Sulla felicità dei viaggi in barca.

Molte persone d’intelletto sono convinte che il più grande dono della civiltà britannica al mondo non sia il tè, i Beatles o le storie di Peter Coniglio; ma l’umorismo. Senza addentrarci in pirandelliche definizioni, l’umorismo è quella particolare capacità di far ridere, sotto i baffi, con lievi colpi sussultori del petto, espirando l’aria dal naso. Tutto ciò che serve per non sudare la camicia, non sgualcire il completo, e non disturbare gli amici del club mentre leggono le notizie finanziarie. Un esigenza assolutamente inglese. E’ sbagliato sottovalutare la scrittura umoristica. Avere la capacità o il talento, di produrre nel lettore una reazione di ilarità non è cosa da poco; richiede tecnica e abilità, come qualsiasi altro tipo di scrittura. Il primo, e indiscutibile obbiettivo della letteratura è quello di intrattenere, a prescindere da come questa meta sia raggiunta. Allo stesso modo commuovere, spaventare, affascinare, incuriosire, divertire, sono tutti “stratagemmi” che l’abile autore tira fuori dalla saccoccia per conquistare il lettore, e fargli sentire ciò che d’importante ha da dire. Oltretutto, fare tutto ciò senza usare le parole “pene” e “vagina” è lodevole e meritorio oltre misura.

Uno dei più alti esempi di questa vittoriana virtù è “Tre uomini in barca” (Mondadori, pp. 243, euro 8,50) di Jerome Klapka Jerome. Oltre a testimoniare come i genitori abbiano poca fantasia anche a Londra, Jerome è ricordabile per aver scritto uno dei libri più tradotti e più letti del suo secolo: il divertente resoconto di una gita in barca, protagonisti l’autore e i due suoi amici George e Harris, per non parlare del cane, Montmorency. Questi tre giovanotti (e cane) risaliranno il Tamigi a forza di remi, come obiettivo trascorrere una rilassante settimana lungo le verdi sponde, per rigenerare i loro cervelli sovraccarichi. I tre personaggi dovranno lottare contro ogni genere d’imprevisto, e contro loro stessi, per coronare l’impresa. Affronteranno la perversità degli spazzolini da denti, che non si fanno trovare e costringono a disfare la valigia, soltanto per poi scoprire che se ne sono sempre stati fermi in bagno. Lotteranno contro la malvagità della tenda, che cerca in ogni modo di impedire il loro riposo notturno, cadendo sopra gli ignari viaggiatori interrompendo il loro sonno. Combatteranno contro i barbari istinti di alcune cime da rimorchio, che non essendo giudiziose e rispettabili come dovrebbero, si attorcigliano, sfuggono, si incastrano. Negli oggetti qualunque, nei fatti d’ogni giorno, se si guarda bene, ci sono misteriose forze che lottano contro la felicità dei viaggi in barca.

E la tecnica di Jerome è andare a scovare questa realtà parallela, come il poeta nobilita le cose comuni cercandone le segrete bellezze, così l’umorista interpreta il mondo attraverso l’occhio dell’assurdo, scoprendone nascosti divertimenti. Il libro racconta la faccenda dal principio: dalla fatidica sera in cui si decise di cominciare l’avventura. Il narratore Jerome scende nei particolari dei preparativi, e ogni movimento diventa pretesto per buttare all’aria tutto. Fino al giorno della partenza, tutti pronti e attrezzati di tutto ciò di cui necessita una così ardita impresa. Cibo, stoviglie, coperte, funi. E un banjo. Oggetto all’apparenza tranquillo e gioioso, ma che nelle mani inesperte di George si trasforma in uno strumento demoniaco (nonostante George abbia assicurato che sia assolutamente necessario e alla moda avere un banjo quando si risale un fiume). Lungo il Tamigi si alternano tranquilli scorci di campagna e ridenti cittadine. E’ uno splendido documento di come fosse l’inghilterra centrale prima che l’espansione della metropoli londinese la divorasse, anche se l’industrializzazione ha già fatto i suoi danni. La repellente e disdicevole città di Reading disturba non poco l’animo sensibile dei viaggiatori.

Brevi pause dal comico e dal ridicolo ci sono date dalle descrizioni e dalle divagazioni storiche dell’autore. A volte potranno risultare un po’ noiosette a noi lettori moderni, perchè avvolte da quella patina romantica e sognante che tanto piaceva all’inizio del secolo, e che le avanguardie tanto avevano in odio. Per superare questi tratti un po’ più disagevoli della lettura il consiglio è di prenderli per come sono: una pausa, un momento di riposo dal travaglio della vacanza. Alla fine è pur sempre un romanzo realistico, e a tutti sarà capitato di fantasticare in un giorno di ferie, sdraiati sull’erba guardando le nuvole. Per qualche minuto, prima che il vostro migliore amico vi tiri un gavettone giurassico.

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