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Brevi miserie navali e sentimentali.

coverSono qui nella lavanderia, il famoso luogo mistico che favorisce la meditazione e la riflessione. Le lavatrici ruotano silenziose risciacquando gli stracci sporchi. Dalle grate esterne sale una densa nuvola di vapori che viene su dagli scarichi delle asciugatrici, dalle bocche incorniciate di granito di una vecchia cantina o carbonaia. La nebbia isola il piccolo locale dal mondo esterno, che irrompe comunque ogni volta che un cliente entra accompagnato dal fragoroso scampanellio sovrastando il rifrangersi della biancheria nella centrifuga che fa

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BUONGIORNO! COME ANDIAMO!? SANTINI GIUSTO? È QUI TUTTO PRONTO SA PERO’ QUEL COLLO LI PIU’ DI TANTO NON SI PUO’ FARE ARRIVEDERCI ME LO SALUTI TANTO!

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Nonostante la lavanderia sia automatica i padroni sono sempre lì. Attivissimi sorridono aiutano puliscono stirano cambiano ridono salutano compatiscono consigliano matronali. Perfetto esempio di una piccolissima borghesia brianzola che aveva dei locali sfitti e si irritava a sentire il capitale immobilizzato, nonostante sul tavolinetto davanti alle poltroncine ci siano Internazionale e L’Espresso (adesso c’è anche il Dipiù che sennò la clientela fascia vecchia signora non ha niente da leggere). Per fortuna non è come la piccolissima borghesia francese, che è quasi un tòpos tutto d’oltralpe, vedove raggrinzite che risparmiano centesimo su centesimo ritirandosi dalla propria vita e prosciugando quella degli altri, che apprezzano libri fastidiosi come la Dama delle Camelie, dove si parla c o s t a n t e m e n t e di soldi, che tanto lei alla fine crepa e il capitale resta intatto. Come i personaggi sudici e squallidi incontrati da Cèline nei suoi vagabondaggi o quelli raccontati spesso dall’abile penna di Georges Simenon. Come i Pitard, schiatta di questo tipo, che da il nome a un breve romanzo del suddetto famoso autore di libri gialli.

C’è un capitano coraggioso di nome Emile Lannec, che dopo aver servito sulle navi degli altri invece dei lupini si compra la nave tutta. C’è la moglie, che si ostina a seguirlo nel suo primo viaggio da capitano e proprietario, per tutelare gli interessi di famiglia, che ha fatto da garante per il naviglio. Eh si, perché la famiglia, i Pitard, sono tutta una cosa sola fatta di zie e figli ignavi e nipoti disabili che si muove quasi come un organismo unico e teme che anche un matrimonio possa danneggiare la stabilità finanziaria dei risparmi messi da parte con tanta sofferenza e tanto godimento. I Lannec invece non sono così, no, o meglio lui non è così. È un capitano del Mare del Nord, dove le onde sono più alte dei condomini posseduti dai Pitard e dove ogni giorno può essere l’ultimo e devi dare tutto te stesso per salvare la barca, gli uomini, la vita. Tra i flutti potenti del “polmone marino” che fonde aria e acqua in un unica sostanza, si scontrano entità superiori alle volontà delle singole persone, capaci di scuotere anche i sentimenti più profondi. Il sospetto e l’inganno si nascondono tra mezze frasi e biglietti anonimi.

Simenon scrive breve e conciso, come solo lui sa fare e quindi non vedo perché io debba dilungarmi più di tanto a raccontarvi delle grosse mani di Emile o della figura efebica ma rigida di Mathilde e della loro sfida tra le onde del mare in tempesta, della miseria e della follia umana. Un libro che si legge in pochissimo tempo, per rilassarsi da letture più impegnative, ma con la forza potente di una tragedia, dipinta coi colori scuri e grigi del Nord. Solo che non ci sono grandi eroi e tutto quanto, nell’Atlantico, sembra ancora più piccolo e misero.

Fuori piove lentamente una pioggia oleosa, il cielo è grigio mentre il sole tramonta. Tutte le lenzuola sono asciutte, si torna a casa. Il campanello strilla mentre esco attraverso la nebbia.

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Fuga nel buio.

louis-ferdinand celine viaggio al termine della notte corbaccio collana scrittori di tutto il mondo-1Sono appena tornato da una lunga passeggiata giù in città, vicino al mare. Siedo sudaticcio sul letto, portatile in grembo, la finestra spalancata, la voce delle rane fa grrrra grra grra da qualche parte dove è umido. Ho camminato a lungo insieme a mio fratello sul lungomare, passando veloci attraverso folle numerose, luci colorate, imitatori di Ligabue. Il mare, immobile e nero che assorbe tutte le luci della costa, alla nostra sinistra mentre risalivamo. Migliaia di storie dai fili intricati si svolgevano attorno a noi veloci viaggiatori, tutt’altro che disattenti: nella notte già matura ogni faccia sotto i lampioni racconta una storia importante, così importante da riflettere le nostre e rimandarcele indietro svuotate, e riportate alla loro sostanziale miseria, piccolezza. Tutti inseguono qualcosa nella calda e umida notte estiva e noi passiamo attraverso alle loro piste odorose, ininfluenti sul tragitto tra il cane e il suo tartufo. Siamo rientrati presto, la nostra meta questa volta era casa e niente altro, ma non ho potuto non pensare all’ultimo romanzo letto. Non saprei dire se il libro è arrivato a me proprio nel momento in cui avevo la giusta predisposizione umorale, oppure se tutto è una suggestione fantastica provocata dal libro stesso. Ma sicuramente è lui che mi ha riportato a scrivere e a raccontare, dopo troppi e lunghi giorni. Per un po’ mi accompagnerà: adesso, e per chissà quanto tempo, camminando da solo o con altri in silenzio lungo le notti affollate e solitarie delle nostre città, penserò al meraviglioso viaggio nelle notti come questa.

