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Attraverso la nebbia.

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Nelle scorse settimane la Brianza è stata interessata da un fenomeno atmosferico che al giorno d’oggi possiamo definire insolito: la nebbia. Per giorni, alla sera e alla mattina presto strade, lampioni, marciapiedi case e alberi scomparivano per un paio d’ore. Immersi nel denso grigiore fatto di minutissime goccioline di acqua che galleggiano sopra la città si va tutti più piano, da un momento all’altro dal muro bianco potrebbe spuntare un’auto o una bicicletta. In queste situazioni il cervello lavora in modo strano. Le poche luci che spuntano dalla nebbia sembrano sospese nel nulla e diventano occhi e fauci di giganteschi mostri silenziosi. Le finestre più alte, private dei loro contorni di cemento sembrano cabine di enormi dirigibili sospesi nell’aria. Non si riconoscono le facce nella nebbia, non si riconoscono gli odori, avvolti dal profumo fumoso e umido della bruma. Persino i suoni, che arrivano più veloci del normale alle orecchie, tradiscono il nostro senso dell’orientamento, lasciandoci smarriti in un mondo impossibile. Da vicino quello che prima sembrava un castello dalle torri svettanti ritorna ad essere un gruppo di tristi pini. Le quiete bestie dagli occhi luminosi si scoprono essere le indicazioni per l’autostrada. Un mondo di inganni ovattati.

Pensate ora al nostro commissario della polizia giudiziaria di Parigi. A poco servono il suo cappotto col colletto di pesante velluto e la bombetta. Anche questa volta le condizioni atmosferiche non sono favorevoli. Una fitta nebbia avvolge il piccolo scalo marittimo di Ouistreham, poco più di qualche casa, un porto, una chiusa e un canale verso l’entroterra. Le basse abitazioni dei pescatori, la fumosa osteria, la casa cantoniera, le ville sulla collina scompaiono quando alla sera la bruma sale dall’acqua. Le sirene delle navi da carico rompono il silenzio, seguite dai comandi sicuri dei marinai, parole forti, decise, ancora più forti nella nebbia. Ma senza la conferma della vista, si può essere veramente sicuri di quello che si sente? Il grido delle sirene da nebbia non può nascondere un urlo di terrore? I tonfi e i colpi sono i pesanti carichi di merci che toccano terra o sono corpi che si accasciano senza più vita. Nulla è come sembra.

Ne Il porto delle nebbie (Adelphi, pp. 182, euro 10, traduzione Fabrizio Ascari) Maigret deve fare i conti con illusioni, bugie e inganni. È difficile entrare in un piccolo mondo, che sia un piccolo paese normanno, una calda osteria piena di marinai o l’angusta cabina di una nave merci. Lo è ancora di più se lo si vuole fare nel pieno delle proprie funzioni di ufficiale della Repubblica Francese. È quasi impossibile se non si vede a un palmo dal naso. Nessuno sembra voler collaborare, tutti sembrano avere qualcosa da nascondere. Nessuno vuole parlare. O può farlo. Il capitano Joris ha perso la parola e sembra non capire nulla di quello che gli viene detto, risponde solo con un sorriso ebete alle cure della sua giovane domestica Julie, finché gli verrà tolta la possibilità di dire o fare alcunché. Il turbolento fratello di quella, Grand-Louis, sorride e sorride anche Ernest Grandmaison, sindaco del piccolo paese. L’unico a non sorridere è Maigret.

L’unica soluzione è smettere gli abiti del commissario e ingaglioffirsi. E non è detto che gli dispiaccia. Entra lentamente, un bicchiere dopo l’altro, nel piccolo mondo fatto di abitudini degli abitanti di Ouistreham, raccoglie informazioni e segue piste sabbiose tra le dune erbose delle spiagge normanne. Usa i suoi trucchi da vecchio sbirro per scoprire la verità oltre la nebbia. Ma non sono i rilevamenti antropometrici, le analisi della scientifica sulla provenienza delle uova di salmone o astratti ragionamenti deduttivi a portarlo verso la soluzione del delitto. E’ la sua empatia, epidermica intuizione umana che gli permettere di leggere oltre i tirati sorrisi dei lavoratori della chiusa. E’ la sua determinazione nell’affrontare la nebbia come qualsiasi altro evento atmosferico, sicuro che alla fine un posto dove scaldarsi ci sarà sempre.

E Maigret si immerge in una nebbia talmente fitta che non vede neppure dove mette i piedi. Trova comunque il cancello. Si rende conto di camminare sull’erba, poi sui sassi di un sentiero. Nello stesso tempo percepisce un rumore lontano che stenta a identificare. Si direbbe il muggito di una vacca, ma con un che di più sconsolato, di più tragico. «Imbecille!» borbotta tra i denti. «È solo la sirena da nebbia…»

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La luce sopra la brughiera (secondo rapporto del dottor Watson).

