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Berserk americano

The daughter who tranports him out of the longed-for American pastoral and into everything that is its enemy, into the fury, the violence, and the desperation of the counterpastoral: into the indigenous American berserk.

Pastorale_Americana_recensioneVincenzo Mantovani traduce quell’ultima parola di Philip Roth con altre due: indigenous American berserk diventa innata rabbia cieca dell’America. Ma cos’è questo berserk che la traduzione ci ha fatto perdere?

I berserk erano leggendari guerrieri scandinavi: leggende già nell’epoca buia e sanguinaria, o almeno così siamo soliti immaginarcela, dell’età vichinga. Ricoperti unicamente da teste pelli e artigli d’orso, di cui acquisivano così il nome e la potenza, erano i più temuti avversari sul campo di battaglia. Forse con l’aiuto di procedure sciamaniche o pozioni allucinogene i berserk precipitavano in uno stato di selvaggio invasamento: mordevano i loro stessi scudi, dalla bocca schiumante uscivano urla belluine, dai muscoli irrigiditi delle braccia partivano furiosi fendenti. Instancabili, insensibili, inarrestabili. Il loro obiettivo non era combattere con onore, non era neppure vincere, non era rimanere in vita per godersi i festeggiamenti nelle grandi sale di legno, non temevano la morte. Il loro unico scopo era squartare, spezzare, trafiggere, ricoprire il mondo di porpora, finché ogni forza li avrebbe abbandonati, lasciandoli indifesi e sprofondati nel sonno per giorni e giorni.

Il berserk della nostra storia non è Lo Svedese, lui è il nostro protagonista: Seymour Lvov ebreo di Newark, alto e biondo, intelligente e atletico, dotato negli sport come negli affari. Ammirato da tutta la popolazione israelitica del sobborgo perché rappresenta l’incarnazione stessa del sogno americano, figlio marito e padre fedele, la descrizione della sua vita è un’iscrizione sulla lapide. Uomo giusto e buono, fa sempre, la cosa migliore per tutti. Non lo guida l’ambizione o la bramosia, ma il rispetto per il padre, l’amore per la famiglia, per un guanto ben fatto, ama il sogno americano perché lui stesso ne è la più alta e vera realizzazione. Nessun rimpianto, nessun dubbio, nessun segreto, nessuna sofferenza esistenziale somatizzata nell’alcool. Lo Svedese non è Gatsby. Lo Svedese è felice di essere se stesso.

Il berserk della nostra storia è Merry, la figlia dello Svedese. Nonostante il nome non porterà a lungo felicità alla famiglia Lvov. Bambina balbettante prima, adolescente rabbiosa poi, è fonte di preoccupazione per i genitori, che cercano di aiutarla in ogni maniera possibile, forti del loro amore e delle loro risorse. Ma nulla serve a lungo per lei, ha scelto la sua strada e nulla può fermarla perché non ci sono argomentazioni razionali dietro ciò che muove lei nella lotta sempre più violenta contro la guerra in Vietnam. Dentro di lei si cela il caos, l’anarchia selvaggia, il desiderio di vedere crollare tutto, fare esplodere la perfezione della sua famiglia in miliardi di coriandoli colorati. Saranno le esplosioni infatti a coronare la ribellione totale di una sedicenne sovrappeso, tra le grida e la bocca balbuziente ricoperta di saliva. Lasciando il padre ad affrontare per la prima volta in vita sua l’orrore e il disgusto, ma soprattutto il dubbio e l’esitazione, un germe che presto infetta tutto il piccolo paradiso della vita dello Svedese.

