La Domanda.

nemesirothLa letteratura è come la teologia. È come la scienza o la filosofia. Come aruspici etruschi aprono il fegato del reale e lo interrogano, seguono grumi di sangue e filamenti di grasso cercando una verità incomprensibile. Ricercatori teologi scrittori filosofi. Ma ogni volta che la piccola stiratrice leva un’infinitesima grinza, tutto il resto del vestito si sgualcisce. Mille duemila un milione di analisi, esperimenti e di dati incrociati non riescono a spiegare l’1% di riscontro negativo. Cento duecento pagine del più bel romanzo o il verso di una poesia mostreranno la via, ma solo per un momento e il ricordo scolorisce col tempo. Teologi e filosofi sanno invece già in partenza che nella loro faticosa ricerca non produrranno nessuna verità assoluta ma solo nuove domande.

A volte la testa si riempie di domande domande domande, che sciabordano e ogni piccola risposta si perde nel frastuono di quesiti più grandi che si scontrano e sbattono l’uno con l’altro. Una sola però sovrasta tutte le altre. Gettando un’ombra inquietante sotto di sé. I grandi indagatori del pensiero erano riusciti a superare innumerevoli insidie ma di fronte ad essa si erano abbandonati scoraggiati, riconoscendo la propria inferiorità: perché esiste il male?

Il libro di oggi non ci dà nessuna risposta.

Nemesi (Einaudi, pp. 183, euro 11, traduzione di Norman Gobetti) è un’opera appartata nella produzione di Philip Roth. Nessuna volontà di ricreare un ephos americano o di saltellare tra varie macchie umane e incontrollabili pulsioni sessuali. E’ un libro con uno stile e dei personaggi che stupiscono per la loro normalità. Dalle nebbie dell’ottocento Roth recupera perfino un aggeggio arrugginito come il narratore omodiegetico. Ma non per un’archeologia letteraria postmoderna o per folli sperimentazioni. Roth scrive un libro normale. E normali sono i suoi personaggi e i luoghi che ci mostra. Normale la sua Newark, periferia popolare e residenziale della metropoli di New York. Normale Bucky Cantor, giovanissimo e atletico insegnante di educazione fisica ebreo, esonerato dalla leva per i suoi problemi di vista. Normali il campo estivo per bambini, la fidanzata bella e di famiglia ricca. Non è un caso che il protagonista sia un insegnante di ginnastica. Il fatto di aver studiato, ma di essere sostanzialmente un atleta lo colloca in quella fascia indistinta di normalità assoluta: non troppo ignorante da avere tutte le risposte, non troppo colto per non averne nessuna. Come dice il professor Schniblie: “Chi non sa fare insegna e chi non sa insegnare, insegna ginnastica!”. Ogni gesto, ogni frase del libro esprime normalità, che non significa banalità ma spinta verso l’assoluto: un ragazzo diventa tutti gli uomini, diventa l’Uomo.

Normale, naturale, perfettamente inserita nel tranquillo flusso delle cose è anche la poliomielite. Ogni estate questa malattia misteriosa colpisce i bambini e li rende invalidi per sempre, costretti a camminare con un tutore o a restare immobili dentro al terrificante polmone d’acciaio. I più sfortunati, o fortunati, muoiono nel giro di 24 ore. Prima del 1955 non esiste una cura, non esiste un vaccino ma soprattutto non esiste la minima idea su come possa diffondersi la malattia. Una mosca? L’aria? L’acqua? Il peccato? Perché i bambini? Perché i nostri buoni bambini ebrei? Dio ha forse dimenticato il Suo Patto?

Il fatto più straordinario è che la causa delle grandi epidemie del primo ‘900 fu proprio il miglioramento generale delle condizioni igieniche. Senza essere esposti al virus i bambini non sviluppavano anticorpi per potersi difendere da attacchi massicci. Vittime del Progresso.

Bucky è un ragazzo tutto d’un pezzo e non può permettersi di dimostrarsi debole di fronte a niente e nessuno, siano degli italiani attaccabrighe o un morbo inarrestabile. Il lettore segue la vita di Bucky Cantor ma soprattutto segue le sue scelte e le conseguenze che producono. Cosa può fare però un ragazzo contro un male terribile e misterioso che colpisce gli innocenti? Nulla. Le conseguenze ricadranno solo su di lui e su quelli che lo amano.

