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Mago della fuga.

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Gli escapisti sono quegli illusionisti, maghi, prestigiatori, artisti (chiamateli come volete) che intrattengono il pubblico con mirabolanti fughe ed evasioni dalle più disparate situazioni costrittive. Legati con una corda piedi e polsi, incatenati o ammanettati, chiusi in baule o in sacco, dentro una cassa o in una teca di vetro riempita di acqua, oppure molto più spesso tutte queste cose assieme, gli escapisti devono liberarsi nel minor tempo possibile, a maggior godimento del pubblico pagante. Purtroppo, accompagnati già per molto tempo da una fama non molto lusinghiera, i maghi (chiamiamoli con il loro nome) anche questa volta sono dovuti correre ai ripari. La disciplina che studiano gli escapisti infatti non è l’escapismo, ma l’escapologia, inamidatissimo sostantivo sicuramente scelto dalla comunità scientifica internazionale per evitare a un mestiere, frutto di anni di pratica ed esercizio, l’accostamento con pratiche ritenute grandemente disdicevoli. L’escapista infatti, nonostante la liberazione finale sia sempre legata ad un trucco, deve confrontarsi con ambienti angusti, costrizioni varie, apnee, lucchetti, ed è inaccettabile che fantasie di fuga dalla dura realtà vengano confuse con un mestiere che affronta il gelo del ferro sulla nuda pelle e interminabili ore di esercizi ginnici preparatori.

Noi però rifuggiamo da sterili eufemismi. Cos’è meglio? Escapologo od escapista? Non sembra anche anche a voi che il primo ricordi troppo da vicino parole come podologo e proctologo? A quella laringale che chiude la voce, non preferite il lungo sibilo che sfugge tra i denti di escapisssssssssta?

Joseph K. vive a Praga ed è ebreo. All’improvviso si trova invischiato in una situazione particolarmente spiacevole. Un potere superiore ed oscuro comincia ad accusarlo di qualcosa di indefinito, senza che lui possa fare niente per impedirlo o per difendersi, intrappolato fin da subito nelle pastoie di una burocrazia tra le più raffinate mai comparse sulla Terra. Combattere un potere tanto grande è fuori discussione e anche la fuga, più il tempo passa, più diventa impossibile. Ma non vorrei portarvi fuori strada, la K. sta per Kavalier, e siamo già alla fine degli anni trenta. Il potere è nelle mani del partito nazionalsocialista tedesco anche in quella che fu la Repubblica Cecoslovacca, e i nazisti non sono abituati a fare processi, prima di esprimere una condanna. Grazie all’aiuto di un vecchio maestro prestigiatore, ai suoi genitori e a un’incalcolabile dose di fortuna, il giovane Kavalier riesce a raggiungere la terra delle opportunità, l’America. Qui, insieme al cugino Clayman inventerà l’Escapista (guarda guarda), il più grande supereroe dei fumetti dopo Superman e Batman. Questa è la storia, e non vi dirò niente più di quello che succede, perché ogni cosa in questo libro, trama e sofferenze comprese, è stata pensata per intrattenere e deliziare il lettore. Con una maestria indubbia, Micheal Chabon padroneggia i ferri del mestiere, grimaldelli e cappelli con il doppio fondo, al punto che l’unica cosa che riesco a dirvi è: state seduti e godetevi lo spettacolo.

Dopo aver dato forma e spessore ai due protagonisti de Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, gli fa fare esattamente quanto promesso nel titolo: formidabili avventure, fortune e sventure, coincidenze e ritrovamenti. Chi crede che un romanzo debba essere realistico cercherà inutilmente, ma in fin dei conti, quale racconto lo è veramente? E poi a volte la vita è anche più assurda dell’invenzione. Attraverso la New York scintillante e ricolma di opportunità di prima della guerra, distese di ghiaccio perenne, o gli sconfinati labirinti segreti che si nascondono sotto all’Empire State Building i due personaggi crescono, imparano, perdono, e noi trepidiamo con loro, seguiti da uno sguardo familiare e onniscente, che ci svela il futuro mentre ci inganna sul presente, porta a spasso la nostra attenzione con rapidi movimenti delle dita, mentre il trucco è predisposto dentro la cassa fin dal giorno prima. Per ottocento pagine fuggirete da questo mondo, in un altro chiuso e confortevole, che profuma di assi di pino e fango della Moldova o che puzza di sigarette e adolescenti sudati, ma non per questo immune da scossoni e cadute. Nessuno è mai troppo lontano dalla violenza del mondo, nemmeno in quello della fantasia.