Ancora una volta sono i personaggi, grandiosi, tragici, profondamente umani e veri, che siano protagonisti o accessori narrativi, l’arma segreta di Roth. Come per i grandi russi, di cui lo scrittore stesso non fa mistero essere un gran ricopiatore, gli umani che si agitano sulla carta sono personalità vaste e profonde, la cui esplorazione supera quella della trama, che alla fine segue sempre quello schema di peripezia arcaico e fisso e che emerge facilmente grattando la superficie moderna e nichilista del romanzo. Come il Roth di Nemesi, come l’altro Roth, quello che invece nel sogno americano aveva creduto, tutti gli ebrei del mondo, che sono solo un modo per dire quelle persone che meditano troppo a lungo sul significato delle cose fino a rompersi la testa, Pastorale Americana è di nuovo il libro di Giobbe, solo senza Yawhe a cui inviare le lamentazioni. Senza nessuno che ascolti la domanda, siamo noi gli unici interlocutori, a cui viene chiesto di capire perché basti una scheggia impazzita, un microscopico virus, un battito di farfalla, a far crollare il nostro castello. I suoi personaggi passano le loro brevi esistenze a cercare di capire cosa ha causato la loro rovina, se la colpa è delle fondamenta o della forza del cancro alla prostata, della ricchezza o della povertà, del capitalismo o del socialismo, del troppo amore o del poco amore, dell’integrazione multiculturale o dell’integralismo islamico. Philip Roth passa un’intera vita a gridare ai suoi smarriti personaggi che non possono sentirlo: nessuno ne ha colpa! Nessuno! Con un gesto che sembra di clemenza costruisce una cornice, ci fa sperare che la storia non sia andata davvero così, che sia un artificio letterario di Zuckerman, ma la cornice regge solo metà del quadro e l’abisso che spalanca oltre i suoi confini è colmo delle potenze del caos, che danzano sbavanti di sangue terra e saliva, coperte da pelli d’orso. Mentre le sue domande riverberano nel vuoto, scuotendo ogni certezza.

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Vita di un uomo semplice.

$(KGrHqVHJEwFFy,lgeEwBRcsQISqk!~~60_35C‘era una volta, o forse non c’era, una cosa che non ha neppure un nome preciso. Prima che il mondo esplodesse nella guerra e tutto venisse disintegrato, lasciando pezzetti ovunque, esisteva. O forse no, e ha cominciato a vivere solo nella fantasia e nella nostalgia di chi vi era nato, nei libri e nei quadri. Non potresti chiamarla cultura, regione geografica, stato, neppure nazione, perché era fatta di russi, di ucraini di polacchi di tedeschi di tartari di bielorussi di cattolici e di ortodossi di protestanti di ricchi di poveri di contadini e di conti di sudditi di imperi e, soprattutto, di ebrei. Non potresti neppure guardarla fissa per un momento, perché era in continuo movimento, un vortice impossibile, che ha preso coscienza di sé nel preciso istante in cui stava morendo. Al centro di questa cosa c’era la Galizia, e al centro della Galizia c’era Zuchnow, dove è nato Joseph Roth, l’autore di Giobbe, romanzo di un uomo semplice (Adelphi, pp. 195, euro 9, traduzione Laura Terreni).
E lì nasce anche il nostro protagonista:

Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un ampia cucina, faceva conoscere la bibbia ai bambini. Insegnava con onesto zelo e senza vistosi successi. Migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo.

Questo invece è l’inizio del libro di Giobbe, quello originale:

Viveva nella terra di Us un uomo chiamato Giobbe, integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’Oriente.

