche indizio in più per la quest.

Mappe e leggende, avventure ai confini della lettura è solo una raccolta di articoli, prefazioni e discorsi che questo simpatico personaggio ha scritto nel corso degli anni. Largamente autobiografici, questi saggi brevi spaziano attraverso tutto ciò che interessa all’uomo e allo scrittore: i fumetti, la letteratura di genere, il perché le storie ci affascinano, il lavoro dell’autore di storie, quali sono gli spazi attraverso cui si può muovere. Chabon scrive e scrive molto bene, di tante cose che piacciono anche a me (Loki e gli dei nordici, i golem e gli ebrei, le mappe del tesoro) e di cose che mi interessano un po’ meno (i fumetti) ma sempre con l’obiettivo di affermare e liberare la letteratura da costrizioni e irrigidimenti. Di volta in volta, scrivendo di Sherlock Holmes o di Queste Oscure Materie, di Cormac McCarthy o di Walter Benjamin, di a me sconosciuti fumettisti d’oltreoceano o della sua esperienza di scrittore e di lettore e di ebreo, Chabon rivendica il diritto di intrattenere ed essere intrattenuti come mattone fondante della letteratura. Invoca il giusto mezzo, l’equilibrio tra la raffinatezza e la disinvoltura di genere, ma non lo fa tramite un’immagine rassicurante e di mediazione pacifica: evoca Loki il padre di mostri, il tessitore di inganni, l’astuto e il sottomesso, l’intrigante e il risolutore, colui che avvicina e ritarda contemporaneamente la fine del mondo. Il dio con i capelli rossi figlio di una razza diversa dagli dei di Asgard, ma fratello di sangue di Odino, saggio re degli dei. La fantasia e i mostri che genera, di volta in volta paurosi, divertenti, misteriosi e rassicuranti non possono essere canonizzati e irrigiditi in un corpo d’argilla. Cosa fosse successo se dal 1950 si fosse deciso che ogni tipo di racconto dovesse essere del genere “Medico e infermiera”? Infinite variazioni sul tema, alcuni certi capolavori, ma infine nel 2016, una gran noia mortale. Tutto questo sembra assurdo, ma a guardarsi intorno sembra la normalità, nonostante tutti spergiurino il contrario. Leggendo Chabon, e soprattutto I golem che ho conosciuto, il discorso che chiude la raccolta, sembra quasi che sia molto meglio essere ingannati da chi racconta frottole, che da chi pretende di raccontare la verità. I golem sono molto utili per difendere il ghetto, ma possono rivoltarsi contro chi gli ha insegnato regole troppo severe.

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Difendere la Terra di Mezzo.

coverQualche settimana fa è stata pubblicata da Robert McCrum sul Guardian la lista dei 100 romanzi più importanti della letteratura in lingua inglese. L’obiettivo di queste liste ovviamente non è giungere ad una conclusione definitiva sul Canone Universale, cosa francamente impossibile e probabilmente inutile (anche se sensualmente allettante) ma discutere su chi c’è e chi non c’è. Come alle serate eleganti a casa delle gran dame. Con lo stesso atteggiamento frivolo mi sono giustamente accostato all’elenco. Mi interessava scoprire qualche nuovo nome, ma soprattutto depennare con sommo piacere chi aveva già fatto una sosta sul mio comodino. Con denso godimento spuntavo uno alla volta un po’ di classici: Melville, Defoe, Golding, Fitzgerald, mentre con altrettanto piacere contemplavo la pila di carta che ancora mi attendeva, pregustando un dolce naufragare libresco…fino a che la lista finì. E un nome mancava. Ora, come ho detto sopra, è parte del gioco e del divertimento, oltre che impossibile, fare posto a tutti: niente Christie, Auster o Vonnegut e moltissimi altri. Al povero McCrum non scriveremo nessuna lettera infuocata lamentandoci che nella storia della letteratura anglofona non ci sono abbastanza capolavori scritti da donne o da minoranze etniche. Anche perché a queste idiozie ha già risposto lui QUI. Ma dall’alto scranno della monarchia teocratica che regna su Muninn, muoveremo un accusa sola, che probabilmente si perderà in un flusso di uno e di zeri.