Micheal Chabon ha scritto questo libro riversandovi la sua passione per i fumetti e la loro Età dell’Oro, per la magia del grande Houdini, grazie alle sue origini ebraiche e al suo essere altrettanto americano, ma l’ha scritto per deliziare il lettore. Il quale, pur sapendo che tutto è un trucco, tutto è falso invenzione illusione magia prestidigitazione, si siederà di fronte al palco, nell’attesa del miracolo. Per quanto abili siano nella fuga, i maghi ricompaiono sempre per l’applauso.

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escapismo

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Trilogie pericolose.

Riporto i fatti accaduti per come li riporta alla mente la memoria. Non è questo un modo per giustificare errori o travisamenti della vicenda, ma è una semplice conseguenza dei molti impegni e contrattempi che mi sono occorsi da allora. Se poi questo avrà o meno delle ripercussioni sul resto della storia, non sta a me dirlo.

imageEra una normale giornata di lavoro alla biblioteca civica e la mattinata era già corsa via dietro a prestiti e restituzioni. Ad un tratto mi ricordai di aver qualche libro nello zaino: un libro di ricette sui dolci austriaci e tedeschi, la Retorica antica e Il vagabondo delle stelle. Passati rapidamente dalla tasca alla mano, rigirati alla ricerca del codice, identificati e infine ammonticchiati da parte per essere sistemati. Li posai assieme alla pila di volumi accumulata durante la mattina. Fu allora, tra le coste colorate, che apparve il libro. Non avrebbe dovuto essere lì, questo è chiaro, e non avrebbe dovuto per svariate ragioni, che però non sono probabilmente utili alla nostra storia. Infatti il libro avrebbe dovuto essere a casa mia. Il ruvido ceruleo della copertina era ancora là sul ripiano della cucina, là nella mia mente, sul carrello della biblioteca no di certo. Pensai subito a una coincidenza e balzai al computer per controllare. Tutto corrispondeva: il libro era quello, era stato prestato a me e da me riconsegnato. A confermarlo c’era l’angolino in basso a destra, sbucciato, che mostrava il cartone. Come era possibile? Come era possibile che non mi ricordassi di aver riportato il libro? Non doveva essere poi una cosa remota, il libro era ancora sul carrello. Qualche mio collega? Ma come, se io il libro non l’avevo con me? L’unica spiegazione logica era che il libro mi era stato sottratto, senza che io lo leggessi, da qualcuno che voleva impedirmi di leggere e scrivere la recensione.

Le ragioni c’erano tutte per compiere questo misfatto: la Trilogia di New York, quella di Paul Auster, era un libro compromettente per molti. Per lo stesso Paul Auster, ad esempio. È noto che il famoso scrittore, all’inizio degli anni ottanta, quando non sperava più di diventare famoso come poi sarebbe diventato, scrisse la trilogia come sfogo personale dopo il divorzio dalla prima moglie infarcendo le pagine, sotto multipli travestimenti, delle sue vicissitudini personali. Inaspettatamente le opere, uscite una dietro l’altra, avevano avuto un incredibile successo. È possibile che il Paul Auster non voglia che la sua opera torni alla ribalta dopo anni di oblio in cui le sue opere successive hanno preso il sopravvento. Un uomo determinato e ricco può benissimo arrivare fin qui. Non è da trascurare neppure l’influenza della ex moglie, dirigente alla Library of Congress, che potrebbe aver disteso la sua longa manus attraverso le pieghe sempre oscure della biblioteconomia internazionale.

Trascurai per un momento i possibili moventi e mi concentrai sull’unica cosa che andava fatta: se qualcuno non voleva che leggessi quel libro, non lo avrei permesso. Mi nascosi dietro uno scaffale e cominciai febbrilmente a sfogliare le prime pagine. A parte la sua balzana teoria sul Don Chisciotte non mi pareva ci fosse nulla di così compromettente: il libro, o meglio i libri, erano delle rivisitazioni postmoderne delle classiche storielle hard boiled che usavano così tanto dopo la guerra, appesantite da un carico di depistaggi, mezze bugie e mezze verità, giochini filosofici tra autore e lettore e astruse teorie letterarie.