Questo dovrebbe farvi capire, in che modo sottile, obliquo, Roth utilizzi la lingua, le parole e le immagini della tradizione ebraica: Giobbe non era un semplice, era il migliore. Mendel Singer invece è un uomo semplice e quasi meschino, semplice è la sua vita e semplici le sventure che gli capitano che, per quanto terribili, sono perfettamente inserite nel normale flusso delle cose, non c’è una forza superiore che sembra congiurare contro di lui: Mendel Singer è solo un numero nella percentuale. In tempi burrascosi, la normalità è sfortunata. Roth dosa ogni singolo particolare del suo romanzo per mantenerlo su un precario equilibrio e invece di creare un’interpretazione comprensibile continua a mescolare le carte, facendo oscillare la nostra attenzione di lettori da un particolare all’altro. Non si può, e non si deve, capire da quale peccato derivino le punizioni divine: forse sua figlia è entrata in una chiesa cristiana per sbaglio, forse la moglie è stata invidiosa, avida e insoddisfatta, forse lui ha picchiato i suoi figli. Per quanto si cerchi, tra le piccole e miserevoli azioni, tentazioni e peccati, nulla giustifica agli occhi di Mendel, e dei nostri, la punizione divina. Le loro vite erano già abbastanza miserevoli, senza che Iddio li punisse con la deformità di Menuchim, il loro ultimo figlio.
Il libro racconta della vita di un ebreo qualsiasi, vissuto nell’Europa orientale e poi nell’America dei primi anni del novecento. Non vi aspettate grandi riflessioni spirituali sulla natura del destino, ma piuttosto un grandissimo spettacolo teatrale, colorato e folle come i dipinti di Chagall, in cui i colori puri sfumano dal chiaro allo scuro, con la forza primordiale delle fiabe o della Bibbia e la profondità psicologica di un capace scrittore. In questo romanzo i bambini sono furbi come volpi e forti come orsi, le ragazze hanno gli occhi profondi come la notte, le labbra rosse e sono agili come gazzelle, le stelle parlano e i soldati non sono fatti di carne ma di odore di sudore umano, equino e profumo di sella di cuoio bulgaro. I pavimenti puliti delle case sono di colore giallo, come sole fuso, il mare è verde e la neve bianca, le fiamme delle candele danzano assieme agli ebrei in preghiera, che ondeggiano al ritmo dei loro salmi nella lingua antica dai suoni spezzati. Non c’è colpa in loro, non c’è colpa in nessuno, non c’è nella moglie Deborah, che ama tutti i suoi figli, non c’è nella figlia Shemariah, che ama tutti gli uomini, persino i soldati. Non c’è nel piccolo Menuchim, che dondola nella sua culla sospesa sopra ai bambini che ascoltano Mendel. Non c’è colpa nella guerra, non c’è colpa nella morte. C’è solo vita.

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La Domanda.

nemesirothLa letteratura è come la teologia. È come la scienza o la filosofia. Come aruspici etruschi aprono il fegato del reale e lo interrogano, seguono grumi di sangue e filamenti di grasso cercando una verità incomprensibile. Ricercatori teologi scrittori filosofi. Ma ogni volta che la piccola stiratrice leva un’infinitesima grinza, tutto il resto del vestito si sgualcisce. Mille duemila un milione di analisi, esperimenti e di dati incrociati non riescono a spiegare l’1% di riscontro negativo. Cento duecento pagine del più bel romanzo o il verso di una poesia mostreranno la via, ma solo per un momento e il ricordo scolorisce col tempo. Teologi e filosofi sanno invece già in partenza che nella loro faticosa ricerca non produrranno nessuna verità assoluta ma solo nuove domande.

A volte la testa si riempie di domande domande domande, che sciabordano e ogni piccola risposta si perde nel frastuono di quesiti più grandi che si scontrano e sbattono l’uno con l’altro. Una sola però sovrasta tutte le altre. Gettando un’ombra inquietante sotto di sé. I grandi indagatori del pensiero erano riusciti a superare innumerevoli insidie ma di fronte ad essa si erano abbandonati scoraggiati, riconoscendo la propria inferiorità: perché esiste il male?

Il libro di oggi non ci dà nessuna risposta.

