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In busta chiusa

:puntegg!atura,

 

punteggiatura_cartaresistente

Dott. H.G. Umlaut
Via cümunela 4, La Punt-Chamues
7522 CH

Caro. Dottore!

Le scrivo per: aggiornarla sui progressi della sua cura sulla mia malattia. Sto sperimentando grande sollievo…da quando ho cominciato, le somministrazioni di letteratura quotidiane da lei suggerite. Purtroppo, ho; ancora! Molto: spesso…delle. Ricadute? E come mi ha detto lei fin dalla prima seduta, i tempi per una completa guarigione potrebbero richiedere mesi; se non 12 mesi. Ma devo ammettere che ad oggi i sintomi si sono ridotti notevolmente. (Come da lei consigliato inizio la mattina) con una piccolissima dose, della Battaglia di Tripoli, ma diluita 1 bicchiere + vetro + acqua – zucchero. Questa cura d’urto mi, garantisce una relativa tranquillità per il resto della giornata. Sul lavoro sopra-t-tutto non sono da: segnalare grandi? problemi {anche perché si occupa di tutto il mio segretario [che trascrive per me, ogni tipo di documento (sia pubblico che privato) tutti i giorni] fortunatamente} Ho provato ad utilizzare anche del ZANG TUMB TUMB per vedere. Se gli effetti potevano essere potenziati, ma ho notato che aumentano le tendenze superomistiche e per ora + ora + ora dopo l’assunzione risulto particolarmente eccitabile sessualmente…soprattutto alla vista di CROMATURE!!!!! Per cui ho preferito non proseguire la sperimentazione. Anche per non compromettere ulteriormente il mio matrimonio – non – che a mia moglie sia dispiaciuto le prime volte – ma – l’ultima ho provato a gettarla in una vasca piena (!) di soluzione elettrolitica H2SO4. Capisce anche lei che non posso…cromare…mia moglie…solo per…curare la mia peculiare disgrafia.

A pranzo…quando proprio proprio rischio che mi torni una bella ricaduta…e che tutto vada a farsi fottere…che si sa come vanno queste cose!…Alè! Mi piglio una bella pagina del caro Luis-Ferdinand. Quel puttaniere. Senza però esagerare. Che senò…a me il torpiloquio libero non me lo toglie nessuno…! E poi senò…altro che caghetta! Di solito prendo il Viaggio, ma! Per verificare se ci sono eventuali controindicazioni…sto sperimentando…La trilogia del Nord.

Devo invece segnalare “i preoccupanti effetti collaterali di una sua prescrizione” e sto, ovviamente parlando dei volumi di. Joyce. Pur, nella riconosciuta efficacia nella cura della Pletopuntuazione Logorroica, la posologia deve essere completamente rivista, perché soprattutto alla sera quando coricato nel letto con mia moglie, poiché mi ha detto che quello è il momento migliore, la scrittura si alleggerisce e provo a scrivere e ammetto che non ci sono più problemi nessun problema e le parole escono dalla penna una dopo l’altra e tutti i piccoli pezzetti neri digitati scritti incisi segnati uno dopo l’altro che scorrono veloci sempre più veloci corrono attraverso la pagina all’improvviso non si possono più fermare escono escono escono e io so che me li posso girare come voglio e penso a Gibilterra solo a Gibilterra non c’è un’altra città nella Spagna che è tanto grande a cui pensare no proprio Gibilterra che alla fine è tutta aeroporto e sassi e tra un po’ non è più neppure nell’Unione Europea molto meglio Granada allora che c’è l’Alhambra e non c’è il mare che è sempre così umido Dio com’è umido il mare vede dottore la cura è quasi peggio della malattia e mia moglie comincia a lamentarsi che non la smetto di battere o di sfregare sulla carta e io cosa posso farci penso a lei e a Gibilterra e a tutti questi punti virgole trattini parentesi apici pedici comici cimici calici caporali tenenti punti e a capo quanto mi fa male la testa dottore capisce che è troppo forte quandopoicominciaafareeffettoveramenteèunmacellolasalutocoimiglioriauguridottorealeieallafamiglia

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Con affetto,
Un’paziente

Per chi si sta chiedendo qual è il senso di tutto ciò: Cartaresistente

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Berserk americano

The daughter who tranports him out of the longed-for American pastoral and into everything that is its enemy, into the fury, the violence, and the desperation of the counterpastoral: into the indigenous American berserk.

Pastorale_Americana_recensioneVincenzo Mantovani traduce quell’ultima parola di Philip Roth con altre due: indigenous American berserk diventa innata rabbia cieca dell’America. Ma cos’è questo berserk che la traduzione ci ha fatto perdere?