Quello di cui sto scrivendo, assieme a Moby Dick e a chissà quanti altri, è il tipico libro di cui puoi trovare citazioni ovunque, ma che difficilmente viene letto. Io, per mio conto, confesserò di essere tornato al titolo proprio grazie a una citazione, quella che apre La grande bellezza. Ma non importa il come il dove, importa solo il riverbero che le pagine mi hanno lasciato addosso. Seguitemi allora nella notte, non quella densa e organica dei boschi profondi, ma quella piena di luci, odori e rumori della città, mentre Louis-Ferdinand Céline mi precede. Prendete fiato e lasciate una traccia, perché c’è il rischio di perdersi.

Viaggio al termine della notte (Corbaccio, pp. 553, euro ***, trad. Ernesto Ferrero) è esattamente quello che dichiara di essere: un viaggio, declinato contemporaneamente in tutte le sue possibilità. Parte dalla Francia fatta di villaggi che bruciano nella Grande Guerra, fa sosta nei sanatori appena inventati per curare le ferite della mente, scappa lontano, in Africa, per sfuggire alla miseria materiale e morale postbellica solo per scoprire che la miseria è una malattia dell’animo umano e si può trovare in ogni parte del mondo. Nei sobborghi puzzolenti che Parigi fagocita alla campagna, lungo un fangoso fiume tropicale, nelle gioiellerie sotto la Madeleine, nelle fabbriche della Ford a Detroit e tra le guglie di pietra di Manhattan, nella pulciosa provincia francese, nelle case dei ricchi, nelle umide catapecchie dei poveri e nelle ancora più miserevoli case di una piccola borghesia che è la classe più povera di tutte, Ferdinand Bardamu viaggia ma non cerca più niente. Non vuole raggiungere il termine della notte, perché sa che non può raggiungerlo, sa che l’unica cosa che può fare è immergersi sempre più nella notte più nera, quella della sua anima. E allora si sovrappone un altro viaggio, dove i luoghi reali, animati e agitati dalla forza devastante dell’argot si crepano, mostrando la loro natura profondamente onirica, in un gioco infinito di specchi, che annulla la differenza tra verità e finzione, tra confessione e invenzione narrativa. Non c’è nulla, se non il sospetto, la leggera sfasatura e incomprensibilità di certi passaggi a svelarlo, a voi il gusto di trovarlo, di capire quando, mentre galleggiate tranquilli nel flusso ritmato della scrittura Céliniana. Una serie stupefacente di doppi, pseudonimi, somiglianze, che non vengono e non devono essere spiegate o rese coerenti, perché creano l’incredibile e quasi incomunicabile magia che avvolge questo libro. Louis Destouches, Louis-Ferdinànd Céline, Ferdinànd Bardamu, e poi altri ancora: medici per davvero, dentro e fuori dal libro, scrittori e mentecatti, perdenti in partenza perché il loro obiettivo masochista è proprio la sconfitta, verso un abbruttimento totale e umano.

Questo libro non parla di niente, non vuole arrivare da nessuna parte, perché tutto è niente. Vuole solo scappare da dov’è appena arrivato, come tutti i personaggi che vi incontrerete dentro. Voi allora non fate resistenza, voi lettori lasciatevi andare e guidare tra bestemmie e immagini di poesia struggente, tra crimini di una bassezza e di uno squallore da non meritare neppure una pena e generosità di bontà vera, come chiatte lungo i canali che tagliano la pianura francese, seguendo la corrente.

Cosa vi lascerà? Non so. A me ha lasciato una tremenda voglia di fuggire, e poi tornare, all’infinito, inseguendo la notte.

 

Notre vie est un voyage

Dans l’Hiver e dans la Nuit

Nous cherchons notre passage

Dans le Ciel où rien ne luit

                             Canzone delle Guardie svizzere, 1793

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Crimini balneari.

Georges Simenon - Le vacanze di Maigret«Buongiorno, avrei da farle una domanda. Potrà sembrarle un po’ strana ma, per favore, non rida di me». «Prego!» risponde l’occhialuta e riccia signora dietro al bancone. «Starei cercando un libro di Simenon, un Maigret, ma non so neppure se esiste». Le sopracciglia sopra la montatura si aggrottano. «In che senso? Spiegati meglio…» «Beh, vorrei un libro con Maigret e con il sole». «Con la parola sole nel titolo?» «No no, con il sole nel libro…nei libri di Simenon piove sempre, o nevica, o c’è la nebbia, e fa sempre freddo. Ne vorrei leggere uno dove c’è il sole, dove c’è bel tempo». La libraia non mantiene la promessa: ride. Ma subito dopo comincia a pensare, passa in rassegna la sua memoria di lettrice e mi risponde subito: «Di solito quando va in vacanza…a Vichy per esempio, o al mare, il clima è migliore». Ma le viene un dubbio e allora va nello scaffale, fruga fra i libri, ne toglie uno dalla confezione, lo sfoglia velocemente e poi dice: «No, non lo abbiamo, ma c’è a Carugate, se vuoi te lo ordino». Io rispondo che ci andrò di persona, è vicino a casa, la saluto, la ringrazio e me ne vado, lasciandola sorridente al piano inferiore di un libreria universitaria in via Festa del Perdono.

Alla fine il libro l’ho trovato a metà prezzo, ma non nella stessa catena di librerie. Un po’ mi sento in colpa, ma tanto so che prima o poi qualcosa in quella libreria la comprerò ancora. Intanto il libro cel’ho, e dentro ci sta pure il sole, tanto caldo e il caro commissario. È Le vacanze di Maigret (Adelphi, traduzione Laura Frausin Guarino, pp. 174, euro 10). Questa volta il celebre personaggio di Simenon non lavora, o almeno non dovrebbe farlo. Negli anni trenta ancora non esisteva il turismo balneare di massa come lo conosciamo oggi, ma ci si stava attrezzando. Ogni estate, le famiglie piccolo borghesi, che non potevano permettersi uno yatch in Costa Azzurra, sceglievano come meta delle loro vacanze la costa atlantica, dove sorge Les Sables d’Olonne e tutta una serie di neonate stazioni balneari, germoglio di una riviera romagnola francese che ora fa a gara con la nostra in quanto a bruttezza dei palazzoni a bordo spiaggia. Allora, sulle spiagge sabbiose del golfo di Biscaglia, non era ancora arrivato il cemento, e il nostro commissario avrebbe potuto passeggiare con tranquillità lungo il celebre Ramblais, tra schiamazzi dei bambini e costumi colorati. Avrebbe potuto, perché Maigret in vacanza non riesce proprio ad andarci. Anche se la colpa non è della moglie, che si prende un’appendicite fulminante appena due giorni dopo il loro arrivo e neppure di qualche misterioso crimine da risolvere. A Maigret, tutto sommato, stare in vacanza non piace. E allora cammina, cammina sotto il sole tutto il giorno, aspettando che le suore lo facciano entrare dalla moglie ricoverata, su e giù per i vicoli della cittadina e sul lungomare, bevendo un bianchino dopo l’altro. Ogni bistrot e ogni piccolo bar lungo la sua tortuosa strada quotidiana sono dolorose stazioni di una Via Crucis alcoolica, anche se bianca e frizzantina.