Stamattina, quando mi sono svegliato per andare a spostare cose pesanti e pulire cose sporche, c’era la nebbia. Nonostante il posto dove viva si chiami Brugherio, non ha più molto a che fare con una brughiera, che dovrebbe essere una piatta pianura piena di arbusti, torbiere, cespugli e fossi. Anche la bruma mattutina è ormai un fenomeno decisamente raro per le nostre parti, il calore della città non le permette di formarsi. Quando c’è però tutte le strade diventano dei trampolini verso il nulla e quindi per il breve tragitto che mi separa da peso e sporcizia vivo in una nuvola; è piacevole ma non rassicurante. Alla lunga forse è meglio toccare tutti i giorni gli stessi oggetti di materia bruta, piuttosto che rimanere sospesi. L’indeterminatezza o il semplice mistero conturbano, ma alla fine c’è sempre bisogno di qualcuno che sciolga i nodi, che porti la luce nel buio.

Ecco forse perché ci piacciono tanto i romanzi d’investigazione: alla fine c’è sempre qualche tizio che riesce a capirci qualcosa, e non ci importa assolutamente niente di capire come faccia a farlo. Sì, perché ciò che conta è il risultato e tutta la tensione, tutte le strade che portano alla verità passano in secondo piano, rispetto alla sensazione di ordine e tranquillità che ci regala la soluzione del caso. Ogni pezzettino che l’eroe porta fuori dalla nebbia alla nostra vista riporta l’ordine che si era infranto.

“Alle sei la mia ragazza si vestì, si pettinò davanti allo specchio del bagno, si spruzzò addosso un po’ di acqua di colonia, si lavò i denti. Nel frattempo io me ne stavo seduto sul divano a leggere Le avventure di Sherlock Holmes. Il libro cominciava con le parole: «Il mio amico Watson ha poche idee limitate, ma estremamente tenaci». Un incipit strepitoso.”

Questo è quello che racconta il protagonista senza nome in “Nel segno della pecora”, (QUI c’è la recensione). Ed è questo, unito ad uno sconto del 25% su tutti i titoli, che mi ha convinto a comprare “Sherlock Holmes, tutti i romanzi” (Einaudi, pp. 679, euro 19). In modo decisamente arbitrario ho deciso di cominciare a conoscere così uno dei più famosi personaggi di carta che siano mai stati creati. Ero incuriosito soprattutto dal sapere chi fosse realmente Holmes, se l’azzimato gentiluomo inglese intabarrato nel completo scozzese della tradizione, o il nuovo sbarellato casinista interpretato da Robert Downey Junior dei recenti blockbuster. Ecco, nessuno dei due.

La soluzione è alquanto elementare se ci pensa bene, signor Watson. Sherlock Holmes non esiste.  Arthur Conan Doyle ha inventato un personaggio che ha qualsiasi qualità sia necessaria a risolvere un caso. In realtà l’investigatore serve solo a risolvere il caso. Tracce di cenere? É esperto di tabacco e sigari. Sospetto avvelenamento? Ha scritto un trattato sull’argomento. Rissa? Conosce il Basutsu, un’arte marziale che viene dal Cataio. Tutto il resto non conta. Anche il suo amico dottore, altro non serve che a fargli fare bella figura. È una sagoma di cartapesta.

Vengono prodotti libri in serie, tutti con una struttura simile: Holmes e Watson sono in soggiorno, Holmes si fa di cocaina perché si annoia, arriva un caso, un caso difficile, risolve il caso. Magari c’è una sparatoria, o Moriarty mette il bastone tra le ruote, ma si cavano d’impiccio e tutto finisce per il meglio. Conan Doyle che pure è molto bravo a scrivere, ci prova anche ad ammazzarlo, ma fallisce. La creatura oramai è già più potente dell’autore. Superbo, sfacciato, annoiato dall’inferiorità degli esseri umani, decisamente odioso. Ma. Una volta che si comincia a conoscerlo, non si può più fare a meno di lui. Provate a leggere Il mastino dei Baskerville: il famoso investigatore sparisce per gran parte del libro, lasciando il povero Watson solo nella brughiera. Che sospiro di sollievo quando torna, un senso di sicurezza, di conforto. Il metodo deduttivo analitico ci dice che dietro alla bruma i marciapiedi gli alberi e i lampioni hanno ancora la stessa forma. Ci sono ancora. Le leggi della materia sono fisse e invariabili. E chi sa leggerle può guidarci nell’oscurità. Ecco perché non possiamo fare a meno di ammirare Sherlock Holmes, di amarlo. Guardandoci dall’alto, con un sopracciglio alzato in segno di stizza, stringendo tra i denti una pipa puzzolente, ci prende per mano e ci porta fuori dalla nebbia. Anche se solo per un po’.

«Ha mai sentito parlare di Jonathan Wild?»

«A dir la verità il nome mi suona noto. Non è il protagonista di un romanzo? Non faccio molto caso agli investigatori nei racconti – ci sono sempre dei tizi che fanno qualcosa e non si capisce come arrivino a farla. Ma questa è pura fantasia, non realtà»

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