I berserk erano leggendari guerrieri scandinavi: leggende già nell’epoca buia e sanguinaria, o almeno così siamo soliti immaginarcela, dell’età vichinga. Ricoperti unicamente da teste pelli e artigli d’orso, di cui acquisivano così il nome e la potenza, erano i più temuti avversari sul campo di battaglia. Forse con l’aiuto di procedure sciamaniche o pozioni allucinogene i berserk precipitavano in uno stato di selvaggio invasamento: mordevano i loro stessi scudi, dalla bocca schiumante uscivano urla belluine, dai muscoli irrigiditi delle braccia partivano furiosi fendenti. Instancabili, insensibili, inarrestabili. Il loro obiettivo non era combattere con onore, non era neppure vincere, non era rimanere in vita per godersi i festeggiamenti nelle grandi sale di legno, non temevano la morte. Il loro unico scopo era squartare, spezzare, trafiggere, ricoprire il mondo di porpora, finché ogni forza li avrebbe abbandonati, lasciandoli indifesi e sprofondati nel sonno per giorni e giorni.

Il berserk della nostra storia non è Lo Svedese, lui è il nostro protagonista: Seymour Lvov ebreo di Newark, alto e biondo, intelligente e atletico, dotato negli sport come negli affari. Ammirato da tutta la popolazione israelitica del sobborgo perché rappresenta l’incarnazione stessa del sogno americano, figlio marito e padre fedele, la descrizione della sua vita è un’iscrizione sulla lapide. Uomo giusto e buono, fa sempre, la cosa migliore per tutti. Non lo guida l’ambizione o la bramosia, ma il rispetto per il padre, l’amore per la famiglia, per un guanto ben fatto, ama il sogno americano perché lui stesso ne è la più alta e vera realizzazione. Nessun rimpianto, nessun dubbio, nessun segreto, nessuna sofferenza esistenziale somatizzata nell’alcool. Lo Svedese non è Gatsby. Lo Svedese è felice di essere se stesso.

Il berserk della nostra storia è Merry, la figlia dello Svedese. Nonostante il nome non porterà a lungo felicità alla famiglia Lvov. Bambina balbettante prima, adolescente rabbiosa poi, è fonte di preoccupazione per i genitori, che cercano di aiutarla in ogni maniera possibile, forti del loro amore e delle loro risorse. Ma nulla serve a lungo per lei, ha scelto la sua strada e nulla può fermarla perché non ci sono argomentazioni razionali dietro ciò che muove lei nella lotta sempre più violenta contro la guerra in Vietnam. Dentro di lei si cela il caos, l’anarchia selvaggia, il desiderio di vedere crollare tutto, fare esplodere la perfezione della sua famiglia in miliardi di coriandoli colorati. Saranno le esplosioni infatti a coronare la ribellione totale di una sedicenne sovrappeso, tra le grida e la bocca balbuziente ricoperta di saliva. Lasciando il padre ad affrontare per la prima volta in vita sua l’orrore e il disgusto, ma soprattutto il dubbio e l’esitazione, un germe che presto infetta tutto il piccolo paradiso della vita dello Svedese.

Ancora una volta sono i personaggi, grandiosi, tragici, profondamente umani e veri, che siano protagonisti o accessori narrativi, l’arma segreta di Roth. Come per i grandi russi, di cui lo scrittore stesso non fa mistero essere un gran ricopiatore, gli umani che si agitano sulla carta sono personalità vaste e profonde, la cui esplorazione supera quella della trama, che alla fine segue sempre quello schema di peripezia arcaico e fisso e che emerge facilmente grattando la superficie moderna e nichilista del romanzo. Come il Roth di Nemesi, come l’altro Roth, quello che invece nel sogno americano aveva creduto, tutti gli ebrei del mondo, che sono solo un modo per dire quelle persone che meditano troppo a lungo sul significato delle cose fino a rompersi la testa, Pastorale Americana è di nuovo il libro di Giobbe, solo senza Yawhe a cui inviare le lamentazioni. Senza nessuno che ascolti la domanda, siamo noi gli unici interlocutori, a cui viene chiesto di capire perché basti una scheggia impazzita, un microscopico virus, un battito di farfalla, a far crollare il nostro castello. I suoi personaggi passano le loro brevi esistenze a cercare di capire cosa ha causato la loro rovina, se la colpa è delle fondamenta o della forza del cancro alla prostata, della ricchezza o della povertà, del capitalismo o del socialismo, del troppo amore o del poco amore, dell’integrazione multiculturale o dell’integralismo islamico. Philip Roth passa un’intera vita a gridare ai suoi smarriti personaggi che non possono sentirlo: nessuno ne ha colpa! Nessuno! Con un gesto che sembra di clemenza costruisce una cornice, ci fa sperare che la storia non sia andata davvero così, che sia un artificio letterario di Zuckerman, ma la cornice regge solo metà del quadro e l’abisso che spalanca oltre i suoi confini è colmo delle potenze del caos, che danzano sbavanti di sangue terra e saliva, coperte da pelli d’orso. Mentre le sue domande riverberano nel vuoto, scuotendo ogni certezza.