Certo però il nostro commissario non può stare nell’ozio tanto a lungo, altrimenti potremmo ben tornare dal nostro libraio e chiedergli perché in questo libro giallo non ci sia un crimine da risolvere, e pretendere indietro i soldi per mancato procurato mistero. L’indagine arriva sotto forma di misterioso bigliettino, recapitato da misteriosa manina direttamente nel cappotto di Maigret e continua, anche se non in maniera ufficiale, tra le case della città balneare. Ma il sole non illumina la via più di quanto farebbe una lampada la notte, i segreti si nascondono dentro le persone, non fuori. Come al solito Maigret si trova a dover combattere contro un muro di omertà, vergogne, o semplice snobismo. C’è un famoso dottore che ha sicuramente molto altro da nascondere, oltre a una moglie bellissima. E ci sono i soliti intrecci contorti tra ricchezza e povertà, che sembrano piacere molto a Simenon.

L’autore questa volta non può tormentare il commissario con l’acqua, il vento, la nebbia, e allora lo fa camminare, all’infinito, avanti e indietro, tra una casa e l’altra, cercando di superare la velocità di pensiero del suo avversario con quella dei piedi. Il suo nemico è molto intelligente, ma anche lui, come Maigret, è solamente un uomo.

Sotto il sole caldo e tranquillo del mare, come sotto la pioggia battente di Parigi, il nostro Maigret è esattamente come lo vogliamo.

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Attraverso la nebbia.

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Nelle scorse settimane la Brianza è stata interessata da un fenomeno atmosferico che al giorno d’oggi possiamo definire insolito: la nebbia. Per giorni, alla sera e alla mattina presto strade, lampioni, marciapiedi case e alberi scomparivano per un paio d’ore. Immersi nel denso grigiore fatto di minutissime goccioline di acqua che galleggiano sopra la città si va tutti più piano, da un momento all’altro dal muro bianco potrebbe spuntare un’auto o una bicicletta. In queste situazioni il cervello lavora in modo strano. Le poche luci che spuntano dalla nebbia sembrano sospese nel nulla e diventano occhi e fauci di giganteschi mostri silenziosi. Le finestre più alte, private dei loro contorni di cemento sembrano cabine di enormi dirigibili sospesi nell’aria. Non si riconoscono le facce nella nebbia, non si riconoscono gli odori, avvolti dal profumo fumoso e umido della bruma. Persino i suoni, che arrivano più veloci del normale alle orecchie, tradiscono il nostro senso dell’orientamento, lasciandoci smarriti in un mondo impossibile. Da vicino quello che prima sembrava un castello dalle torri svettanti ritorna ad essere un gruppo di tristi pini. Le quiete bestie dagli occhi luminosi si scoprono essere le indicazioni per l’autostrada. Un mondo di inganni ovattati.

Pensate ora al nostro commissario della polizia giudiziaria di Parigi. A poco servono il suo cappotto col colletto di pesante velluto e la bombetta. Anche questa volta le condizioni atmosferiche non sono favorevoli. Una fitta nebbia avvolge il piccolo scalo marittimo di Ouistreham, poco più di qualche casa, un porto, una chiusa e un canale verso l’entroterra. Le basse abitazioni dei pescatori, la fumosa osteria, la casa cantoniera, le ville sulla collina scompaiono quando alla sera la bruma sale dall’acqua. Le sirene delle navi da carico rompono il silenzio, seguite dai comandi sicuri dei marinai, parole forti, decise, ancora più forti nella nebbia. Ma senza la conferma della vista, si può essere veramente sicuri di quello che si sente? Il grido delle sirene da nebbia non può nascondere un urlo di terrore? I tonfi e i colpi sono i pesanti carichi di merci che toccano terra o sono corpi che si accasciano senza più vita. Nulla è come sembra.

Ne Il porto delle nebbie (Adelphi, pp. 182, euro 10, traduzione Fabrizio Ascari) Maigret deve fare i conti con illusioni, bugie e inganni. È difficile entrare in un piccolo mondo, che sia un piccolo paese normanno, una calda osteria piena di marinai o l’angusta cabina di una nave merci. Lo è ancora di più se lo si vuole fare nel pieno delle proprie funzioni di ufficiale della Repubblica Francese. È quasi impossibile se non si vede a un palmo dal naso. Nessuno sembra voler collaborare, tutti sembrano avere qualcosa da nascondere. Nessuno vuole parlare. O può farlo. Il capitano Joris ha perso la parola e sembra non capire nulla di quello che gli viene detto, risponde solo con un sorriso ebete alle cure della sua giovane domestica Julie, finché gli verrà tolta la possibilità di dire o fare alcunché. Il turbolento fratello di quella, Grand-Louis, sorride e sorride anche Ernest Grandmaison, sindaco del piccolo paese. L’unico a non sorridere è Maigret.