Il fantastico, perfino le sue vette di più sublime letteratura, resta ancora fuori dal canone. Con tatto, McCrum riesce a cavarsela sempre: Orwell e Huxley scrivono dystopian novel, Gulliver è un satirical masterpiece, Gordon Pym diventa un arzigogolato classic adventure story with supernatural elements, Alice è una nonsense tale. Definizioni valide, ma che escludono a priori qualsiasi possibilità che un libro di lettura fantastica, fantasy, di fantasia, entri nel Valhalla dei libri. Non lo scrive, da nessuna parte. In quattrocento anni di storia la letteratura inglese non ha prodotto UN SOLO LIBRO FANTASY. Per dire il potere delle parole. E ovviamente a soffrire maggiormente questo ostracismo sempre più incomprensibile è J.R.R. Tolkien. Per lui non c’erano parafrasi adeguate a nascondere elfi e nani.

Trascurare la fantasia però, ha delle conseguenze nefaste: ad appropriarsi delle possibilità (infinite come la fantasia) del genere saranno altri, non per forza dotati di sensibilità estetica, o peggio, dotati di un lungimirante portafoglio, con cui investire su: gadget, spade laser di plastica componibili, figurine di plastica colorata fatte in Cina con prodotti tossici, portachiavi, film, libro del film, fumetto del film, spada del Re, fermaglio a forma di foglia di edera, videogioco, Tim Burton, la moglie di Tim Burton, Jonny Depp, maschera, panettone, prequel del sequel, pupazzo, pupazzo a dimensione naturale, libro rilegato in finta pelle di coccodrillo, drago di plastica, drago di resina con incorporato orologio, elfo con le alucce colorate. O i fascisti. E la loro autorità permetterà di rovinare il significato dei libri, come hanno fatto con Lo Hobbit, permetterà di non fare traduzioni adeguate, ma di vendere il libro tratto dal film tratto dal libro. Tutto quello che c’era da dire lo avranno detto loro. La critica letteraria serve a qualcosa, forse.

Per fortuna quindi che c’è il WuMing4, il mio preferito tra tutti i membri del WuMing, collettivo di scrittori anarchici nonché bolognesi, a tirarci fuori d’impaccio. In un paese dove i professori danno da leggere spettacoli teatrali di Sartre o biografie di Dante a ragazzini in subbuglio ormonale, c’è qualcuno che pensa a quello che fa. Difendere la Terra di Mezzo è una raccolta di saggi e articoli, alcuni inediti, che affrontano a trecentosessantagradi la materia tolkeniana. La sua fortuna in Italia e all’estero, le sue fonti, la storia delle pubblicazioni, critiche e apprezzamenti, fonti e genesi delle opere, analisi dei personaggi e del pensiero che sta alle spalle dei racconti di Tolkien. È un libro da battaglia, militante, nel migliore dei modi possibili, con la ragione e la documentazione, scritto in modo comprensibile ma approfondito, scritto con la passione per i libri che si amano. Anche nel saggio in cui affronta le interpretazioni simboliste dell’estrema destra italiana sull’opera tolkeniana, si percepisce l’insofferenza di un intellettuale, non di un ideologo, che affronta travisamenti e storpiature con la fermezza di un’argomentazione razionale. È il libro giusto da cui iniziare se volete approfondire, ricco di riferimenti alle opere minori di Tolkien, ai suoi lavori teorici sulla fiaba e la mitopoiesi, il processo di creazione di un mondo immaginario che riguarda tanto scrittore quanto lettore e che non è poi così lontano dalle più consapevoli teorie postmoderne.
L’obiettivo di WuMing4 è quello di strappare la Terra di Mezzo dalle mani dei suoi nemici, che sono innanzitutto l’oblio e la semplificazione, la trascuratezza delle analisi e i travisamenti ideologici. La raccolta rivela lati misconosciuti della personalità e dell’opera di Tolkien, o della sua immagine come ci è sempre stata presentata: un pacioso professore cattolico di Oxford con sciarpa e pipa che di fronte al fuoco ben acceso racconta storielle ai nipotini, ma che per spiegare il significato del suo romanzo cita un brano sulla morte di Simone de Beauvoir, una scrittrice e pensatrice atea. Uno scrittore che amava così tanto il linguaggio e il potere creatore del Verbo da dare un mondo alle sue parole inventate. Un mondo senza dei, dove risorse e giustificazioni devono essere trovate solo dentro di sé. Un mondo dove è facile vivere e ambientare infinite storie, ma che trova nel mondo vero, nel nostro mondo,  ragioni e conseguenze.
Come tutti i libri migliori, questa raccolta di saggi vi spingerà a documentarvi, leggere altri libri, guardare altri documentari, farvi domande e conoscere nuovi autori che non avreste mai pensato di incontrare. La Terra di Mezzo è tanto vasta, e gli spazi lasciati vuoti sulla mappa sono ancora molti. Prima che vengano lottizzati e venduti al miglior offerente, imbracciate un libro e lottate.