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Preparativi IV

pablo-picasso-reading-book-cigaretteI riti e i miti, come la giusta ricetta per il tiramisù, non sono altro che convenzioni reiterate all’infinito per cementare la comunità attorno a pochi punti fissi che non sbrodolino lungo i flussi vorticanti dei mutamenti storici. Questo post è in effetti uno di questi riti. Oramai alla sua quarta edizione, è definitivamente sfuggito al controllo del suo creatore, come un Golem impazzito. E’ costituito da alcuni elementi bizzarri, sicuramente superflui, ma che non sono più nella posizione di modificare, nonostante sia sempre più difficile soddisfare i requisiti. Prendete ad esempio la foto qui a sinistra: perché Picasso? Perché è quasi impossibile trovare altri vip che leggono un libro in costume. E gli scrittori non vanno al mare, evidentemente. E la grafica? Non la trovate fastidiosa? Quella in effetti la cambierò. Poi, questa storia dei conigli, ma a voi piace? Non sta diventando un tantinello imbarazzante? Ma niente da fare, sarà così per sempre, anche quando Muninn diventerà una voce conosciuta e rispettata nel mondo della critica letteraria, portandolo a un rapido declino e a una lunga decadenza come recensore di libri su Amazon.  Quindi ecco a voi sette libri non ancora letti e scelti a caso dagli scaffali delle librerie, di cui non possiamo essere certi del contenuto, che quindi consigliamo a scatola chiusa, mentendo e mentendo sulla menzogna stessa. In un tempo in cui tutti inneggiano alla Verità e al suo Tradimento qui sapete di trovare un porto sicuro zeppo di menzogne. Comunque, dicevamo, i riti, questo rito serve soprattutto a me, che così posso riprendere il ritmo e preparare ad agosto qualche pezzo per settembre (e immagino a nessun altro) anche perché ce ne saranno quanti, diecimila? Di altri consigli per le vacanze. Anzi no di

CONIGLI PER LE VACANZEEE!!!

image011Questa creatura delle tenebre – Harry Thompson

Questo è fico, parla del tizio che ha portato a spasso Darwin per i Mari del Sud. Non saremmo noi se non infilassimo da qualche parte un’avventura di mare, eccovela. Molto fico il titolo, ma mi sa che si riferisce alla depressione, e non ai mostri degli abissi. Fico comunque.

Anima – Wajdi Mouawad

Questo è un libro per la gente che scappa e va in un posto che non è più casa sua. Ma in realtà ci sono un sacco di animali schifosi che raccontano la storia, che deve essere un omicidio. Riproviamo con i narratori extraumani, Io sono un gatto faceva proprio schifo, ve lo dico.

Ragnarock – A.S. Byatt

WOW per essere un blog che prende il suo nome dal corvo di Odino ammetto di essere particolarmente carente e colpevolmente manchevole di rimpinzare le pagine con troll e martelli divini. Provvediamo con questo racconto potente ed evocativo che prende il mito nordico e lo strapazza dispiegandolo sulle molli colline verdi della campagna inglese. Ci sono gli elenchi, ci sono i nomi strani. Si inventa un sacco. Grandi aspettative.

Mercoledì delle ceneri  – Ethan Hawke

Storia d’amore per adolescenti scritta da un attore di Hollywood o gran bel pezzo di letteratura scritto da un autore di razza? Si piange e si ride e si balla a New Orleans in questo libro che tutti dicono molto bello. Fa salire un’ansia a un certo punto che quasi non si riesce a finire, ma è pieno di luce. Dicono eh, io non l’ho letto. Forse.

Pasto nudo – William S. Burroughs

Omamma mia, ho visto un fotogramma del film che Cronenberg ha fatto e c’erano tipo dei tizi in una stalla che succhiavano qualcosa da delle creature aliene appese al soffitto tramite delle cannucce. Che robe matte. Forse per leggerlo aspetto che legalizzino la marijuana. O forse no.

Olive Kitteridge – Elizabeth Strout

Ho visto la serie tivi con la moglie dei fratelli Coen. E anche se ho visto in tivi come va a finire, mi sembra che alla storia mancassero dei pezzi, ho comprato il libro a 5 euro in una bancarella dell’usato, questo si legge.

Zero K – Don DeLillo

Quel mattacchione di Don me lo immagino sempre in un loft di New York col pavimento in parquet completamente vuoto, senza mobili o abbellimenti tranne un Rothko alla parete (quindi senza abbelimenti). Seduto per terra, scrive a macchina con un cappello di stagnola in testa così non gli intercettano i pensieri. Forse c’è la radio  per sentire il baseball. Che matto Don! Chissà se il suo ultimo libro è bello o se la demenza senile si è già fatta strada in questo gigante della letteratura mondiale.

Ciao ciao amici, ci vediamo presto, prendete il sole, fate il bagno nel mare, camminate sui sentieri e cercate i funghi! Non bevete troppo ne troppo poco, leggete i libri che ho scritto qua ma anche quelli che vanno a voi. Un abbraccio.