L’unica soluzione è smettere gli abiti del commissario e ingaglioffirsi. E non è detto che gli dispiaccia. Entra lentamente, un bicchiere dopo l’altro, nel piccolo mondo fatto di abitudini degli abitanti di Ouistreham, raccoglie informazioni e segue piste sabbiose tra le dune erbose delle spiagge normanne. Usa i suoi trucchi da vecchio sbirro per scoprire la verità oltre la nebbia. Ma non sono i rilevamenti antropometrici, le analisi della scientifica sulla provenienza delle uova di salmone o astratti ragionamenti deduttivi a portarlo verso la soluzione del delitto. E’ la sua empatia, epidermica intuizione umana che gli permettere di leggere oltre i tirati sorrisi dei lavoratori della chiusa. E’ la sua determinazione nell’affrontare la nebbia come qualsiasi altro evento atmosferico, sicuro che alla fine un posto dove scaldarsi ci sarà sempre.

E Maigret si immerge in una nebbia talmente fitta che non vede neppure dove mette i piedi. Trova comunque il cancello. Si rende conto di camminare sull’erba, poi sui sassi di un sentiero. Nello stesso tempo percepisce un rumore lontano che stenta a identificare. Si direbbe il muggito di una vacca, ma con un che di più sconsolato, di più tragico. «Imbecille!» borbotta tra i denti. «È solo la sirena da nebbia…»

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Los Tres Caballeros.

tres-caballeros-los-img-3085Chi segue con devota assiduità questo blog avrà notato tra alcune delle ultime recensioni un sottile filo rosso, o come dicono i francesi: fil rouge. O come dicono i tedeschi: Rotdraht. Una remota popolazione del caucaso non distingue il colore rosso dagli altri e lo indica generalmente con Maragagandu…dicevamo. Una piccola ricerca mi ha permesso di scoprire come tre libri fossero imparentati fra di loro: nell’enorme e infinita biblioteca dello scibile umano questa connessione può risultare ridicola, microscopica e insignificante. Ma dopo averla trovata quasi per caso sono stato felicissimo di seguirla. Tre autori differenti, diversissimi per stile, fortuna, tecniche espressive e poetica, accomunati dal magnetico fascino per le distese polari e i misteri che si celano oltre il novantesimo parallelo. Andiamo a scoprire i nostri protagonisti.

Il capostipite.poe-in-shades-fb-rachel-earling-hopson

Nella sua vita breve e travagliata Edgar Allan Poe trova il tempo e la voglia di scrivere un solo romanzo. Considera questa forma espressiva troppo lunga e dispersiva per catturare l’attenzione del lettore. Nonostante questo Le avventure di Gordon Pym è uno dei più straordinari romanzi d’avventura mai scritti. Avvincente e sottile, la struttura narrativa di questo libro è sorprendente e anticipatrice. Dalla ribollente immaginazione di questo scrittore nascono immagini così potenti da ispirare gli altri due caballeros. Il suo genio riempie gli spazi vuoti della mappa polare come Marco Polo le distese del Cataio, popolandole di esseri e forme bizzarre, di luoghi misteriosi e pieni di meraviglie nascoste.

QUI potete leggere la recensione.

Lo scienziato.tumblr_lslpuveVrG1r4qbsro1_500

Jules Verne non nascose mai la sua ammirazione per lo scrittore americano, alcuni dei romanzi pubblicati nella serie Viaggi Straordinari sono direttamente ispirati ai racconti di Poe. Ma con La Sfinge dei ghiacci Verne fa molto di più, scrive il seguito delle avventure di Pym. Ma lo fa a modo suo, ripercorrendo la stessa rotta con un atteggiamento diverso: non è più il racconto misterioso di un avventuriero ma il preciso resoconto di un geologo, uno scienziato positivista, per cui ogni mistero può essere risolto con la forza della ragione e dell’esperienza. E’ un ingegnere gestionale con la passione per le avventure in dirigibile. Eppure anche in questo libo i misteri e le domande lasciate senza risposta non mancano.

QUI l’altra recensione.

Il matto.HP-Lovecraft

H. P. Lovecraft, se fosse vissuto ai nostri tempi. sarebbe uno di quegli stramboidi che contattano i blogger per promuovere i loro e-book strampalati e sgrammaticati. Non ci possiamo fare niente. Alle montagne della follia è scritto male. Anche se siete dei fan e non potete arrivare a tanto, dovrete ammettere che non è tra i più riusciti. Pensato come il suo vero grande debutto nel mondo delle lettere, si trasformò in una cocente delusione, ponendo fine alle sue ambizioni di scrittore, nonostante il meglio della sua produzione sia tra le cose scritte in seguito. Pieno di continui e fastidiosi riferimenti al ciclo del Necronomicon e con una varietà di desrcizioni e sinonimi degna di un libretto d’istruzioni, questo libro, inspiegabilmente, attrae. E non sono i mostri schifosi, gli alieni terrorifici, l’ansia claustrofobica. Sono le montagne. Delle montagne altissime, meravigliose e paurose. Tutte le montagne fanno quell’effetto viste dalla pianura. Ma queste montagne, alte più di 10.ooo metri nascondono orrori e segreti senza nome, che annichiliscono proprio perché non vengono mostrati o nominati. Nonostante Lovecraft faccia di tutto per rendercele antipatiche ricordandoci un milione di volte quanto “ricordino l’abominevole altipiano di Lang” loro stanno lì e continuano a spaventarci.

Questi tre autori sono considerati “di culto”. Significa che hanno dei fan-club e della gente mette le loro facce sulle magliette con più disinvoltura di quanto facciano con quella che so, di Primo Levi. Sono letti con ardore anche da personaggi che altrimenti non leggerebbero nient’altro nella vita e trovano accoliti fedeli al limite dell’integralismo. Forse con l’eccezione di Poe sono drammaticamente ignorati da una certa cultura accademica, proprio per i limiti stilistici di cui abbiamo parlato sopra. Ma non è questo a renderceli così simili e così preziosi. E neppure Gordon Pym o il sinistro «Teke-li! Teke-li!» che riecheggia o meno sulle distese ghiacciate delle loro pagine. E non è il Polo Sud e non la neve o le montagne. E’ il mistero. Il non detto, lo spazio bianco sulla carta, la pagina intonsa, lo sguardo fuori campo, il racconto interrotto. I nostri tre cavalieri hanno imparato che non è la loro fantasia a conquistare definitivamente il lettore, non sono mostri, terre fatate e avventure. E’ il sobbalzo, il fremito tra le scapole che precede di poco il pensiero: «E poi?» La voglia pazzesca, non appena hai girato l’ultima pagina, di cercare subito un altro libro, che ti chiarisca quel poi. La sicurezza, la dolce rassegnazione nel sapere che però nessun libro ti soddisferà e che la ricerca sarà senza fine, eterna.