Nemesi (Einaudi, pp. 183, euro 11, traduzione di Norman Gobetti) è un’opera appartata nella produzione di Philip Roth. Nessuna volontà di ricreare un ephos americano o di saltellare tra varie macchie umane e incontrollabili pulsioni sessuali. E’ un libro con uno stile e dei personaggi che stupiscono per la loro normalità. Dalle nebbie dell’ottocento Roth recupera perfino un aggeggio arrugginito come il narratore omodiegetico. Ma non per un’archeologia letteraria postmoderna o per folli sperimentazioni. Roth scrive un libro normale. E normali sono i suoi personaggi e i luoghi che ci mostra. Normale la sua Newark, periferia popolare e residenziale della metropoli di New York. Normale Bucky Cantor, giovanissimo e atletico insegnante di educazione fisica ebreo, esonerato dalla leva per i suoi problemi di vista. Normali il campo estivo per bambini, la fidanzata bella e di famiglia ricca. Non è un caso che il protagonista sia un insegnante di ginnastica. Il fatto di aver studiato, ma di essere sostanzialmente un atleta lo colloca in quella fascia indistinta di normalità assoluta: non troppo ignorante da avere tutte le risposte, non troppo colto per non averne nessuna. Come dice il professor Schniblie: “Chi non sa fare insegna e chi non sa insegnare, insegna ginnastica!”. Ogni gesto, ogni frase del libro esprime normalità, che non significa banalità ma spinta verso l’assoluto: un ragazzo diventa tutti gli uomini, diventa l’Uomo.

Normale, naturale, perfettamente inserita nel tranquillo flusso delle cose è anche la poliomielite. Ogni estate questa malattia misteriosa colpisce i bambini e li rende invalidi per sempre, costretti a camminare con un tutore o a restare immobili dentro al terrificante polmone d’acciaio. I più sfortunati, o fortunati, muoiono nel giro di 24 ore. Prima del 1955 non esiste una cura, non esiste un vaccino ma soprattutto non esiste la minima idea su come possa diffondersi la malattia. Una mosca? L’aria? L’acqua? Il peccato? Perché i bambini? Perché i nostri buoni bambini ebrei? Dio ha forse dimenticato il Suo Patto?

Il fatto più straordinario è che la causa delle grandi epidemie del primo ‘900 fu proprio il miglioramento generale delle condizioni igieniche. Senza essere esposti al virus i bambini non sviluppavano anticorpi per potersi difendere da attacchi massicci. Vittime del Progresso.

Bucky è un ragazzo tutto d’un pezzo e non può permettersi di dimostrarsi debole di fronte a niente e nessuno, siano degli italiani attaccabrighe o un morbo inarrestabile. Il lettore segue la vita di Bucky Cantor ma soprattutto segue le sue scelte e le conseguenze che producono. Cosa può fare però un ragazzo contro un male terribile e misterioso che colpisce gli innocenti? Nulla. Le conseguenze ricadranno solo su di lui e su quelli che lo amano.

Roth sceglie di raccontare questa storia dal punto di vista di un ragazzino ebreo, allievo di Cantor, ebreo. E lo fa principalmente perché lui stesso è ebreo. E gli ebrei nei libri raccontano solo di sé stessi, da sempre. E non racconta nient’altro che la storia di Giobbe che, privato di ogni bene e di ogni felicità, anche dal sollievo della morte, continua a chiedersi: «Perché? Perché esiste il male? Perché il male vince sempre?» A differenza di Giobbe, Bucky una risposta la trova, a voi giudicare se sarà giusta o sbagliata. E se è possibile usare “giusto” e “sbagliato”. Il libro risposte non ne dà, il libro di Giobbe o il libro di Bucky, è indifferente.

A Dio dirò: “Non condannarmi! Fammi sapere di che cosa mi accusi! Ti sembra giusto opprimermi, maltrattare l’uomo che hai fatto e favorire l’opera dei malvagi?”  Giobbe 10,2

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Nota del recensore.

Se volete avventurarvi nella lettura della Bibbia, che siate credenti o atei o gnostici o vaiasaperecosa è consigliabile rivolgervi al vostro teologo di fiducia. Se non ne avete uno, procuratevelo. Perché avere uno psicologo e un otorinolaringoiatra di fiducia e non un teologo? È gente che ha studiato! E le parcelle nella maggior parte dei casi si limitano a una bottiglia di vino e a del formaggio da consumare durante la seduta. O cercate almeno un’edizione dell’Antico Testamento senza le figure colorate degli animali che salgono sull’Arca. Buona lettura!

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