Nella sua città di vetro manca il senso claustrofobico dei grattacieli di New York, le folle, il vorticoso ammassarsi della civiltà. La storia e le perone passano attraverso i vetri delle case di una città fatta di nomi di vie, palazzi, ponti, musei. È una metropoli senza sporcizia, o meglio dove la spazzatura può esistere solo se è utile alla storia. I personaggi, chiusi nelle loro case, in una stanza, tra le vie perpendicolari di un quartiere, in realtà volteggiano come fantasmi tra le foreste di Thoreau, le onde di Melville e i pudori di Hawthorne. Qualsiasi limite, ostacolo, tranello non veniva da fuori, ma da dentro di loro.

Trascorsi delle ore, seduto dietro lo scaffale, immerso nella lettura. Ad ogni pagina si rivelava come il disegno dell’autore fosse molto più vasto di quanto avessi pensato all’inizio. Attorcigliata alle storie e alla storia, c’era il rapporto tra scrittore e uomo e su quello che rubano l’uno all’altro. Come i migliori scrittori, tutto era suggerito e sussurrato, sdoppiato tra personaggi che si rispecchiano l’un l’altro, vampirizzandosi a vicenda.

Chiusi l’ultima pagina, felice di avere trovato un grande scrittore. Aveva preso il racconto investigativo e lo aveva fatto esplodere, ribaltandolo come un calzino. Attingendo dalle origini della letteratura americana e dai romanzi popolari aveva partecipato a creare quello che (ora lo sappiamo) è un genere come tutti gli altri, di romanzo. Il postmoderno. Con una bravura e un ironia mai scontate Auster tiene la tensione alta, pronto a far vibrare il colpo di scena come una frusta, senza mai deludere chi voglia seguirlo fino in fondo. Con gusto hitchcokiano gioca con i particolari e le tensioni, sessuali, nevrotiche, ossessive, per creare un meccanismo preciso e rispondente ai piccoli colpetti che gli arrivano dall’esterno, di cui non possiamo vedere l’interno finché non lo decide l’autore. Non provate neppure a cercare di ricomporre da soli il groviglio di personaggi riflessi tra le pagine del libro, la conseguenza è la follia, o semplicemente un vicolo cieco. Godetevi la strada e lasciatevi trasportare, il cervello non deve funzionare a pieno regime.

Ero rimasto solo, nella grande sala. Al buio. I miei colleghi erano già usciti. Rimaneva in sospeso l’inspiegabile faccenda del libro, cosa sarebbe accaduto ora? Squillò il telefono. Lasciai che si fermasse. Ricominciò. Risposi.

«Pronto…?»

«Non hai capito niente, rileggilo da capo».

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Bonus:

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La traduzione a fumetti del primo capitolo della trilogia Città di vetro, merita di essere letta. David Mazzucchelli, Paul Karasik – Coconino Press.

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Le parole del dolore.

In queste due settimane non ho scritto molto. A dire la verità non ho scritto affatto. Principalmente perché non ho letto. A meno che Progettare siti web standard: XHTML e CSS possa essere considerata una lettura di cui fare una recensione su un blog letterario. Anche se…tecnicamente non so quanto sia valido, ma mi ha fatto ridere un macello. Joffrey Zeldman, l’autore, è proprio fuori di testa. Mi hanno assicurato però che tutti gli autori di libri per l’informatica sono classificabili da “un po’ mattacchione” a “pazzo furioso”. Fate voi.

Eppure un libro c’era e pure bello. L’avevo preso in biblioteca assieme a Progettare siti web standard: XHTML e CSS. C’è una cosa molto bella da dire sul singolo individuo cartaceo che mi è capitato tra le mani: va letteralmente in pezzi. Manca il risvolto di copertina; le prime dieci pagine sono attaccate con il nastro adesivo, anche la costa è ricoperta di nastro adesivo; gli orli della copertina sono consunti e i bordi cominciano a sbriciolarsi; sul retro c’è una cosa che sembra una bruciatura fatta con una lente d’ingrandimento; contiene della sabbia. I feticisti dei libri avranno cominciato a fare gli scongiuri. Questa copia è in uno stato pessimo. Però.