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Un blocco di granito.

coverPlick plick plock plick plick plick plick plick plock plick plick plick plick PLICK PLICK PLICK PLOCK PLICK PLICK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCKPLOCKPLOCK fa la pioggia sui tetti di Parigi. L’acqua cade veloce, rimbalza sulle lamiere di piombo, scende nelle gronde, riempie gli scoli ai bordi delle strade. Scorre schiumando dai colli alla Senna lungo i grandi boulevard, oppure giù nelle buie gallerie del sottosuolo parigino. Piove sui giusti e sugli iniqui. Ma non piove su poeti e scrittori, su pittori e scultori, su intellettuali e mercanti d’arte. Nelle loro opere la pioggia è un sentimento, è lo spleen è l’angoscia e lo struggimento romantico, la cappa di depressione tanto produttiva e creativa. Piove invece sui ladri, sugli assassini, sugli operai delle fabbriche tessili, sui reduci di guerra, sugli immigrati clandestini. E sui commissari che fanno la posta. L’acqua gelata appesantisce il cappotto e sforma il cappello, anestetizza le estremità. La stufa calda nell’ufficio, all’asciutto, è un bramoso miraggio. Piove soprattutto sui commissari della Polizia Giudiziaria in appostamento e che non odiano niente di più della pioggia e del freddo. Si, su di loro piove veramente.

Pietr il Lettone (Adelphi, euro 10, pag. 163, traduzione Yasmina Mélaouah) è il mio primo umido incontro con il commissario Maigret ed il primo incontro tra un autore e il suo personaggio:

Forse avevo bevuto uno, due o anche tre bicchierini di ginepro con una spruzzata di bitter. Sta di fatto che un’ora più tardi, quasi vinto dal torpore, cominciai a vedere dinnanzi a me la massa imponente e impassibile di un signore che – mi parve – sarebbe stato un commissario accettabile. Nel corso della giornata aggiunsi al personaggio qualche accessorio: una pipa, una bombetta, un pesante cappotto con il collo di velluto … e gli concessi, per il suo ufficio, una vecchia stufa di ghisa.

E non saranno molte di più le comodità che Georges Simenon concederà al suo uomo. Il suo primo giorno di servizio tra le pagine, Maigret si prende una pallottola in corpo, perde un collega, rischia di morire un paio di volte e di ammalarsi di polmonite un altro paio. È grosso ma non lo si può dire agile o esperto di arti marziali. È intelligente ma è l’istinto e non il ragionamento logico-deduttivo a guidarlo. E’ un investigatore francese. Nessuna traccia del caro Holmes nei suoi modi di fare burberi e quasi rozzi.

Lo stile di Simenon è quasi estremo: nessun orpello letterario, ma l’essenzialità della materia bruta. I capitoli corrono incalzanti, nulla è superfluo, banale o digressivo, neppure i titoli. Il ritmo dato alla narrazione da questo ascetismo estetico è teso e pronto a correre non appena la storia accelera bruscamente. Nelle scene d’azione i periodi si contorcono e si spezzano, se Maigret non si rende subito conto di cosa succede perché dovrebbe farlo il lettore?

Ma non è il personaggio, così bello, o lo stile, così giusto. E’ il perché. Per la prima volta il fuoco non viene messo sul come è avvenuto un crimine o su chi lo ha commesso. Maigret si chiede, da uomo, perché altri uomini abbiano commesso un delitto. E sono solo uomini, banali e comunissimi relitti, non le esaltazioni letterarie di Miller o Baudelaire. E forse è questo a renderli così pieni, così vivi. Seguiamo il commissario dentro grigi quartieri operai o nella ancora più grigia provincia francese, tra le case di vecchi e nuovi ghetti e lungo scale di condominio che puzzano di cavolo rancido. O in un albergo degli Champs Elysees. La puzza di marcio c’è anche lì. Ma noi sempre dietro al nostro gigante di pietra, immobile e silenzioso in mezzo al mondo confuso e sotto la pioggia. Finché qualcosa non lo risvegli.

La presenza di Maigret al Majestic aveva inevitabilmente qualcosa di ostile. Era come un blocco di granito che l’ambiente si rifiutava di assimilare.

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La sfinge dei ghiacci.

Un giovane ragazzo, figlio di un avvocato della provincia francese, tentò una volta di scappare di casa per imbarcarsi su una nave mercantile. Come Gordon Pym prima, come Conrad dopo. Lo spirito del mare lo chiamava, quello spirito che ti prende allo stesso modo tra le pagine dei libri e sulle scogliere di fronte alle onde. Scappò di notte dalla grande casa calda per vedere luoghi che conosceva solo di nome. Corruppe il capitano per farsi imbarcare, preparò con cura il suo bagaglio, pronto ad abbandonare per sempre il paese dove era nato. Il padre lo ripescò adirato qualche giorno dopo, in un porto poco distante. Non provò più a scappare di casa. Cercò quell’avventura che tanto bramava tra le pagine asciutte dei libri, studiò e si laureò in Lettere e cominciò a scrivere poesie. Ma il padre non condivideva, lo ripescò di nuovo dai suoi libri e lo costrinse a concludere gli studi di Legge. E lui obbedì. Come sempre. Divenne agente di cambio, si sposò con una donna facoltosa e si avviò a trascorrere una tranquilla esistenza borghese nel paese più borghese del mondo.

Non proprio la più avvincente biografia che abbiate letto, non è vero? Hemingway, Dumas, Conrad, scrissero libri interi sulle imprese che li resero uomini e scrittori. Ma il ragazzino obbediente non visse mai le sue avventure. Chiuso tra conti e scartoffie burocratiche si dovette accontentare di sognarle. Come si sa però, i sogni a volte sono più vividi della realtà.