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Di Golem e dei.

coverLa nostra contemporaneità intellettuale, il nostro insegnamento universitario, saggi e libri di critica sulla storia della letteratura ci raccontano a lungo e con gusto del postmoderno e delle sue varie componenti alchemiche: l’ironia, la scomparsa dei generi o la loro ibridazione, la metaletteratura e i piani di lettura. I numi tutelari di Borges e Calvino ci guidano, il loro nome scritto su un foglietto e inserito nella bocca di argilla. Poi però, a guardarsi intorno, sembra che girino tutti a caso. La biblioteca immaginaria e la mappa dell’imperatore sono metafore utilissime quando si parla di Amazon o Maps, e Italo avrà detto sicuramente qualcosa di intelligente su questo o quell’argomento quando serve. Nella mia infinita pigrizia e arroganza posso tranquillamente affermare di aver conosciuto questi due grandi autori da lontano, in modo distratto e superficiale, ma ho l’impressione di essere in buona compagnia. C’è chi dice che il romanzo è morto, chi che non ha mai vissuto, che la trama è inutile, che comunque sono meglio le serie televisive, chi dà la colpa a Checco Zalone (ma non faceva cinema?) e che è tutto uno schifo ma alla fine scriveranno tutti racconti perché si adattano meglio alla nostra società. Lo ribadisco. Sono pigro e distratto da praticamente qualsiasi cosa che mi venga agitata sotto al naso, ma francamente non ci capisco niente. Da qui il tentativo di approfondire la faccenda in modo autonomo, leggendo più cose che spieghino la materia di cui sono fatti i libri.

Una spinta nell’affrontare lo gnommero arriva da un gruppo di lettura (IL gruppo di lettura della Capa) il tutto a discapito della mia vita lavorativa, sociale e sentimentale. Il primo stimolo, ovviamente collaterale e imprevisto, del gruppo è Micheal Chabon. Scrittore che in questo caso considereremo come autore dei saggi raccolti in Mappe e Leggende, trascurando la sua collaterale attività di vincitore di Premi Pulitzer e scrittore di bestseller.

Visti i pesi massimi BorgHes e Calvino che aprono la recensione, non si può non pensare che abbia con loro qualcosa a che fare, soprattutto se si parla di mappe e di leggende. Sia la cartografia che la mitologia sono un modo di immagazzinare informazioni: da dove arriviamo e dove possiamo andare. Possiamo discutere all’infinito sull’autorità di chi ci ha preceduto e sul piacere di perdersi, ma queste informazioni ci sopravviveranno comunque nella nostra eredità genetica. Bisogna solo imparare come non farsi schiacciare da terabyte di dati. Comunque. Mi spiace deludervi ma Chabon non ha scritto nulla di così organico, niente manuali di sopravvivenza, ma appena qualche indizio in più per la quest.

Mappe e leggende, avventure ai confini della lettura è solo una raccolta di articoli, prefazioni e discorsi che questo simpatico personaggio ha scritto nel corso degli anni. Largamente autobiografici, questi saggi brevi spaziano attraverso tutto ciò che interessa all’uomo e allo scrittore: i fumetti, la letteratura di genere, il perché le storie ci affascinano, il lavoro dell’autore di storie, quali sono gli spazi attraverso cui si può muovere. Chabon scrive e scrive molto bene, di tante cose che piacciono anche a me (Loki e gli dei nordici, i golem e gli ebrei, le mappe del tesoro) e di cose che mi interessano un po’ meno (i fumetti) ma sempre con l’obiettivo di affermare e liberare la letteratura da costrizioni e irrigidimenti. Di volta in volta, scrivendo di Sherlock Holmes o di Queste Oscure Materie, di Cormac McCarthy o di Walter Benjamin, di a me sconosciuti fumettisti d’oltreoceano o della sua esperienza di scrittore e di lettore e di ebreo, Chabon rivendica il diritto di intrattenere ed essere intrattenuti come mattone fondante della letteratura. Invoca il giusto mezzo, l’equilibrio tra la raffinatezza e la disinvoltura di genere, ma non lo fa tramite un’immagine rassicurante e di mediazione pacifica: evoca Loki il padre di mostri, il tessitore di inganni, l’astuto e il sottomesso, l’intrigante e il risolutore, colui che avvicina e ritarda contemporaneamente la fine del mondo. Il dio con i capelli rossi figlio di una razza diversa dagli dei di Asgard, ma fratello di sangue di Odino, saggio re degli dei. La fantasia e i mostri che genera, di volta in volta paurosi, divertenti, misteriosi e rassicuranti non possono essere canonizzati e irrigiditi in un corpo d’argilla. Cosa fosse successo se dal 1950 si fosse deciso che ogni tipo di racconto dovesse essere del genere “Medico e infermiera”? Infinite variazioni sul tema, alcuni certi capolavori, ma infine nel 2016, una gran noia mortale. Tutto questo sembra assurdo, ma a guardarsi intorno sembra la normalità, nonostante tutti spergiurino il contrario. Leggendo Chabon, e soprattutto I golem che ho conosciuto, il discorso che chiude la raccolta, sembra quasi che sia molto meglio essere ingannati da chi racconta frottole, che da chi pretende di raccontare la verità. I golem sono molto utili per difendere il ghetto, ma possono rivoltarsi contro chi gli ha insegnato regole troppo severe.