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Germogli tra le macerie.

71RUw9k3ujLDa giorni e settimane ormai, girovago ramingo col pensiero. Mi illudo, dopo essermi coricato, di aver afferrato un lembo di verità, di essere arrivato al giro di boa, all’intuizione che mi porterà indietro, a scrivere questa benedetta recensione. Leggiucchio brandelli, citazioni avulse, vaneggiamenti vari, insulti generalizzati, cercando di trovare conferme ai movimenti della mia coscienza. Ovviamente il tutto inutilmente. Argomenti che sembravano importanti si stemperano in dettagli di un quadro più grande e, paradossalmente, più semplice. Ogni considerazione politica, filosofica, teologica, critica si abbatte con fragoroso rumore di fronte alla sconcertante realtà, dalle motivazioni profonde che hanno mosso l’autore di questo libro. Le rocce possenti, le analisi granitiche tenute assieme da testimonianze, lettere, saggi, si allentano e crollano. Potremmo stare giorni interi a confutare una per una tutte le teorie, le spiegazioni che vengono date su “il vero significato di”. Senza arrivare da nessuna parte. Tolkien è vissuto e ha scritto in uno dei momenti più oscuri della Storia dell’uomo. I deserti senza vita di Mordor, la terra del Nemico, sono aridi e repellenti, fangosi e sudici, sono gli stessi che ha trovato in Francia durante la battaglia della Somme. Dobbiamo però fermarci qui, ogni altra allusione è un azzardo. La Terra di Mezzo rimane solo la Terra di Mezzo, dove l’allegoria non può trovare casa. Ho cercato consiglio nel cielo e nella terra, nei corvi che fanno cadere le noci dall’alto, ma nemmeno il mio animale totemico ha saputo darmi una mano. Ho lasciato decantare questa recensione per lunghissime settimane, chissà se alla fine sarai d’accordo con me. Rompiamo gli indugi e cerchiamo di mettere assieme i pezzi, amico lettore.

Ho letto la prima volta Il Signore degli Anelli quando ero ragazzino, non ricordo bene dove e quando, poi l’ho riletto una seconda, una terza e una quarta. Ho perso il conto di quale sia l’ultima. Ho cominciato a disegnare cartine e a inventare nomi, che avevano tutto il loro significato nelle linee contorte di una costa o nel cupo suono di Udûn. Il piacere stava tutto nel lasciarsi trasportare fuori dalla tranquilla, accogliente, borghese e britannica Contea, scoprendo man mano pericoli sempre più cupi e terribili. Moria, Orthanc, Mordor. Abbandonarsi al racconto che ritmicamente si allunga tra luce e oscurità, tra fuga e riposo, tra battaglia e contemplazione. La storia in realtà la sapete già, come me, anche se non avete mai letto il libro e mai lo farete. E sapete benissimo che ci sono i Nani, gli Elfi e gli Uomini e, ovviamente, ci sono gli Hobbit. Ci sono mostri terribili e raccapriccianti, nascosti e striscianti nelle profondità della terra o ripugnanti esseri alati. Creature abiette ed eroi, foreste vergini popolate da alberi parlanti e torri di pietra aguzze e scintillanti, lande desolate ricoperte di scorie maleodoranti e accoglienti locande dove servono birra così buona da sembrare stregata, canti in lingue musicali che curano l’anima e maledizioni terrificanti che la annientano. Eserciti dalle armature lucenti e pire funebri. Prodigi e forze che sprigionano una forza vitale arcaica. Un Nemico da sconfiggere, aiutanti e antagonisti, strumenti magici che sarebbe molto meglio non utilizzare mai. C’è tutto un mondo là dentro, ma lo conoscete già. Avrete visto il film. Dovreste leggere il libro.

