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Intervista #2

Quello nella foto è un assai più giovane di adesso Cormac McCarthy, con una faccia da pioniere americano. Guardate le vene sulla mano destra, sembra che voglia sbriciolare il tavolo. Adesso è più vecchio e ha una faccia un po’ più simpatica, da nonno che racconta le storie ai nipotini. Ma le sue storie sono ancora così, come nella foto, dure come la roccia, sbeccate a forza nel granito. Ma sono anche dolci e magiche nonostante tutto il sangue e la paura. Ma niente, è molto bravo.

Per romanzi come Meridiano di sangue ha fatto un´approfondita ricerca storica. Che tipo di ricerche ha fatto per La strada?

«Non so. Ho semplicemente parlato con alcune persone di come potrebbero essere le cose in una serie di situazioni catastrofiche, ma non ho fatto grandi ricerche. Ogni tanto ho questi dialoghi al telefono con mio fratello Dennis e spesso viene fuori qualche scenario terribile da fine del mondo, e finiamo sempre a riderci su. Quando qualcuno ascolta queste conversazioni dice: “Perché non ve ne tornate a casa, vi infilate in una vasca piena d´acqua calda e vi tagliate le vene?”. Parlavamo di uno scenario in cui restava viva solo una piccola percentuale della popolazione umana e ci chiedevamo che cosa avrebbero fatto questi sopravvissuti. Probabilmente si sarebbero divisi in piccole tribù e, quando non c´è più niente, l´unica cosa che resta da mangiare è il prossimo. Sappiamo che è storicamente vero».

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potete trovare l’intervista completa.

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potete trovare la recensione di La strada.

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potete trovare la recensione di Figlio di Dio

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Fuoco sotto la cenere.

E’ maggio. La natura esplode. Grazie alle abbondanti piogge di aprile, e al sole immediatamente seguito, il mondo è un po’ più verde. Le rose fioriscono per ultime, da perfette prime donne. Alla mattina l’erba è sempre umida di rugiada. Il cielo è pulito, e gigantesche nuvole si arrotolano sopra la città. E’ praticamente impossibile restare chiusi in un qualsiasi edificio per tutta la giornata, non importa se il completo tiene fin troppo caldo, si resta in camicia. Alla mattina uscendo di casa, si è assordati dal chiasso continuo degli uccelli che danno il buongiorno al sole. Ogni anno, da che il mondo esiste, torna l’estate, con il suo carico di promesse e speranze. Senza essere meteoropatici, ogni uomo su questa terra ogni inverno muore un po’ assieme alle foglie, và in letargo mentre il sole è più pallido. Nella stagione secca equatoriale annaspa alla ricerca d’acqua. Ma poi rinasce ogni volta. Poche sensazioni sono piacevoli come il sole che si fa più forte a primavera o un temporale dopo la siccità. Siamo inestricabilmente congiunti con la terra dove viviamo.

Allora immaginate che tutto questo non esista più. Che tutto, sia finito. Che il cielo, gli alberi, le foglie, gli uccelli, l’erba, l’aria, siano diventati cenere. Il sole non scalda, l’aria è polverosa, l’erba non esiste più, gli alberi sono morti, gli uccelli non cantano perché sono morti. L’inverno è diverso dall’estate solo perché è più freddo. Anche il mare è grigio. Tutto è secco, amaro, polveroso. La neve soffoca. Il fango intralcia. E tuttavia continua ad essere il nostro mondo, dove si aggirano sopravvissuti e vivi già morti.

Questo è il paesaggio post-apocalittico raccontato da Cormac MacCarty in “La Strada” (Einaudi, pp. 218, euro 12). Il suo mondo di carta è morto. Non c’è niente di niente. E’ un mondo fatto di cose, e di esseri che un tempo erano stati vivi. In una terra desolata come questa, sono rimasti solo degli umani. Le persone sono importanti in una situazione come questa. Per kilometri e kilometri puoi non incontrare anima viva, quando succede è sempre un evento. Le persone possono aiutarti se sei malato, le persone possono ucciderti se sei disperato, le persone possono indicare che c’è cibo nelle vicinanze, le persone sono cibo nelle vicinanze.

Raminghi e solitari su questa terra deserta un uomo e il suo bambino. Hanno un carrello, su cui portare le poche cose che possiedono. Hanno un telo, per ripararsi dalla pioggia. Hanno una pistola, per difendersi dai predoni. Ma ogni oggetto che portano con se, non lo possiedono veramente. Si, forse l’assoluta mancanza di tutto ti mette in condizione di apprezzare qualsiasi cosa, anche delle mele marce. Ma restano solo cibo, qualcosa da usare per sopravvivere, e poi buttare via non appena ha smesso di funzionare. Ciò che hanno sono loro stessi. Vivono l’uno per l’altro. Non c’è stato su cui fare affidamento, comunità di sopravvissuti, libro in cui trovare la Verità, non c’è Dio nel mondo. Il Dio dell’uomo è il suo bambino.

Lo stile di MacCarty è asciutto, prosciugato, come la terra arida che attraversano i suoi personaggi.  Non ci sono colori, non c’è vita, se non nei sogni e nei ricordi, trasparenti e lontani. Ma come può ricordare i colori un bambino che non li ha mai visti? Eppure, si può trovare ancora bellezza da qualche parte, se la si cerca dentro di sé. E allora una cascata, che romba e scroscia in una valle silenziosa, è un posto fantastico dove fare il bagno, anche se l’acqua è nera e gelida. E un rifugio sotterraneo, miracolosamente intatto, è un angolo di paradiso. Ogni piccola cosa è meravigliosa. Se non mangi da una settimana delle pere in scatola sono un raffinato banchetto. E il mare, la spiaggia, anche se grigia e brutta, è sempre un posto dove giocare. Un bambino che non ha ricordi del passato della Terra rimane sempre un bambino, porta il fuoco dentro di sé. In un mondo senza bambini, un piccolo corpicino smagrito che si spruzza e corre e gioca nel bagnasciuga tremando dal freddo, illumina.

Questo è un libro difficile da leggere, non è piacevole, non vorresti che il mondo delle pagine scritte fosse il tuo. E’ un libro da leggere fuori, al sole seduti sul prato, o dondolando su un amaca. Ogni tanto bisogna fermarsi, quando lo stomaco non regge più (non ci sono capitoli per fare una pausa), alzare gli occhi, guardare il cielo, sentire il vento, accarezzare l’erba umida. Ricordarsi come è bello.

Aride le descrizioni, aridi i dialoghi, ma c’è sempre sotto, come un terremoto che sveglia i campeggiatori in mezzo alla foresta, qualcosa che si muove. Una speranza che viene solo da se stessi, dalla volontà di essere buoni, una vita sepolta più vecchia degli alberi e delle montagne.

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