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I Buoni Propositi Per L’Anno Nuovo.

In questo momento dell’anno, dopo le feste, dopo i cenoni e i pranzoni delle feste, bisognerà raccogliere tutti i pezzettini di coscienza che abbiamo sparpagliato tra il tappeto e la lavastoviglie e ricostruire una nostra specie di identità che possa andare bene per le relazioni sociali quotidiane. Anche come lettori forse dovrete organizzarvi un po’. Respirate lentamente. Guardate alla pila di libri che vi hanno regalato (o vi siete fatti regalare per Natale). Pensate ai prossimi libri che il vostro gruppo di lettura ha proposto. Meditate sulle proposte editoriali di quest’anno che è passato. Gettate in là la vostra mente verso gli appuntamenti librari più attesi dell’anno che verrà: il prossimo Strega, il prossimo Nobel, il prossimo BookerPrize o Pulitzer. Respirate nuovamente, a fondo. Sicuramente il vostro amico/a vi consiglierà quel libro che dovete per forza leggere. Cercate di rallentare il vostro ritmo cardiaco respirando con calma. Ora pensate alla vostra lista di letture personali, solo un momento, giusto per ricordarvi che è lì e incombe su di voi come la torre nera sulle notti solitarie di Antonio Dorigo. Bevete un po’ d’acqua e magari sedetevi, tranquilli. C’è tutto un anno nuovo per voi.

Io per sopravvivere, mi sono creato uno schema, una lista o meglio: una rete a maglie larghe. Mobile e flessibile, che possa darmi la possibilità di destreggiarmi, si spera agevolmente, per tutto l’anno prossimo. Sono dei buoni propositi. Cose giuste buone e sante che dovrei impegnarmi a fare, ma che so anche che farò volentieri, per non far si che le intenzioni muoiano dopo il primo mese.

Leggere più libri scritti da donne.

Prima che scoppiasse il Caso Bolognese mi ero già messo in testa che dovessi fare di più per equilibrare le quote rose nella mia libreria. Le scrittrici brave esistono. Magari sono meno, ma questo non dipende dalla qualità della loro scrittura. Non è obbligatorio, ma forse leggere un capolavoro scritto da una donna ogni tanto può aiutarci a resettare le nostre abitudini e associazioni mentali. Magari una di queste:

donne

Leggere letteratura araba.

No afghani, iraniani, israeliani, turchi, genericamente musulmani, proprio arabi. La cosa restringe il tutto a una serie di paesi in cui pubblicare non è esattamente facilissimo, per una serie di motivi diversi. Personalmente sono un grande ammiratore dei basbousa e del babaganoush, degli arabeschi e delle tende nel deserto. Ma questo non basta, ovviamente. Una civiltà che ha almeno tredici secoli di storia forse merita un’esplorazione più approfondita. Purtroppo è un po’ difficile trovare grandi autori rappresentativi, mi farò aiutare da Editoria Araba, che forse mi consiglierà uno di questi titoli:

arabi

Leggere un libro mio.

Non tutti i libri che leggerò saranno belli. C’è questo rischio. Tornerò quindi almeno una volta nel porto sicuro di un autore o di un genere che amo. Questo è il punto più facile della lista dei buoni propositi, mi sa. Anche perché è uguale al punto quattro, che dice:

Leggere più Levi più Calvino più Buzzati.

Questa è la mia lista dei buoni propositi e ci faccio quello che voglio. Gnà.

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Leggere più cose di adesso.

Ecco infatti il punto più faticoso per me. Muninn ormai lo sapete, in norreno significa memoria, e per me è molto più facile guardare indietro, anche di pochi anni, dove molta gente è già passata o lungo sentieri un po’ trascurati, per dire la mia. Il tempo fa molto del lavoro di selezione che mi impedisce di perdere prezioso tempo con letture orribili, certo, ma io vivo qua e ora. Cosa leggere? Boh. Huginn ancora non ha aperto un blog, ma ho tanti amici che ne hanno uno e sono più svegli di me.

Leggere Michele Mari.

Ho fatto un voto. Solo dopo la laurea. Un anno dovrebbe bastare.

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Sono sei propositi, non tanti, più facili da rispettare di quello che sembra e per quello forse funzioneranno. Forse. Ma la cosa bella dei propositi per l’anno nuovo è che già dal giorno dopo li puoi infrangere e chissenefrega. Tanto sappiamo tutti come andrà a finire.

