Esplosioni.

120 anni fa il mondo viveva nella tumultuosa rivoluzione industriale. Il terrorismo anarchico era lo spauracchio dei governi di mezza Europa. E non avevano tutti i torti. Nell’elenco dei successi anarchici c’erano addirittura il re d’Italia Umberto I e lo zar di tutte le Russie Alessandro III. Come se al giorno d’oggi riuscisse un’attentato a Napolitano o a Putin. Al terrorismo anarchico si intrecciavano gli interessi di varie stati stranieri, interessate a destabilizzare la politica interna delle nazioni avversarie nella corsa coloniale. I neonati servizi di intelligence e spionaggio, ancora dipendenti da ambasciate e ministeri degli esteri, si infiltravano nei vari gruppi terroristi per tenerli d’occhio e, nel caso guidarli verso l’obbiettivo giusto.

E cosa c’entra in tutto questo Jòzef Teodor Konrad Korzeniowski? Non è una spia proveniente da qualche paese dell’Est, ma uno dei più grandi scrittori moderni, Joseph Conrad. Questo autore di origini polacche, naturalizzato inglese, ha scritto una delle prime spy-stories della letteratura, quel genere che avrebbe accolto anche il James Bond di Ian Fleming. “L’agente segreto” (Mondadori, pp. 312, euro 8,50) è un classico della letteratura mondiale. La storia narrata prende spunto da un fatto accaduto realmente: nel 1894 una bomba esplode, probabilmente prima del tempo, nei pressi dell’osservatorio astronomico di Greenwich, appena fuori Londra. Non ci sono vittime, e la polizia identifica il colpevole in un ragazzo debole di mente. Fin dall’inizio Conrad stravolge la struttura del romanzo vittoriano: invece che concentrare la tensione del romanzo nell’attesa dell’esplosione, la liquida nei primi capitoli. Non la descrive mai direttamente, ma filtrata dai racconti dei personaggi.

Proprio loro sono l’interesse principale dell’autore, attento ad analizzare nel profondo la psicologia di ogni pedina sulla scacchiera. L’autore con abilità delinea le caratteristiche di due schieramenti opposti. Anarchici contro polizia. La contrapposizione a buoni contro cattivi, bene contro male, non è imposta dal narratore, o calata dall’alto. Ogni personaggio ci espone il suo punto di vista, con le proprie verità e le proprie contraddizioni. Scopriamo che il gruppuscolo anarchico è composto da: il dott. Ossipon un ex studente di medicina che vive con i soldi delle sue amanti; Mr. Michaelis un placido uomo che dopo anni di prigione (dove è abbondantemente ingrassato) viene mantenuto da una ricca ammiratrice; Mr. Verloc l’infiltrato, la spia di un governo straniero, nonché doppiogiochista, che ha trovato un lavoro che gli consenta di vivere affaticandosi il meno possibile. L’unico veramente pericoloso è Il Professore, un pazzo sociopatico con la passione per gli esplosivi. Non sembra proprio il genere di organizzazione del terrore a cui siamo abituati. Dall’altra parte della barricata stanno i poliziotti, e alcuni di loro, come l’ispettore capo Heat, elaborano un proprio, personalissimo ma così realistico, codice di comportamento. La lotta contro i criminali è quasi un gioco, una partita a scacchi, in cui vince il più abile ad incastrare l’avversario. Non importa come.

In questa tutto sommato tranquilla routine irrompe il cambiamento improvviso. Un cambio ai vertici dell’ambasciata per cui Verloc lavora mette a rischio il suo posto di lavoro. C’è bisogno di un’azione spettacolare per dimostrare che i soldi della potenza straniera sono ben spesi. Un piccolo scontro nelle gerarchie burocratiche è il detonatore che farà esplodere la tragedia. Il pigro e codardo agente segreto coinvolge il cognato, un ragazzo poco più che adolescente, per tutti un ritardato che passa le giornate a disegnare cerchi sul tavolo. Sarà lui a fare il lavoro sporco, e se anche verrà scoperto se la potrà cavare con qualche anno di manicomio. Tutto va storto. E la sorella del ragazzo, la moglie di Verloc, alla quale non importava di andare oltre la superficie delle cose, lo scopre. Il mondo della piccola e inutile spia va in rovina, un pezzo alla volta. Fino alla fine.

Conrad racconta una storia senza molti colpi di scena, ma con uno stile e con un’indagine dei personaggi che lo rendono profondo e coinvolgente. Con il suo linguaggio espressivo, ai limiti dello sperimentalismo linguistico, l’autore cura la caratterizzazione di ogni comparsa. Trasformando con abilità il genere narrativo dall’interno, esplora gli abissi dell’animo umano, invece delle distese oceaniche. Indaga le ragioni e le spinte che portano l’uomo, perfino l’uomo più pigro come Verloc, e la donna più superficiale come sua moglie, all’azione e alla distruzione. Con i suoi personaggi più che umani, Conrad ha scritto un libro che ci ricorda che sono sempre gli uomini a fare le guerre.

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