Un bel giorno decise di raccontare a tutti le sue fantasie di bambino e trovò un editore che pubblicò i suoi viaggi straordinari, divenne ricco e famoso, tutti i ragazzini che non potevano partire per i mari del Sud leggevano i suoi libri. Jules Verne aveva però un grosso debito, con Edgar Allan Poe. Quando nessuno ancora parlava di libri d’avventura, lui aveva portato i lettori aldilà delle terre conosciute, nel biancore assoluto dell’Antartide. Lui aveva creato Gordon Pym, il primo di tanti ragazzini avventati che affronteranno i pericoli del mare, a lui doveva lo spirito che infiammava i suoi libri.. Estinse il debito, a modo suo.

La sfinge dei ghiacci (Mursia, pag. 320, euro 13,30) è il seguito delle Avventure di Gordon Pym. O meglio. In questo racconto Le avventure di Gordon Pym smettono di essere solo un libro e diventano la realtà. Ma come? Non era solo un romanzo? Questo è quello che credevamo tutti, dopo i giochini letterari di Poe, ed è quello che credeva anche il signor Jeorling, giovane e benestante geologo in cerca di un passaggio per le Falkland. Una misteriosa coincidenza porterà la goletta Halbrane su cui si è imbarcato a cambiare rotta, direzione Sud. Il capitano dell’Halbrane è infatti Len Guy, fratello di colui che guidò undici anni prima Gordon Pym tra i ghiacci. Il legame di sangue è più forte di ogni ragionevolezza e porterà il coraggioso equipaggio dove nessun altro, forse, è mai stato prima. Una lunghissima scia di indizi rende sempre più simile alla realtà il fantasioso resoconto di Pym. Verne ruba a mani basse personaggi e descrizioni, titillando il lettore avveduto, sussurrandogli quanto sia bravo a svelare i misteri della trama. Incoraggiandolo a riflettere su quanto dovrà aspettarsi da una spedizione che segue un diario allucinato.

Ma Verne è cresciuto, è un positivista, un fedele discepolo del pensiero razionale. Non può giustificare le straordinarie scoperte raccontate da Poe-Pym. Il suo è un mondo razionale, fatto di conti e di statistiche, di cartine precise e rilevazioni geologiche, latitudine e longitudine sono indicate con precisione e una cartina dettagliata mostra il percorso. Il bambino è pur sempre diventato un agente di cambio. Ma questo non rende la trama meno avvincente. La realtà non è meno avventurosa della fantasia. Verne riporta il folle viaggio tra i ghiacci sui binari della credibilità. Una cosa però ha imparato, è il mistero dell’ignoto ad attirare il lettore nell’Antartide, finché ci sarà qualcosa di vuoto, uno spazio bianco di neve sulla mappa, lui vorrà sapere cosa c’è. E l’autore tiranno è libero di accontentarlo o meno. Svelare o meno dalle nebbie la Sfinge dei ghiacci.

Io lo ripeto: come mai un uomo di buon senso avrebbe acconsentito a discutere seriamente su quegli avvenimenti? Nessuno, a meno di aver perso la ragione o di essere fissato su quel caso speciale, come lo era Len Guy – lo dico per la decima volta – nessuno poteva vedere nel racconto di Edgar Poe altro che un’opera nata dalla sua fervida fantasia.

Tra misteri magnetici e ammutinamenti, iceberg assassini e terremoti mostruosi, la scienza di Verne può competere con la fantasia di Poe. Ma l’omaggio al maestro non è un’inutile spiegazione, è un mistero più fitto. Le domande vere risuoneranno a vuoto in eterno. Ma la voglia di saltare su una nave per cercare le risposte, quella rimarrà la stessa di un tempo.

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Buio fuori, buio dentro.

Di giorno, dalla finestra della mia piccola camera, si vede un grande prato e poi un monte ricoperto di alberi. La notte invece è una finestra sul buio. Niente lampioni, niente macchine che passano. La sagoma della montagna si distingue a malapena sul cielo senza stelle, nascoste dalle nuvole. E’ più del nero. E’ l’assenza del colore, è il vuoto. Qui il buio è più fitto. Nessun conforto per chi guarda fuori dalla porta aspettando qualcuno. Nella foresta il buio è totale, quasi fisico. Quando ero piccolo, al paese di mia nonna, si giocava tutti assieme a nascondino. Quando cominciavamo a non vederci più si tornava a casa. Per raggiungere la porta c’era e c’è ancora, una salita ripida che poi prosegue, inoltrandosi nel bosco. La casa della nonna era l’ultima e non c’era nulla aldilà, solo una  strada che sfumava nelle tenebre. Appena lasciata la luce dell’ultimo lampione correvo fino alla soglia senza quasi guardare quella porta nel bosco. Nessun pericolo reale, gli orsi, che pure vagano per quei luoghi, non si fidano a scendere tra gli uomini. Lupi non ce ne sono. Ma quante proposte di terrore puro arrivano da una stanza vuota e senza luce?

Immaginate quindi di tornare un po’ indietro nel tempo, appena prima della Rivoluzione Industriale, in un qualsiasi paese di campagna, circondato dai boschi di qualche signore terriero. La notte è sconsigliabile andare in giro da soli, le uniche luci a disposizione sono quelle dei propri occhi. Di lupi ce ne sono, o almeno si dice ce ne siano, questo basta. Cosa può fare l’uomo medievale che vive in queste terre se non chiudersi in casa a raccontare storie? Di cosa parleranno questi racconti del focolare? Di quello che c’è fuori, della immensa massa tenebrosa e degli orrori che nasconde.

Alexandre Dumas (padre) si appropria di una di queste storie e ci mette  il titolo di Il signore dei lupi (Piano B, pp. 163, euro 12). Non sarebbe poi tanto strano se l’avesse effettivamente sentita da un anziano cacciatore, come dice lui stesso, uno di quei vecchi che amano spaventare i bambini irrequieti.