Ma cos’ha, qual’è la magia del libro? Gli strumenti usati da Tolkien per creare il suo mondo sono tutto sommato semplici, a portata di qualunque scrittore, antichi: un sapiente e consapevole dosaggio di dettagli al limite della follia contrapposti a poetiche vaghezze. Come nel nostro di mondo, si vede bene ciò che si ha vicino, mentre le montagne lontane si sfumano nella foschia, pronte per essere popolate dal mistero. Fa più paura un esercito schierato o i tamburi che risuonano lontani nell’oscurità? Nuvole oscure ottenebrano la vista, mentre il pensiero va ai compagni lontani e forse perduti. Ogni volta che lo leggo rido, e piango anche. Assaporo l’attesa e divoro le pagine. Penso a tutta la letteratura di genere che è mai stata scritta e so che non ci sarà mai nulla di simile. Penso che gli scrittori che provano ad emularlo si sentano come Petrarca che prova a scrivere in terzine incatenate. Perché è diverso da tutto? Perché è migliore di tutto? Forse è sempre la stessa vecchia storia: la bellezza di un libro dipende sempre da quanta anima l’autore deve strapparsi per donare la vita a quello che scrive. Qui dentro c’è tutta una vita.

J.R.R.Tolkien ha inventato una lingua, gli ha dato degli esseri che potessero pronunciare le sue melodiose parole e un mondo magico dove farli camminare, belli e splendenti sotto le stelle luminose. E poi ha fatto in modo che il mondo degli elfi andasse in rovina, così che noi potessimo piangere assieme a loro la scomparsa del loro mondo in una lunga e sofferente elegia. Per permettere alla vita di continuare, il vecchio mondo deve farsi da parte. Il Signore degli Anelli è ambientato in un mondo di macerie, dove oltretutto con la sconfitta del male scompariranno molte altre cose antiche e meravigliose, canti e racconti verranno dimenticati. Dalla terra spuntano statue dagli occhi vuoti, buchi nella pietra che ci ricordano come tutto è in perenne trasformazione. Gli elfi cantano la nostalgia del mare, gli Ent quella delle loro compagne perdute, ogni cosa è destinata a scomparire vaga nell’immensità dell’Oceano, più vasto di tutte le montagne e di tutte le pianure della Terra di Mezzo. E tutto questo solo per suscitare nei lettori nostalgia di un luogo dove non sono mai stati, i tedeschi la chiamano fernweh. Non c’è nient’altro. Niente Madonne o diavoli, monarchi inglesi e razze superiori. Le spade che scintillano nel buio, le cariche poderose della cavalleria, gli agguati nei boschi, le migliaia di pagine sottili di questo libro non sono nulla, nulla, se non storie. Non significano niente se non se stesse. È un libro che parla di morte e vita, primordiale. Alla fine avrete nostalgia di tempi e luoghi che non sono mai esistiti. Solo questo.