Roth sceglie di raccontare questa storia dal punto di vista di un ragazzino ebreo, allievo di Cantor, ebreo. E lo fa principalmente perché lui stesso è ebreo. E gli ebrei nei libri raccontano solo di sé stessi, da sempre. E non racconta nient’altro che la storia di Giobbe che, privato di ogni bene e di ogni felicità, anche dal sollievo della morte, continua a chiedersi: «Perché? Perché esiste il male? Perché il male vince sempre?» A differenza di Giobbe, Bucky una risposta la trova, a voi giudicare se sarà giusta o sbagliata. E se è possibile usare “giusto” e “sbagliato”. Il libro risposte non ne dà, il libro di Giobbe o il libro di Bucky, è indifferente.

A Dio dirò: “Non condannarmi! Fammi sapere di che cosa mi accusi! Ti sembra giusto opprimermi, maltrattare l’uomo che hai fatto e favorire l’opera dei malvagi?”  Giobbe 10,2

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Nota del recensore.

Se volete avventurarvi nella lettura della Bibbia, che siate credenti o atei o gnostici o vaiasaperecosa è consigliabile rivolgervi al vostro teologo di fiducia. Se non ne avete uno, procuratevelo. Perché avere uno psicologo e un otorinolaringoiatra di fiducia e non un teologo? È gente che ha studiato! E le parcelle nella maggior parte dei casi si limitano a una bottiglia di vino e a del formaggio da consumare durante la seduta. O cercate almeno un’edizione dell’Antico Testamento senza le figure colorate degli animali che salgono sull’Arca. Buona lettura!

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9 commenti

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9 risposte a “La Domanda.

  1. Una buona recensione… Adesso ne vogliamo una sul libro di Giobbe direttamente! =P Quando avrò tempo leggerò questo libro, poi potremo chiacchierarne se capita! 😉

    Nota del commentatore: troppo buono con i teologi! Ma se qualcuno avesse bisogno di una “consulenza” preferiamo il vino rosso fermo e del formaggio stagionato! =D

    • Che esoso. Non mi sembra che il Gutturnio frizzante e il Parmigiano Reggiano ti siano dispiaciuti. 😉 Comunque tu dici che l’autore potrebbe lamentarsi di una recensione negativa?

      • No dai, direi che è uno che ne ha sentite di cotte e di crude sul suo conto, non sarà certo una recensione negativa a rovinargli la piazza o la fama! Certo devi avere un bel coraggio per farne una recensione negativa ormai… =)

      • No no, magari è un po’ permaloso 😛

  2. Questo è uno dei pochissimi libri di Roth che non ho letto – e ho preferito rileggere “Il teatro di Sabbath” e “Pastorale americana” piuttosto che bruciarmi l’ultima possibilità di leggere un inedito del mio autore preferito.
    La “normalità” di cui parli, e una certa tendenza al classicismo, le ritrovo anche in “Indignazione”; e forse non è un caso che Roth abbia dichiarato che negli ultimi dieci anni ha letto soprattutto i classici dell’ottocento, e in particolare i racconti di Turgenev. Un desiderio di ritornare alle origini? Un ontogenesi al contrario? O (come malignamente sospetta qualcuno) materiale molto antico riesumato per la pubblicazione?
    In ogni caso, la domanda senza risposta è il motivo per cui si scrivono i romanzi – non è un caso (e non è neanche una notizia) che “Pastorale Americana” finisca con un punto di domanda. Da quello che capisco, qui la domanda è la Domanda. E per fortuna Roth, neanche alla soglia degli ottant’anni, ha ritenuto opportuno formulare la Risposta.

  3. rob

    Non posso sapere se il libro mi piacerà o meno. Difficilmente però riuscirà a superare, in fatto di gradimento personale, questa tua recensione, o Muninn. La vado subito a rileggere. Complimenti!

    • Povero Philip Roth, prima non gli danno il Nobel, poi viene messo in secondo piano da una recensione positiva di un suo libro…non v’è pace per lui. Grazie per l’iperbolico complimento 😉

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