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Buon Anno!

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Difendere la Terra di Mezzo.

coverQualche settimana fa è stata pubblicata da Robert McCrum sul Guardian la lista dei 100 romanzi più importanti della letteratura in lingua inglese. L’obiettivo di queste liste ovviamente non è giungere ad una conclusione definitiva sul Canone Universale, cosa francamente impossibile e probabilmente inutile (anche se sensualmente allettante) ma discutere su chi c’è e chi non c’è. Come alle serate eleganti a casa delle gran dame. Con lo stesso atteggiamento frivolo mi sono giustamente accostato all’elenco. Mi interessava scoprire qualche nuovo nome, ma soprattutto depennare con sommo piacere chi aveva già fatto una sosta sul mio comodino. Con denso godimento spuntavo uno alla volta un po’ di classici: Melville, Defoe, Golding, Fitzgerald, mentre con altrettanto piacere contemplavo la pila di carta che ancora mi attendeva, pregustando un dolce naufragare libresco…fino a che la lista finì. E un nome mancava. Ora, come ho detto sopra, è parte del gioco e del divertimento, oltre che impossibile, fare posto a tutti: niente Christie, Auster o Vonnegut e moltissimi altri. Al povero McCrum non scriveremo nessuna lettera infuocata lamentandoci che nella storia della letteratura anglofona non ci sono abbastanza capolavori scritti da donne o da minoranze etniche. Anche perché a queste idiozie ha già risposto lui QUI. Ma dall’alto scranno della monarchia teocratica che regna su Muninn, muoveremo un accusa sola, che probabilmente si perderà in un flusso di uno e di zeri.

Il fantastico, perfino le sue vette di più sublime letteratura, resta ancora fuori dal canone. Con tatto, McCrum riesce a cavarsela sempre: Orwell e Huxley scrivono dystopian novel, Gulliver è un satirical masterpiece, Gordon Pym diventa un arzigogolato classic adventure story with supernatural elements, Alice è una nonsense tale. Definizioni valide, ma che escludono a priori qualsiasi possibilità che un libro di lettura fantastica, fantasy, di fantasia, entri nel Valhalla dei libri. Non lo scrive, da nessuna parte. In quattrocento anni di storia la letteratura inglese non ha prodotto UN SOLO LIBRO FANTASY. Per dire il potere delle parole. E ovviamente a soffrire maggiormente questo ostracismo sempre più incomprensibile è J.R.R. Tolkien. Per lui non c’erano parafrasi adeguate a nascondere elfi e nani.

Trascurare la fantasia però, ha delle conseguenze nefaste: ad appropriarsi delle possibilità (infinite come la fantasia) del genere saranno altri, non per forza dotati di sensibilità estetica, o peggio, dotati di un lungimirante portafoglio, con cui investire su: gadget, spade laser di plastica componibili, figurine di plastica colorata fatte in Cina con prodotti tossici, portachiavi, film, libro del film, fumetto del film, spada del Re, fermaglio a forma di foglia di edera, videogioco, Tim Burton, la moglie di Tim Burton, Jonny Depp, maschera, panettone, prequel del sequel, pupazzo, pupazzo a dimensione naturale, libro rilegato in finta pelle di coccodrillo, drago di plastica, drago di resina con incorporato orologio, elfo con le alucce colorate. O i fascisti. E la loro autorità permetterà di rovinare il significato dei libri, come hanno fatto con Lo Hobbit, permetterà di non fare traduzioni adeguate, ma di vendere il libro tratto dal film tratto dal libro. Tutto quello che c’era da dire lo avranno detto loro. La critica letteraria serve a qualcosa, forse.