Non è un mondo preciso e cristallino, dove le corrispondenze illuminano di significato ogni versetto. È solo una lunga, meravigliosa, remotissima storia, con la potenza dell’epica e la profondità del romanzo. È come un poema antico, di cui abbiamo solo un canto. L’unica cosa secondo me sicura, che si può dire su questo libro è la speranza nella Vita. Nel buio più estremo può brillare la luce, da un vecchio albero morto possono nascere ancora germogli, un vecchio e stanco re può trovare ancora forze nelle sue ossa antiche. La pace è costosa, e le ferite più profonde sono quelle dell’anima ma tutto è comunque poca cosa, destinata a scomparire e a diventare altro. La razza degli Uomini, così debole, così mortale, così sciocca, avrà sempre una possibilità e questa speranza dorme, in un buco nella terra. È questo il segreto. Tolkien era un filologo, un linguista. Sapeva che le lingue non muoiono, ma si trasformano; cuce un arazzo fisso e immobile, lontano nel tempo, in cui però tutto germoglia, silenzioso ma vivo. Tutto il resto è un debole tentativo di piegare una storia troppo grande dentro le maglie di un interpretazione che sarà sempre stretta. Se lo leggerete, dovrete farlo solo per la sua ineguagliabile capacità di portarvi in un altro mondo, la meraviglia e il terrore. Nient’altro, e verrete accontentati.

 

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In cerca di un significato.

Ho girato tutto il giappone cercando persone che erano state colpite dai fulmini ed erano sporavvissute, e le ho intervistate. Il lavoro durato alcuni anni. Ho raccolto molte interviste, e i racconti erano tutti piuttosto interessanti. Il libro fu pubblicato da una piccola casa editrice, ma non vendette quasi niente. Non raggiungeva nessuna conclusione. E nessuno vuole leggere libri che non offrono conclusioni. Ma a me il fatto di non offrire conclusioni sembrava la cosa più giusta e naturale.

kafkaPuò essere difficile spiegare di cosa raccontano i romanzi di Murakami Haruki. La straordinaria capacità immaginativa dell’autore giapponese può far perdere la rotta. Ci sono gli alieni? O i fantasmi? Animali parlanti? Entità ultraterrene? Persone normali? Certamente. Il compito sarebbe facile se tutte queste cose fossero collegate da loro, parti integrate di un mondo completo e coerente, come qualsiasi libro fantasy. Ma così non è o non sembrerebbe. La parete della realtà del realismo si deforma a discrezione dell’autore: una piccola gobba nella superficie liscia o una voragine spaventosa da cui strabordano follie di malvagità gelatinosa. E non nemmeno molto chiaro quale sia il rapporto tra queste entità e il mondo reale. Chi o cosa le ha generate? Mah.

La critica moderna colloca tranquillamente la produzione di Murakami nel postmoderno. Sapiente mescolanza di generi: fantascienza, fantasy, thriller, romanzo di formazione e, ciliegina sulla torta, tragedia greca. Stile semplice ma non banale, con approfondimenti poetici, citazioni letterarie e varie cose serie che non devono essere capite fino in fondo per seguire il filo, tensione e curiosità mantenute fino all’ultima riga.

Ma per il signor Haruki, ormai scrittore affermato, produttore instancabile di bestseller e apprezzato dalla critica, funziona così? Si siede sulla poltrona e dice tra sé: “Ecco che adesso scrivo un bel romanzo postmoderno, come quelli che piacciono tanto!”

Secondo me invece, ma una ben misera e semplicistica visione periferica, Murakami racconta una storia. E per farlo usa la sua lingua. Che non è il giapponese, o l’inglese. E’ la lingua del suo pensiero, fatta di tutti i libri che ha letto, di tutti i posti che ha visto, di quelli che vorrebbe vedere e di tutte le cose che esistono solo nella sua testa. Fortunatamente per tutti noi una lingua molto ricca, ma non incomprensibile. Cos quando vuole spiegare un’emozione fa ascoltare al protagonista Beethoven, i Beatles oppure i Radiohead. Oppure da vita propria a Johnnie Walker e al Colonnello Sanders, scotch wiskey e alette di pollo piccanti. Non che non sia capace di spiegarlo in termini classici, filosofici e scientifici. Ma rischierebbe di non essere capito. Di non essere seguito. Perché si può scrivere in modo semplice di cose molto difficili e spiegarle senza far capire che lo si sta facendo. E quello che fa Murakami lo spiega mentre scrive, racconta la sua poetica, a suo modo, e al modo di un romanziere del settecento. Suggerisce, indica la via per leggere il suo libro.