Quando l’ho tirata fuori dallo scaffale in basso e l’ho vista per la prima volta ho sorriso. Ero contento, perché ero in una biblioteca. Non in un negozio di libri usati. L’estrema consunzione del libro era stata causata dalle decine, forse centinaia di mani sudaticce che avevano sfogliato quelle pagine. Ragazzi, nonne, bambine, donne in carriera, avvocati. Ero in una biblioteca ed era una cosa molto bella da pensare. Anche all’autore del libro probabilmente sarebbe piaciuto. Jonathan Safran Foer ci avrebbe tirato fuori una bella storia. I suoi libri sono sempre pieni di oggetti: una chiave, un vaso, dell’argilla, delle riviste, lettere, un libro, diecimila libri, una casa fatta di libri.

Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, pp. 351, euro 16,50) riconferma il talento dell’autore, che con grazia e sincerità decisamente rari racconta la storia di un bambino che ha perso il suo papà e che comincia una ricerca per recuperare i brandelli dei ricordi che non sono ancora diventati polvere. Alla storia di Oskar, ragazzino e inventore immaginario si mescolano sempre più vorticosamente le altre storie: quella della mamma, della nonna, del nonno che non parla, di Mr. Black che abita al piano di sopra e ha una scheda per ogni personaggio importante che sia esistito; di Abby Black che vive nella casa più stretta di New York; del sesto distretto che un giorno, senza ragione apparente, ha deciso di andarsene dal resto della città lasciando solamente Central Park come ricordo. Come un ciclone alle estremità il vento cattura storie sempre più grandi, sempre più lontane, nello spazio, nel tempo: l’attacco alle Torri Gemelle, la bomba di Hiroshima, il bombardamento di Dresda, l’amore tra due ragazzi durante la guerra. Il papà di Oskar è morto un giorno di settembre e l’unica cosa che resta di lui è una registrazione sulla segreteria telefonica, pochi minuti prima che la torre crollasse. Anna, la ragazza che il nonno e la nonna amavano, è morta a causa di un bombardamento che ha fatto ardere (che in tedesco si dice brennen) la città di Dresda per giorni.

Chi aveva amato Ogni cosa è illuminata troverà la stessa spumeggiante e multiforme tecnica di scrittura, la straordinaria capacità di Safran Foer di spiegare il dolore dell’universo con le parole di un bambino, di condensare tutta la tristezza e il dolore possibili in due parole sole al centro della pagina bianca, di rappresentare l’angoscia di chi ha perso tutto e non può fare nient’altro che smettere di vivere e di parlare, perché la vita è più spaventosa della morte e non c’è più niente che valga la pena dire. È un libro in cui non sembra esserci futuro, sepolto sotto i detriti di tutte le guerre del mondo. Eppure.

Quasi per vergogna l’autore affianca ai 2.752 corpi altri 20.000 e poi altri 22.000. Non si danno colpe o meriti a nessuno di questa pesa di cadaveri, sono solo lì. Molto deboli nella memoria, estremamente lontani nel tempo. Qualcuno si ricorda ancora delle persone ricoperte di polvere che guardavano in cielo. In pochi hanno ricordi delle tempeste di fuoco che hanno sommerso una città tedesca e una giapponese. Eppure.

È tutto qui vicino. È tutto pieno di speranza. Un libro da battaglia, creato per affrontare il lutto, qualsiasi lutto, con la lancia in resta e la fronte alta. Un libro che ricorda a tutti di fare invenzioni, di dire alle persone della nostra vita che le amiamo, che non c’è nessuna ragione per essere qui ora su questo granello di sabbia che galleggia nella materia oscura dell’universo, ma abbiamo un’occasione sola e non possiamo sprecarla restando in silenzio. Che, ancora una volta, stiamo sfogliando tutti lo stesso libro rovinato e consunto, pieno di cose meravigliose.

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Il Grande Gatsby.

