Una molto difficile ricerca.

Un turista ebreo-americano in cerca delle sue radici, un ragazzo ucraino che vuole diventare un uomo, attraversano l’Ucraina sulla macchina guidata dal nonno cieco, in compagnia della saliva e delle flatulenze di Sammy Davis Junior Junior. Una cagna. Nello shtetl di Trachimbrod (oppure Sofiowka?) i fedeli della RITTA SINAGOGA si azzuffano con gli scompigliati, da così tanto tempo da aver dimenticato il perché.

Davanti al lettore si prospetta una piacevolissima lettura, accompagnati da grotteschi compagni di viaggio e da assurde situazioni. Una lettura tranquilla, divertente, comicità brillante e spigliata. Senonchè, non è questo il libro di cui state leggendo la recensione.“Ogni cosa è illuminata” (Guanda, pp. 327, euro 12) è stato accolto dalla critica come uno dei libri più importanti del nuovo secolo. Perché?

La scrittura di Jonathan Safran Foer è sorprendente. I suoi personaggi non potrebbero parlare diversamente. L’inglese stentato di Alex è un’occasione per colorare esageratamente ogni errore grammaticale, ogni parola che sbaglia è la migliore parola che avrebbe potuto usare. Non si capisce se sia la lingua ad adeguarsi ai sorprendenti personaggi del libro o sia la stessa a plasmarli. I RABBINI DELLA RITTA SINAGOGA PARLANO IN STAMPATELLO, citando il Talmud. Quelli della congregazione scompigliata annotano i sogni, per fondare le Nuove Scritture nella lingua dell’inconscio. Mentre i personaggi crescono lo stile cresce con loro, le lettere di Alex alla fine del libro non saranno solo scritte meglio, ma saranno anche più vere.

Il virtuosismo espressionista dell’autore è allo stesso tempo il pregio e il difetto del libro: le parole non “dicono” soltanto, non si limitano a raccontare i fatti, ma alludono come in poesia, ad altro. Il tributo da pagare è la fatica di leggere, intesa come attenzione dedicata alla lettura. Per apprezzare e capire il libro non si può essere distratti, o superficiali. Ogni scelta è motivata. Quando si raccontano le origini dello shtetl il linguaggio è stilizzato e ingarbugliato, perché la materia del racconto è ancora primordiale, sta costruendo un mito. Gli abitanti del villaggio di trecento anni fa parlano, ma la loro lingua sono i testi sacri, oppure le battute di una commedia yiddish. L’autore non tratteggia i personaggi con descrizioni o le loro azioni, ma con le loro parole. Ogni tanto il cervello andrà in stand-by. Ma la ricompensa per la fatica è un mondo colorato, ricchissimo, mutevole, enigmatico.

Una scrittura ricca e a volte sofisticata, ma non fine a se stessa. Dischiude i suoi significati poco alla volta, come un tesoro prezioso, una formula segreta sul senso della vita. Siamo piccoli sassolini nel corso della Storia, ma se messi nel punto giusto possono variarne la direzione, anche se di poco. Le esistenze di ebrei come di ucraini sembrano guidate dal caso. Ma in realtà tutto dipende dalle loro scelte. Dalla scelta di andare a lavorare alla fabbrica, che una volta all’anno si porta via un uomo valido come tributo. Dalla scelta di affidare il messaggio con il nuovo nome dello shetl al possidente folle Sofiowka. Dalla scelta di adottare una bambina. Dalla scelta di sposare un assassino. Dalla scelta di non parlare quando un soldato minaccia di uccidere tutta la tua famiglia. E sull’inevitabile senso di colpa che segue a queste scelte, che si riverbera di generazione in generazione, come la malattia che Jawhè gettava sui peccatori. Sui tuoi figli e sui figli dei tuoi figli. Il nipote prega la statua del nonno per non dover essere come il padre. Il libro è una lunga ricerca nel proprio passato per trovare il momento dell’errore. Quando lo si è trovato l’unica possibilità è imparare a conviverci.

Con il passare delle pagine l’autore concede qualche pezzo in più per ricomporre il puzzle e il libro si trasforma, scava a fondo nello spirito di ciascuno, facendo emergere la storia personale e con essa il loro vero volto. Il libro è un viaggio, attraverso le pianure dell’Ucraina orientale, a ritroso nella storia della famiglia di Alex. Ed è un percorso in avanti, attraverso le strade del piccolo paese e della genealogia di Jonathan. E una discesa negli abissi della coscienza, dove si nasconde il peso più grande. Alla fine le strade si incontrano a metà, c’è ancora la possibilità di essere buoni. Dal buio si riemerge con un il volto sereno, un sorriso purificato. Nonostante tutto, ogni cosa sarà illuminata.

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2 commenti

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2 risposte a “Una molto difficile ricerca.

  1. Ero convinto di aver già lasciato un commento a questa recensione… A quanto pare no! Ho finalmente letto il libro, mentre ero in viaggio in Polonia. L’ambiente ha amplificato la potenza del racconto, mi sono davvero divertito a leggerlo e più andavo avanti, più mi coinvolgeva, a tratti mi è venuto il magone… davvero un gran libro! Grazie ancora del suggerimento! 😉

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