Quando ho finito di leggerlo, mi sono sentito strano. Mi sono chiesto cosa volesse dirci questo romanzo. Ma la cosa curiosa che questa sensazione di “non capire che cosa voglia dire” ti lascia qualcosa dentro. Non so come spiegarlo.

E quindi? Di cosa accidenti parla Kafka sulla spiaggia (Einaudi, pp.514, euro 15, traduzione Giorgio Amitrano)? Racconta la storia di un ragazzo adolescente che ha tutti i problemi di un ragazzo adolescente (la maggior parte dovuti al suo pisello e alle cose che il suo pisello fa quando lui vede delle tette). Solo che inoltre ha qualche problemino con la famiglia ma soprattutto con se stesso. Solo che non un romanzo realistico, ma nemmeno un romanzo fantascientifico. E’ un romanzo di Murakami, dove personaggi un po’ folli fanno cose decisamente folli, come parlare con i gatti o far piovere sardine. Dove il male prende forma tangibile e umana, se umana si può usare, di un assassino di gatti che raccoglie le loro anime mangiando i piccoli cuori felini. Dove i fantasmi possono copulare e l’immaginazione ha un peso non trascurabile sulla realtà dove ogni pazzia è accuratamente meditata e resa grande letteratura. La lingua di Murakami racconta favole antiche, l’Edipo Re, il Bildungsroman, la forza che il male può avere sulle persone e sulla loro volontà ma anche tutto quello che possono fare per contrastarlo. Racconta la storia di un ragazzo alla ricerca di un significato.

 

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I Niomi.

Il mio karma, ho letto da qualche parte che in hindi significa in realtà “profonda e inguaribile sbadataggine”, mi ha fatto trascorrere una piacevole mattinata tra Centri Commerciali. Le colpe delle mie vite precedenti sono riuscite a farmi perdere il biglietto del parcheggio e a farmi cercare Ed Sheeran sotto la E invece che sotto la S per un altro bel po’ del mio tempo. Il senegalese che in centro a Monza mi stava puntando per vendermi un libro sulla cucina africana abbandonò il suo intento appena vide la mia faccia da una ragionevole distanza. Da questa piacevole avventura ho imparato due cose che già sapevo, ma che ora si stagliano incise a caratteri di fuoco nella mia memoria: i cd da regalare si comprano su internet, l’ordine alfabetico segue il COGNOME dell’artista. Per compensare il karma e omaggiare i Centri Commerciali che mi avevano permesso l’Acquisto del Regalo, l’unica soluzione era comprare un libro adeguato. Non essendo ancora pronto per imbarcarmi nella lettura di un libro “difficile” entrai con piglio deciso nella sezione ragazzi della libreria e, superati i libri dei Gormiti, cercai (si impara alla svelta) la lettera P.

P sta per Pratchett Terry, l’autore dei libri più rubati in Inghilterra, Cavaliere della regina e fiero proprietario di una spada forgiata con le proprie mani da pezzi di meteorite. Questo strambo personaggio, che si aggirava vestito da cow boy nella campagna britannica, è uno dei tre autori che assieme a Walter Moers e Philpp Pullman, costituisce la Santa Trinità degli Scrittori di Libri per Ragazzi. Con buona pace dei fedelissimi della saga potteriana, qui siamo ad altri livelli. Iperuranici.