Per fortuna quindi che c’è il WuMing4, il mio preferito tra tutti i membri del WuMing, collettivo di scrittori anarchici nonché bolognesi, a tirarci fuori d’impaccio. In un paese dove i professori danno da leggere spettacoli teatrali di Sartre o biografie di Dante a ragazzini in subbuglio ormonale, c’è qualcuno che pensa a quello che fa. Difendere la Terra di Mezzo è una raccolta di saggi e articoli, alcuni inediti, che affrontano a trecentosessantagradi la materia tolkeniana. La sua fortuna in Italia e all’estero, le sue fonti, la storia delle pubblicazioni, critiche e apprezzamenti, fonti e genesi delle opere, analisi dei personaggi e del pensiero che sta alle spalle dei racconti di Tolkien. È un libro da battaglia, militante, nel migliore dei modi possibili, con la ragione e la documentazione, scritto in modo comprensibile ma approfondito, scritto con la passione per i libri che si amano. Anche nel saggio in cui affronta le interpretazioni simboliste dell’estrema destra italiana sull’opera tolkeniana, si percepisce l’insofferenza di un intellettuale, non di un ideologo, che affronta travisamenti e storpiature con la fermezza di un’argomentazione razionale. È il libro giusto da cui iniziare se volete approfondire, ricco di riferimenti alle opere minori di Tolkien, ai suoi lavori teorici sulla fiaba e la mitopoiesi, il processo di creazione di un mondo immaginario che riguarda tanto scrittore quanto lettore e che non è poi così lontano dalle più consapevoli teorie postmoderne.
L’obiettivo di WuMing4 è quello di strappare la Terra di Mezzo dalle mani dei suoi nemici, che sono innanzitutto l’oblio e la semplificazione, la trascuratezza delle analisi e i travisamenti ideologici. La raccolta rivela lati misconosciuti della personalità e dell’opera di Tolkien, o della sua immagine come ci è sempre stata presentata: un pacioso professore cattolico di Oxford con sciarpa e pipa che di fronte al fuoco ben acceso racconta storielle ai nipotini, ma che per spiegare il significato del suo romanzo cita un brano sulla morte di Simone de Beauvoir, una scrittrice e pensatrice atea. Uno scrittore che amava così tanto il linguaggio e il potere creatore del Verbo da dare un mondo alle sue parole inventate. Un mondo senza dei, dove risorse e giustificazioni devono essere trovate solo dentro di sé. Un mondo dove è facile vivere e ambientare infinite storie, ma che trova nel mondo vero, nel nostro mondo,  ragioni e conseguenze.
Come tutti i libri migliori, questa raccolta di saggi vi spingerà a documentarvi, leggere altri libri, guardare altri documentari, farvi domande e conoscere nuovi autori che non avreste mai pensato di incontrare. La Terra di Mezzo è tanto vasta, e gli spazi lasciati vuoti sulla mappa sono ancora molti. Prima che vengano lottizzati e venduti al miglior offerente, imbracciate un libro e lottate.

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Preparativi III.

agataÈ giunto infine agosto, che porta con se obblighi imprescindibili. Questi mi costringono a spolverare Muninn, blog a lungo riposto sopra quell’armadio in cantina insieme alle valigie, a un soprammobile a forma di gondola, un paio di libri finti di plastica con lo scomparto per nascondere i gioielli, una moneta da cinquecento lire, della polvere, Gente del febbraio 1994, due comunità di acari in lotta tra loro da tempo immemorabile, due calzini spaiati, il Piccolo Popolo, una trisa, polvere

coff coff coff

la polvere, tantissima, dovuta a settimane di trascuratezza, accumulata su strati e strati sovrapposti come colate di nubi piroclastiche che formano pinnacoli svettanti e montagne di oppio. Fissando i canyon e gli strapiombi della catena montuosa di microparticelle quasi perdo me stesso, dimentico, nell’oscurità della cantina, delle onde spumose che si rifrangono molli e dense sulla spiaggia a migliaia di chilometri dall’armadio impolverato. Ma eccolo Muninn! Forse ancora respira, lo schiaccio con un dito, esce un suono come quello dei giochi per bambini, un fischio soffocato. Che pena mi fa. Lo pulisco un poco, è tempo di rivedere il sole, là fuori. Là sulla spiaggia le onde sono cresciute e una donna in costume che regge il coperchio di una bara ci fissa. È una spiaggia sudafricana e la donna è Agatha Christie che ci chiama…sorride…le sue labbra scandiscono una breve frase, poche parole…ogni…patate…no…i coni…no…Agatha mi sta dicendo…

CONIGLI PER LE VACANZE!

Che per chi non lo sapesse sono i libri che mi propongo di leggere in agosto, a volte baro, a volte mi dimentico, a volte mento, l’importante è che questo post esista. Cominciamo.

Il vagabondo delle stelle – Jack London

Ho già cominciato a leggerlo, ed è bello. Con la sua voce un po’ da filosofo e un po’ da imbonitore, da predicatore che legge la Bibbia e da romanziere che crede solo in quello che inventa, London prima ci chiude in un buco e poi ci libera, leggeri di volteggiare tra le stelle, vestiti di bianco, tra mille vite e mille sogni, a cavallo di una giumenta selvaggia come il piccolo Nemo.

Lo straniero – Albert Camus

Mi ronza nella testa da quando ho visto un film sulla Guerra d’Algeria, è un libro di un mondo che non esiste più e per quanto è esistito ha avuto le stesse solide basi di una fata morgana, un miraggio nel deserto. L’unica cosa che so è che Camus ha letto Moravia e gli è piaciuto.

N-W – Zadie Smith

Basta uomini. Come se le femmine fossero capaci di scrivere solo romanzi rosa. Faccio questa cosa proprio perché voglio più donne sulla mia libreria senza sciocche quote rosa. Voglio sempre il meglio, solo con le tette. Ho chiesto e mi hanno risposto lei. Lei è giamaicana, ma vive nella Londra multipla di oggi.