Devo ammettere che, prima di vedere il film, non avevo ancora ben chiaro cosa scrivere in questa recensione. Il libro era carino, scritto bene, ben composto, anche avvincente se vogliamo. Un classico della letteratura americana, elogiato, sulla bocca e sulla penna di tutti. Anche nei libri di storia: “Prima della crisi del ’29…come è ben descritto…nella famosa opera di…lusso sfrenato…costumi rilassati”. Ma nulla più. Niente che meritasse di essere ricordato. Devo ammettere che ero rimasto quasi deluso quando il libro dell’età del jazz mi aveva lasciato orfano del jazz. Era una storia, raccontata bene, ma una storia quasi fine a se stessa, senza picchi lirici di abbacinante bellezza, senza abissi di espressività materica. Sono arrivato a chiedermi perché il libro fosse diventato così famoso. Forse era solo un’altro esempio di come gli americani riescano a conservare, valorizzare ed esaltare qualsiasi sciocchezza appartenga alla loro storia, come il tacchino dei Padri Fondatori e il ciliegio di Washington. Un nostalgico sguardo verso un passato che sembra sempre più luminoso di oggi. Forse era solo un’altro esempio di come funzioni bene l’ufficio promozionale della Warner Brothers.

Eppure qualcosa c’è. Il sospetto che cresceva man mano che passava il tempo e riflettevo, venne confermato ieri sera. D’accordo con la mia ragazza, dopo aver letto entrambi il libro, siamo andati insieme alla prima del film. Ecco, che dalle profondità della memoria dove erano state lasciate, riemergono, col sottofondo di Jay-Z, le eccitanti, spassoseSOPRALERIGHEESALTANTI! F E S T E ! Gente strafatta e ubriaca che balla in una sequenza zoomata, gente che balla a testa in giù in un’altra sequenza zoomata. Divertimento assurdo, si intravede pure un barman che sembra preso da una qualsiasi discoteca milanese, proprio in quel momento magico in cui sta preparando gli sciottini.

Ma ecco, in quel momento ho capito. Io, e Baz Luhrmann il regista, eravamo inciampati nello stesso, identico errore. Anche lui lo aveva capito. Probabilmente, appena finito di girare il film, nella sua vasca idromassaggio, mentre leggeva per la prima volta il romanzo. Sul suo volto si dipinse lentamente il terrore: ommioddiochecosahoffatto. Ma era troppo tardi. Inutilmente cercò di rinviare il film sostenendo che se Tarantino aveva messo il rap in Django allora lui voleva più rap. Ma aveva già Jay-Z. E non si può avere più rap di Jay-Z. Non poté quindi impedire l’inevitabile. Forse è per quello che il film è uscito con così tanto ritardo.

Entrambi e chissà quanti altri, avevamo pensato di trovare il luccichio delle pailettes, il tintinnio del ghiaccio, la sfrenata velocità del jazz nelle pagine di Fitzgerald, ma non le avevamo trovate. C’era un arido paesaggio, sepolto sotto le ciminiere e le montagne di carbone della valle delle ceneri, sullo sfondo i pinnacoli dei grattacieli di New York. Una serie di personaggi ben delineati, descritti con cura, poche pennellate, due battute e loro già vivono di vita propria nel mondo di carta. Tutti perfetti nel loro esistere letterario ma banali nel loro essere umani. Nessuno mostra di godersi veramente la festa. Tutti bevono, cantano e ballano, ma per coprire l’assordante frastuono della propria infelicità e solitudine. Solo uno emerge, svettando su tutti gli altri. L’uomo di cui il libro racconta la storia: Jay Gatsby. Il Grande.

Con un tono leggero, quasi opaco, partecipe ma mai schierato, Francis Scott Fitzgerald racconta con spietata leggerezza e quasi noncuranza la straordinaria esistenza di un individuo simile, in grado di esistere solo nei libri. Fitzgerald scrive così bene da far sembrare sciocche le cose che dice. Nato dal nulla, incarnazione del sogno americano, Gatsby organizza grandiose feste per attirare l’amore di gioventù, che aveva perso a favore di un più ricco partito. Ma lui è più di un’incarnazione del sogno, lui vive nel sogno.

Il grande Gatsby (Einaudi, pp. 162, euro 8,50) è un libro breve, non c’è molto altro da dire. Ma mentre lo stavo leggendo per la prima volta ho sbagliato a prendere la metro TRE volte di seguito. Lo rileggerò per capire com’è potuto succedere. È un buon libro, quando e se lo leggerete, scordatevi il jazz, per favore. Vi resterà così per sempre l’immagine, il ricordo di una persona, quasi l’aveste conosciuta di persona. Con affetto lo difenderete dalle accuse, quasi vergognandovi di non aver capito prima chi era e di aver creduto anche solo per un attimo che potesse essere un bugiardo.

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