Il Piccolo Popolo dei Grandi Magazzini (Salani, pp. 205, euro 8,50) è una delle prime opere di questo sorprendente scrittore. I Niomi sono dei piccoli cosini blu che vivono nell’Emporio F.lli Arnold (dal 1905), grazie ai prodotti rubacchiati a F.lli Arnold (dal 1905) ma soprattutto per volontà di F.lli Arnold (dal 1905). Da generazioni ormai, nessuno esce dall’Emporio e l’Esterno è raggiungibile soltanto dopo la morte, guidati da Offertissime, verso il Luogo Migliore dove si potrà stare al cospetto di F.lli Arnold (dal 1905) nel Suo grande Reparto Giardinaggio, ove si trova la Piscina della vita eterna in Morbido Polistirolo. A turbare il delicato equilibrio di questo universo in miniatura arrivano proprio loro, gli Esterni, affamati, smagriti ma coraggiosi Niomi che vivono all’aria aperta. Ed ecco una storia già fatta, topi cittadini e di campagna, come nella fiaba più antica. Solo che qui non ci sono gatti, ma una Liquidazione Totale, che incombe sul destino dei piccoli omini blu. Mmmmmmhm! Avventura! Come faranno i Niomi a fuggire? Ma soprattutto, capiranno che devono fuggire?

Come un moderno Swift, Terry Pratchett ci racconta il mondo di questi Lillipuziani, mentre in realtà ci sta parlando di noi, e di roba grossa: il Tempo e la sua percezione relativa, l’Universo e la vita e tutto quanto, del fatto che chi riesce a governare meglio è chi voglia di comandare gli altri proprio non ne ha. Il tutto ben condito in ogni sua parte da una critica sociale irriverente ma mai aggressiva, degna della migliore tradizione umoristica britannica, che farà sghingnazzare il lettore dei poveri Niomi, mentre in realtà chi viene preso in giro è proprio lui.
Accompagnati dai versetti de IL LIBRO DEI NIOMI vivrete un’avventura epica delle dimensioni di un portamatite, piena di invenzioni fantastiche e citazioni pop, della straordinaria capacità dell’autore di giocare con le parole e il loro senso, resa in italiano da un’ottima traduzione. La tradizione celtica di fate folletti e gnomi viene frullata assieme alla fantascienza e a un’altissima dose di comicità intelligente, dentro al gigantesco Centro Commerciale. I libri di Pratchett hanno la straordinaria capacità di farti pensare senza che tu te ne accorga, mentre ridacchi sotto i baffi, c’è sempre la sensazione che riesca a dire cose importantissime facendole sembrare scemate, come in queste righe:

Masklin cominciava a essere un tantino deluso dei libri. Forse le cose ch’egli desiderava sapere stavano scritte, sì, da qualche parte; ma il busillis era trovarle. Tanti libri tutti assieme: estremamente difficile imbattersi in quello giusto, all’occorrenza. Chissà che i libri non fossero stati messi insieme apposta per renderne più difficile l’uso. Sembra non esserci senso, nei libri. O, piuttosto, senso c’era, ma in maniere insensate.

Se avete figli, fratellini, cuginette, in età da lettura comprategli questo libro, o prendetelo in prestito in biblioteca. Poi rubatelo e leggetelo di nascosto.

La mia comicità deriva dal prendere il fantasy assolutamente sul serio, ed è proprio così che diventa buffo, perché si è sempre stabilito che non debba essere preso seriamente.  – T.Pratchett

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Andata e ritorno.

ImmagineUn Natale o forse un compleanno di più di dieci anni fa, una zia mi regalò un libro. Come e forse più di qualsiasi altro regalo i libri sono qualcosa di personale ed è facile sbagliare. Fortunatamente all’epoca ero ancora un bambino di dieci anni e leggevo qualsiasi libro per ragazzini mi venisse regalato. La zia si premurò comunque di avvertirmi prima della lettura: disse che forse era un po’ difficile per uno della mia età e avrei potuto aspettare qualche anno prima di leggerlo. Fortunatamente non aspettai molto tempo. Dopo di esso lasciai da parte Istrici e Battelli a Vapore e passai a libri più voluminosi e voluttuosi. C’era qualche cosa tra quelle pagine che mi costrinse a ritoccare il metro di giudizio per le mie prime letture. Tra le mani avevo un serissimo libro, il numero 3 della collana, con la copertina color rosso scuro e il disegno di un’aquila al centro.