Ed ecco la storia di Thibault, giovane e invidioso zoccolaio che vendette l’anima al Diavolo per poter esaudire ogni desiderio che recasse danno agli altri. Per ogni richiesta un capello diventerà rosso, rosso come il sangue e come le fiamme dell’Inferno. Suoi amici saranno i lupi della foresta, devoti servitori di Satana. Questa è la storia. E niente più. Si sa come vanno a finire i contratti stipulati con Belzebù. Ma niente filosofia, niente tragedia marlowiana o mattonelle faustiane. E’ un libro dell’ottocento, scritto da uno che i libri li voleva vendere.  Allora perché leggerlo?

Innanzitutto perché qui Alexandre Dumas (padre) è tenuto in altissima considerazione e poi perché…beh non servono altri motivi, è stato capace di rendere avvincente anche un ricettario…se vi sono piaciuti i Moschettieri e Montecristo vi piacerà anche questo. Rimprovererete al povero scrittore al massimo di non aver reso quest’idea, che pure ne aveva le potenzialità, uno di quei colossi a cui ci aveva abituato. Ma se ne può poi farne una colpa? Non credo. Troverete infatti la teatralità tipicamente francese dei suoi intrecci, colpi di scena e vignette grottesche. Da poche righe nasce un personaggio che si muove sulla scena: un piccolo magistrato di campagna amante del vino, un grande barone orgoglioso, la piccola e tenera Agnelette, vittima predestinata di Thibault, il lupo mannaro. Ma anche il buio della foresta, quell’oscurità antica e ormai dimenticata, popolata da animali parlanti con poteri sovrannaturali.

Come un esperto sociologo l’autore porta al limite le coscienze, per toccare con mano dove l’anima si strappa. Fin dove si può arrivare nel fare del male agli altri? Qui non si parla di aver osato troppo nella conoscenza, di voler essere uguali a Dio. Infatti Lui nella storia arriva solo alla fine, frettolosamente. Niente filosofia o teologia. Solo l’uomo. Dumas (padre) conosceva gli uomini e scriveva di loro, dei loro dolori, dei loro desideri nascosti. Ha scritto questo piccolo libro che sedimenta al buio e lascia domande fastidiose. Con il suo stile inimitabile.

I cavalli, irrequieti, indietreggiavano rabbrividendo, fiutando lo strano vento notturno. Le guardie, che fino ad allora avevano riso e scherzato, a poco a  poco erano ammutolite. Fu la volta di Thibault di mettersi a ridere. «Perché ridi?», chiese una guardia. «Perché voi non ridete più.» Al suono della voce di Thibault le luci si avvicinarono ancora, e il calpestio si accentuò; poi si udì il rumore sinistro, il secco rumore di mascelle che cozzano l’una contro l’altra.

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La seduzione della vendetta.

«Io sono…», gli disse all’orecchio. «Io sono…».

E tra le labbra, appena dischiuse, si fece largo un nome proferito a voce così bassa che il conte sembrava aver paura di udirlo egli stesso.

L‘isola di Montecristo è l’isola più solinga dell’Arcipelago Toscano. Spoglia e rocciosa, ha resistito a innumerevoli tentativi di colonizzazione, nemmeno gli eremiti riuscivano a restarci a lungo. Una leggenda raccontava che un tesoro immenso fosse nascosto sotto l’altare della chiesetta di S.Mamiliano: ebbene è stato trovato recentemente, in una chiesa dedicata a S.Mamiliano, ma sulla terraferma. Per fortuna il tesoro è stato trovato pochi anni fa perché altrimenti, per qualche strano caso del destino, non avremmo mai avuto Il Conte di Montecristo (Feltrinelli, pp. 1066, euro 15). Alexandre Dumas avrebbe potuto scrivere Il Marchese di Cecina, o Il Barone di Poggibonsi, Il Duca di Colle Val d’Elsa o magari il Valvassore di Monteriggioni.

Per fortuna non lo ha fatto e ha scelto questo nome per uno dei personaggi più grandi della letteratura francese e mondiale di tutti i tempi. Nonostante non sia mai stato amato dalla critica e collocato sempre dopo Hugo e Flaubert dai più accondiscendenti, Dumas continua a dominare incontrastato l’immaginario di migliaia di lettori in ogni parte del mondo. Come mai? Non si riesce a capire. Anche i critici che lo hanno apprezzato e continuano ad apprezzarlo da più di cent’anni si scusano quando ne parlano, si sentono un po’ in imbarazzo ad elogiarlo. Dicono: «si, lo leggo, ma solo per riposarmi e divertirmi un po’…». Umberto Eco, che pure ha infilato Dumas dentro al suo ultimo romanzo, ha dichiarato al riguardo:

Il Conte di Montecristo è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature.

Non ci si sbilancia. Eppure, in quelle mille e più pagine che lo rendono a tutti gli effetti un SuperMattone, c’è la scintilla della vita.

Edmond Dantès, prima di morire e lasciare il posto al Conte conduceva una vita tranquilla e beata, buono, onesto, amorevole, affezionato al padre, alla promessa sposa Mercedès e agli amici. Pure belloccio, futuro assicurato dall’abilità nel comandare le navi. La noia assoluta. Per nostra fortuna si complotta alle sue spalle e lo condannano ad una vita rinchiuso tra i muri di una prigione. Dantès ritorna dall’Inferno per vendicarsi, e la vendetta sarà tremenda. Terribile, inaffondabile, il Conte di Montecristo è sopravvissuto solo grazie al desiderio di vedere soffrire i suoi nemici e di sprofondarli negli abissi della disperazione. È tornato, ricchissimo, coltissimo, fichissimo, con un piano per eliminare gli amici di un tempo nel modo che più si conviene, per farli soffrire dove fa più male. Per interi capitoli ha sofferto la fame, la sete, ha cercato di lasciarsi morire, ha rischiato di uscire di senno, la ricompensa per essere sopravvissuto è l’investitura divina, la possibilità di diventare il giustiziere di Dio in Terra. Con gusto sadico si assiste alle evoluzioni, ai balletti di Montecristo nel mondo: si traveste, da commerciante inglese, da abate italiano, conosce i veleni e conosce le medicine, sodale coi banditi romani e oppiomane, ogni piccola azione è parte di un disegno più grande, progettato per anni e anni niente, anche volendo, può sfuggire alla rete del Conte.

