Vita e morte nel bosco.

Scan0001C‘è stato un periodo, un breve tratto della mia vita, trascorso nel bosco. Non era un bosco antico o pieno di segreti e io non ero così avventuroso da cercare quelli che pure ci dovevano essere. Nel piccolo paese di montagna dov’era nata mia nonna trascorrevo tutte le estati da quando ero bambino, un bambino troppo obbediente e pauroso per andare da solo su per il fianco del monte. Era già un ragazzo pieno di voglie avventurose represse quello che cominciò a girare, sempre troppo vicino alle case, insieme a un compagno di città e a uno del paese che, per qualche strano caso, era per un quarto norvegese. Come una piccola squadriglia di incursori pattugliavamo il bosco secondario, pieno di fossi e di vecchi muretti a secco coperti di muschio, con spade e mannaie rubate dagli scarti taglienti della coltelleria. Un mese era poco, troppo poco per arrivare fino in fondo a quei boschi, in valli antiche e abbandonate, piene di alberi marci e caduti. Troppo poco per conoscere strani vecchi che raccontassero storie ancora più strane; troppo poco per imparare tutti i nomi dei posti e il modo per arrivarci. Ma sufficiente da ricordarlo per sempre. Gli animali non parlavano, i genî non uscivano dagli abeti per parlarci, gli uccelli neppure parlavano. Forse eravamo già troppo vecchi o forse erano gli alberi a non esserlo abbastanza. Forse la foresta cantava, ma noi avevamo dimenticato come fare a capirla, forse non lo avevamo mai saputo. Non sapevamo, ma sentivamo però che era là a mormorare nel suo strano alfabeto, fatto di masse e di colori, di suoni e di ombre. Noi in mezzo, solo di passaggio.

E questo non è molto diverso da quello che ho sentito leggendo Il segreto del Bosco Vecchio (Mondadori, euro 9, pp. 149) che è una fiaba, eppure non lo è. Perché della fiaba ha la magia, i nomi, i colori, i luoghi e gli animali, ma tutti guardati con lo sguardo cinico e sensibile di Dino Buzzati. L’ironia e la fantasia dell’autore danno un movimento imprevedibile a stili e trame vecchie come le pietre delle montagne, nascoste nella memoria di tutti i bambini. Quella memoria lontana e quasi persa, sotto strati di camuffamenti e tremende banalizzazioni, viene recuperata e deformata, malleabile come cera per parlare al posto dell’autore. Se nella foresta c’è un drago, il drago è cattivo e chi lo uccide sarà buono. Forse.

Perché il bosco vecchio è speciale, ovviamente: ma non è “dimensione incontaminata che simbolizza la vita come forza gioiosa e gratuita, disinteressata ed eterna”, non è una favola ecologista, anticapitalista, anticonsumistica, naturalista. Il vecchio bosco è bello, è antico, ma fa anche paura. La notte, al buio, i tronchi immensi degli alberi chiudono le stelle e rumori misteriosi si alternano a silenzi ancora più terribili. I topi rosicchiano lentamente le travi del soffitto e orribili incubi dalla testa di vitello scarnificata o dal molliccio aspetto globulare tormentano il sonno dei bambini ammalati. Paure senza volto, orribili carrettieri dagli occhi di brace e guerre entomologiche tra vermi e vespe, vomitevoli e silenziose battaglie del mondo microscopico. Ma ci sono anche i vecchi gufi saccenti e gli animali parlanti, ci sono i genî che vivono silenziosi dentro alle piante e ci sono i giochi dei bambini che sanno la lingua del bosco, i venti hanno un nome simpatico e portano le notizie lontane. Gli scoiattoli mangiano le noci e i conigli brucano le foglie di tarassaco. Ma nessuno che sia cattivo, oppure buono? Dov’è l’insegnamento? Dov’è l’educazione?

È forse cattivo il colonnello Procolo, che vuole uccidere suo nipote Benvenuto per prendergli la sua parte di bosco? Ma parla con gli animali, non è cosa da poco! Risparmia il Bosco Vecchio, avrebbe potuto tagliarlo, che divieto lo impediva? È cattivo il vento Matteo, che ha seminato così tanta distruzione in tutta la valle ma che era bravissimo a far suonare le punte degli abeti soffiando antiche canzoni di guerra? Il male è dentro tutto e parte di tutto. Son cattivi i gufi i genî indifferenti i bambini sciocchi gli icneumoni sanguinari i vermi famelici?

Dino Buzzati racconta, per la prima, per la seconda, per l’ennesima volta, la bellezza di storie sempre uguali, di ricerche impetuose e di deludenti scoperte, quando il tesoro tanto bramato non vale l’innocenza perduta né la strada fatta. Con ironia e profondità, incredibile cinismo e spietata simpatia, l’autore crea un modo fatto di rimpianti e di ricordi, di vecchiaie tristi e di infanzie perdute, con una dolcezza e una fantasia capaci di farci dimenticare la morte, che arriva per tutte le creature. Lui aveva il dono, non di parlare con le bestie o gli spiriti, ma di di dare nome, forma e colore a quegli antichissimi sommovimenti dello spirito; che solo quando si è da soli, come in un bosco, si può quasi credere vengano da fuori, dalle piante, dagli animali. Noi passiamo e non sempre capiamo ma sempre torniamo per guardare l’antica foresta, i suoi misteri e noi stessi riflessi nel buio.

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15 commenti

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15 risposte a “Vita e morte nel bosco.

  1. Raul Bucciarelli

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

  2. Beh, questa non è una recensione, è pura poesia, è filosofia che cura l’anima… tanto bella la storia di Buzzati quanto bella la tua interpretazione.

  3. Bellissimo post e molto sentito! Grazie per averm regalato in questo mattino – di fretta come sempre- un bel momento di emozione.

  4. ….come gli alberi nel bosco buio gioiamo vedendo fiorire le tue emozioni, diamanti celesti di ciclamino ……

  5. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 15.02.14 | alcuni aneddoti dal mio futuro

  6. Bellissima recensione!!
    Devo assolutamente leggerlo questo libro, prima o poi.

  7. Pingback: Misteri e segreti del bosco | Libri nella mente

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