Era “Lo hobbit” (Adelphi, pp. 342, euro 13). Come me milioni di bambini in tutto il mondo da più di ottant’anni leggono e non possono fare a meno di amare, questo libro straordinario. Forse un grande, un adulto che legga per la prima volta questo libro rimarrà deluso: i nani sembrano nanetti da giardino, con i cappucci a punta di colori sgargianti e le barbe tinte di verde e blu e l’insulto più pesante che si pronuncia in tutto il libro è “rimbambito”. L’epica compagnia ballonzola da tutte le parti, rischiando troppe volte la pelle per poter sembrare competente di avventure che superino i confini del proprio giardino. Le spade si chiamano “Pungolo” e il protagonista, uno hobbit appunto, è una delle creature immaginarie più quiete e dedite ai piaceri della tranquilla vita casalinga che siano mai stati raccontati. Si, verso la fine forse qualcuno si fa male o ci resta secco, c’è anche un drago mi sembra, ma niente destino del mondo o cose del genere:

Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato; ma in fondo sei solo una piccola creatura in un mondo molto vasto!

È e resterà sempre un libro per bambini, da leggere come tali. Altrimenti si perderà il fascino segreto dell’affabulazione, dell’arte di raccontare le storie ai nipotini davanti al fuoco, mestiere in cui il nostro J.R.R. Tolkien sembrava essere particolarmente dotato.

Decisamente “Lo hobbit” è un libro strano: infatti la prima cosa che si trova voltando la prima pagina è una mappa. E non è una mappa di cui si capisca molto, per metà indica cose che stanno fuori dai confini della cartina, e per metà è ricoperta di rune indecifrabili. Mistero misterioso suscita nell’animo del giovane lettore. Svoltando un’altra pagina ancora rune, seguite da un micro trattato di filologia linguistica sulla lingua dei nani e degli elfi. Possiamo capire che il professor Tolkien amasse la sua materia e che volesse spiegarla ai nipotini, ma il lettore medio-infimo è atterrito dalla presenza di una roba scolastica, leggendo un libro dovrei divertirmi, non imparare la glottologia. Ed ecco che il libro viene richiuso e riposto sullo scaffale. Ma il piccolo bambino, che ha visto la mappa e ora vede la spiegazione delle rune appena lette si illumina: gli è appena stato regalato un alfabeto segreto, un codice medioevale, vichingo, magico, mistico. E prima ancora di leggerli tra le righe del romanzo draghi, maghi e cavalieri gli riempiono il cervello e sta già pensando a quando il giorno dopo, insieme ai suoi amici potrà giocare in giardino.

Chi poi riesce ad affrontare le prime pagine viene catturato in modo inestricabile. Il narratore onniscente ti coccola, ti sospinge quando rallenti, ti frena quando corri, allude, dice spiritosaggini. Ti rimbocca le coperte e ti da un bacio della buonanotte, prima di finire il capitolo e andare a letto. Si entra nelle terre selvagge, niente alberghi per dormire la notte, niente burro per fare colazione, niente colazione. Tolkien cerca di spiegarci quanto sia difficile affrontare un’avventura, non tanto per i pericoli che si possono incontrare lungo la strada, ma per la nostalgia che avremo di casa: delle lenzuola fresche e pulite, della dispensa piena, del materasso morbido, del fuoco acceso, della torta nel forno, del sole sulla faccia un pomeriggio di Marzo.

Nonostante tutto questo, Bilbo alla fine è cambiato, e non per colpa dell’anello, ha ritrovato qualcosa dentro di sé e non riesce più a liberarsene. La magia dell’avventura brucerà per sempre dentro di lui e guardando le mappe continuerà a sognare di draghi, elfi e tesori lontani, là, oltre le montagne. Il desiderio e la curiosità di scoprire cosa si apre dietro alle loro sagome imponenti e inaccessibili. J.R.R. Tolkien era un noto conservatore, disprezzava l’industrializzazione e la tecnologia ma sapeva benissimo che per poter vivere pienamente bisogna fare una cosa fuori dall’ordinario e dalla pubblica decenza: un viaggio nel mondo, enorme vasto tremendamente pesante. Non restare chiusi nella nostra piccola tana.

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