Dumas disegna con abilità indiscussa personaggi indelebili, ci porta in mezzo agli intrighi e ai tradimenti della Parigi di metà ottocento, ci presenta mogli avvelenatrici e figli illegittimi di uomini di nobile schiatta, criminali incalliti dei bassifondi e raffinati giornalisti, amanti e cocotte, con la delicatezza di una citazione classica insinua anche il rapporto omosessuale tra una ragazza e la sua insegnante di pianoforte. E siamo ai tempi di Garibaldi e Cavour. Che prurigine! Che suspance! Dumas sarebbe stato un perfetto sceneggiatore di telefilm, se si pensa che all’epoca della sua pubblicazione il Conte di Montecristo si leggeva a puntate.

Nonostante questo libro sia un’opera popolare (in tutte le accezioni del termine) ci da anche la possibilità di imparare qualcosa che non ha a che fare ne con la ricchezza ne con la vendetta, anzi. Montecristo ci racconta della sua guerra ma ci insegna il perdono.

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Una lettura perturbante.

Devo ringraziare la mia amica Lucia, per avermi regalato questo libro molto bello. Ho scritto questa recensione anche nella speranza che finalmente legga quello che scrivo; è stata una dei primi amici a cui l’ho chiesto, ma si è sempre rifiutata categoricamente di farlo. Quando ho aperto la carta regalo, e ho letto il titolo, e visto la copertina con gli alberi verdi resi rosa dalla fotografia a infrarossi, ho pensato male. “Ommioddio, un libro femminista, che paura! Potrei non uscirne vivo.” Tutti hanno i loro pregiudizi. Sia concesso di averli verso chi ritenga l’idea e l’ideologia più importanti dello scrivere un buon libro, che siano femministe, ecologisti, xenofobi o marxisti o, semplicemente scrittori mediocri. Fortunatamente questo non è il nostro caso.

Il titolo del libro è “Tre donne forti” (Giunti, pp. 319, euro 10) ma, come la mia amica si è premurata di informarmi, non è il titolo voluto dall’autrice ed effettivamente non c’entra quasi niente con il contenuto del libro. Si, ci sono tre donne, ognuna forte a modo suo, ma non sono tutte  protagoniste del romanzo (forse). Insulti all’editor. In realtà non è neanche un vero e proprio romanzo. Sono stati raccolti in un libro tre racconti, apparentemente senza connessione l’uno con l’altro. Tre racconti senza titolo e senza capitoli. Davvero particolare. E’ come se ci fosse la deliberata volontà di disorientare il lettore, privandolo delle sicurezze a cui è abituato: un inizio, una fine verso la quale il romanzo tende, un protagonista, una storia, delle comode pause nel mezzo per cambiare scena o chiudere il libro perché c’è altro da fare. Il lettore abitudinario è leggermente infastidito quando si tolgono i puntelli, ma è per questo che si scrivono questo genere di libri.

Addentrandosi nella lettura le cose non cambiano. Marie Ndiaye scrive inaspettatamente. La prosa è impeccabile, il linguaggio chiaro, ma è utilizzato in modo “perturbante”. Vocaboli in posizioni straniate creano un paesaggio allucinato, è molto difficile capire se è il personaggio a vedere la realtà deformata o è il mondo di carta ad essere magico. Alberi che puzzano di muffa e decomposizione, persone che emettono luce, aquile persecutrici. Immagini che sembrano arrivare direttamente da qualche posto primitive e coloratissime, e proprio per questo più inquietanti. Il tormento interiore delle donne e degli uomini raccontati si materializza attraverso i loro sensi, come se il mondo dipendesse dall’instabilità delle loro menti. Non appena l’animo è turbato, un’emozione passa attraverso le viscere, ecco che mostri e fantasie diventano reali. L’autrice riesce a rendere questa atmosfera di irrealtà all’interno della più scontata e comune quotidianità. Il dubbio, il mistero, il flebile confine tra ciò che è vero e ciò che è immaginario, viene oltrepassato di continuo, senza che lo straordinario venga percepito come evento eccezionale. Il lettore è in balia della scrittura.

A complicare le cose c’è il disagio. Senza remore l’autrice affronta situazioni che infastidiscono, inquietano, rendono problematica una lettura rilassata. Norah, la protagonista del primo racconto, deve affrontare il padre, ma ha problemi di incontinenza, (può non sembrare importante, ma sono scene di una tristezza e pena devastanti). Khadi cerca di raggiungere l’Europa attraverso il deserto, lungo la strada viene schiavizzata e costretta a prostituirsi nonostante un infezione che le tortura la vagina. Rudy, un uomo di mezza età è tormentato dal rimorso come dalle emorroidi. Attraverso questo equilibrio tra immagini allucinate che provengono dalla mente, e dolori fisici che più corporei è difficile immaginare, l’autrice legge la realtà attraverso uno sguardo moderno, che mescola sensazioni, flussi di coscienza, intreccia tutto e molto bene. Ma che è al tempo stesso molto facile da leggere, lo stile ti attrae e ti avvinghia per poi stritolarti con qualche termine messo lì a cozzare con il resto della frase o con una situazione imbarazzante.

Ossessioni, tormenti, rimpianti, i sentimenti che qualunque essere umano prova, come affetto, amore, compassione, vengono analizzati, scavati e messi a nudo per essere letti. Un libro ricchissimo, che è valso all’autrice il premio Goncourt 2009, che a noi italofoni può non dire molto, ma è tanta roba.

E’ bello immaginare che questo libro e questo stile nascano come l’autrice, nelle banlieu parigine. Nel punto d’incontro tra la cultura e la letteratura raffinata del novecento europeo e le immagini fresche e vitali, corporee, basse e vive, che provengono dall’Africa giovane ed esotica, tumultuosa. Figlia di padre senegalese e madre francese, Marie Ndiaye vive a Berlino (?!) ed è talentuosa.

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