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Articolo #2

Questo articolo sarebbe dovuto cominciare così, chiedendosi il perché “Lo hobbit” non abbia avuto un’adattamento cinematografico prima della neonata triologia di Peter Jackson. A parte un cartone animato del ’77  non ci furono altri tentativi di portare sul grande schermo quest’opera di indubbia notorietà. La causa può essere ricercata nelle intenzioni del suo autore:

“… Sarebbe opportuno, piuttosto che perdere l’occasione di un’edizione americana, lasciare che gli americani facciano quello che ritengono meglio; purché sia possibile, vorrei aggiungere, porre il veto a qualsiasi cosa provenga o sia influenzata dagli studi della Disney (per tutte le opere della quale ho un odio sentito). “

E poi l’articolo si sarebbe concluso parlando della difficoltà di fare una trasposizione cinematografica rispettando il libro da cui si ottiene la sceneggiatura. Ma non andrà così. Perché poi mi sono imbattuto in un articolo degli ottimi Wu Ming, (precisamente il WuMing4) che sono bravissimi e scrivono le cose molto bene. Non perdete altro tempo e leggete QUESTO ARTICOLO sul loro blog. Buona Lettura.

Ah, e se volete leggere il mio articolo, andate QUI.

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Andata e ritorno.

ImmagineUn Natale o forse un compleanno di più di dieci anni fa, una zia mi regalò un libro. Come e forse più di qualsiasi altro regalo i libri sono qualcosa di personale ed è facile sbagliare. Fortunatamente all’epoca ero ancora un bambino di dieci anni e leggevo qualsiasi libro per ragazzini mi venisse regalato. La zia si premurò comunque di avvertirmi prima della lettura: disse che forse era un po’ difficile per uno della mia età e avrei potuto aspettare qualche anno prima di leggerlo. Fortunatamente non aspettai molto tempo. Dopo di esso lasciai da parte Istrici e Battelli a Vapore e passai a libri più voluminosi e voluttuosi. C’era qualche cosa tra quelle pagine che mi costrinse a ritoccare il metro di giudizio per le mie prime letture. Tra le mani avevo un serissimo libro, il numero 3 della collana, con la copertina color rosso scuro e il disegno di un’aquila al centro.

Era “Lo hobbit” (Adelphi, pp. 342, euro 13). Come me milioni di bambini in tutto il mondo da più di ottant’anni leggono e non possono fare a meno di amare, questo libro straordinario. Forse un grande, un adulto che legga per la prima volta questo libro rimarrà deluso: i nani sembrano nanetti da giardino, con i cappucci a punta di colori sgargianti e le barbe tinte di verde e blu e l’insulto più pesante che si pronuncia in tutto il libro è “rimbambito”. L’epica compagnia ballonzola da tutte le parti, rischiando troppe volte la pelle per poter sembrare competente di avventure che superino i confini del proprio giardino. Le spade si chiamano “Pungolo” e il protagonista, uno hobbit appunto, è una delle creature immaginarie più quiete e dedite ai piaceri della tranquilla vita casalinga che siano mai stati raccontati. Si, verso la fine forse qualcuno si fa male o ci resta secco, c’è anche un drago mi sembra, ma niente destino del mondo o cose del genere:

Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato; ma in fondo sei solo una piccola creatura in un mondo molto vasto!

È e resterà sempre un libro per bambini, da leggere come tali. Altrimenti si perderà il fascino segreto dell’affabulazione, dell’arte di raccontare le storie ai nipotini davanti al fuoco, mestiere in cui il nostro J.R.R. Tolkien sembrava essere particolarmente dotato.

Decisamente “Lo hobbit” è un libro strano: infatti la prima cosa che si trova voltando la prima pagina è una mappa. E non è una mappa di cui si capisca molto, per metà indica cose che stanno fuori dai confini della cartina, e per metà è ricoperta di rune indecifrabili. Mistero misterioso suscita nell’animo del giovane lettore. Svoltando un’altra pagina ancora rune, seguite da un micro trattato di filologia linguistica sulla lingua dei nani e degli elfi. Possiamo capire che il professor Tolkien amasse la sua materia e che volesse spiegarla ai nipotini, ma il lettore medio-infimo è atterrito dalla presenza di una roba scolastica, leggendo un libro dovrei divertirmi, non imparare la glottologia. Ed ecco che il libro viene richiuso e riposto sullo scaffale. Ma il piccolo bambino, che ha visto la mappa e ora vede la spiegazione delle rune appena lette si illumina: gli è appena stato regalato un alfabeto segreto, un codice medioevale, vichingo, magico, mistico. E prima ancora di leggerli tra le righe del romanzo draghi, maghi e cavalieri gli riempiono il cervello e sta già pensando a quando il giorno dopo, insieme ai suoi amici potrà giocare in giardino.

Chi poi riesce ad affrontare le prime pagine viene catturato in modo inestricabile. Il narratore onniscente ti coccola, ti sospinge quando rallenti, ti frena quando corri, allude, dice spiritosaggini. Ti rimbocca le coperte e ti da un bacio della buonanotte, prima di finire il capitolo e andare a letto. Si entra nelle terre selvagge, niente alberghi per dormire la notte, niente burro per fare colazione, niente colazione. Tolkien cerca di spiegarci quanto sia difficile affrontare un’avventura, non tanto per i pericoli che si possono incontrare lungo la strada, ma per la nostalgia che avremo di casa: delle lenzuola fresche e pulite, della dispensa piena, del materasso morbido, del fuoco acceso, della torta nel forno, del sole sulla faccia un pomeriggio di Marzo.

Nonostante tutto questo, Bilbo alla fine è cambiato, e non per colpa dell’anello, ha ritrovato qualcosa dentro di sé e non riesce più a liberarsene. La magia dell’avventura brucerà per sempre dentro di lui e guardando le mappe continuerà a sognare di draghi, elfi e tesori lontani, là, oltre le montagne. Il desiderio e la curiosità di scoprire cosa si apre dietro alle loro sagome imponenti e inaccessibili. J.R.R. Tolkien era un noto conservatore, disprezzava l’industrializzazione e la tecnologia ma sapeva benissimo che per poter vivere pienamente bisogna fare una cosa fuori dall’ordinario e dalla pubblica decenza: un viaggio nel mondo, enorme vasto tremendamente pesante. Non restare chiusi nella nostra piccola tana.

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