Triologia di New York – Paul Auster

In qualche modo devo tenere viva la vena calviniana che si è aperta senza leggere Calvino. Ho sfogliato le pagine di questo libro e i personaggi sfogliano un libro di Paul Auster. Che il trip abbia comincio. Fantasmi e grattacieli di cristallo, da leggere per forza quando al luce del sole è più intensa.

Poirot a Styles Court – Agatha Christie

L’estate è giallo. Lei è gialla. Poirot è belga, non francese.

Il caso – Joseph Conrad

Ha la copertina gommosa. Non so cosa stiano facendo quelli di Adelphi ai loro tipografi ma mi piace. È un po’ che io e Josip non ci vedevamo, io porto da bere, lui porta Marlowe, che ha fama di buon narratore. C’è una barca, è buio. Una storia d’amore. Non ho bisogno d’altro.

Unastoria – Gipi

Cosa c’è dentro le pagine di questo fumetto di cui tutti hanno parlato? Le parole sono tante, sono importanti e sono scelte. Un altro buon motivo per leggerlo e dire qui che lo faccio. L’unico problema sarà che finirà troppo in fretta, come al solito. Il più grande difetto delle graphic novel è che sono sempre troppo brevi.

Muninn e io vi salutiamo, vi diciamo ciao, vi diciamo cra. Scivoliamo lontano dalle vostre bacheche per un altro po’, con il solito carico di promesse per il prossimo anno lavorativo. Buone vacanze, buoni conigli a tutti.

Stay cool, stay cra.

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Ascoltare per scrivere.

È la prima volta per me attraverso il parco e oltre l’arco. Non ero troppo sicuro nemmeno che esistesse, una parte del centro di Milano verso nord-ovest. Dopo il lungo percorso a piedi dalla Sormani al parco Sempione, in mezzo alla gente turisti giacche e cravatte, e sotto al sole, sono già sudato e tocca fermarmi a far traspirare un po’ di vapore acqueo. All’ombra di una sequoia idrofila mi fermo e sollevo gli orli dei pantaloni, per portare un po’ di refrigerio alle caviglie; non posso certo arrivare sudato. Guardo nel laghetto pieno di pulcini di gallinelle d’acqua, cosini spiegazzati che pigolano sulle esili zampette. Scopro infine che il parco non ha né cardi né decumani ma si interseca in una follia di strade concentriche, o almeno folle per me che mi ostino a percorrerlo in linea retta. Attraverso svariati prati, gruppi etnici e tribù giovanili: tizi con le trecce, ragazzi filippini tutti con gli stessi occhiali e ragazzi italiani tutti con lo stesso taglio di capelli.

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Una foto molto recente dell’arco di trionfo di Milano.

Dopo almeno un’altra pausa traspirazione, arrivo a destinazione. È un vecchio e grande palazzo con un vecchio e grande portone, hanno appena aperto la porticina e io mi infilo subito dentro, dietro a un signore con la camicia a quadri che sembra molto sicuro del fatto suo. Sorrido e saluto, contento che non mi abbiano chiesto nessuna parola d’ordine. Vecchie scale e ascensore nuovo. Non mi ricordo il piano, quindi scale. Scale che sono già occupate da una serie infinita di cartonati di Patterson e Cussler che mi sorridono marpioni PIU’ SUSPANCE! PIU’ AZIONE! sono dei bravi cartonati, fanno il loro dovere. Ogni pianerottolo è una stazione sulla via crucis della mia curiosità: ogni volta che leggo “Salani” o “Longanesi” devo trattenermi dal nasottare oltre gli stipiti che mi porterebbero fuori dalla tromba delle scale e dentro posti dove si sta ancora lavorando. Giunto infin’ al quinto cielo che fui, entro in una piccola saletta, tutta bianca e semivuota, prendo posto e attendo.

Sono qui perché mi hanno invitato, per motivi a me ignoti, a: “Domande e risposte. Autori esordienti pubblicati da importanti editori rispondono a domande e consigliano cosa fare/non fare per essere pubblicati” che è la lezione conclusiva di un corso di scrittura organizzato da GeMS.

Nonostante io abbia una certa allergia nell’incontrare autori che parlano dei loro libri, la serata è stata molto bella. Probabilmente perché dei loro libri hanno parlato pochissimo e molto di più di come hanno fatto a scriverli. Quattro autori quattro esperienze e quattro libri diversissimi tra di loro, la varietà di toni e di impegno e una buona regia hanno fatto scivolare via le due ore di incontro.

Alice Basso, è editor di una piccola casa editrice di Torino e ha scritto questo, dice che tende ad essere logorroica anche quando scrive, lo fa soprattutto perché gli piace farlo e scrive quello che piacerebbe leggere a lei. Vorrebbe leggere, ma i libri si accumulano sul comodino. Il suo libro parla di persone che lavorano coi libri (dice anche che vanno molto, ultimamente).

Stefano D’Andrea ha scritto invece questo e nella vita scrive cose su Facebook. Io seguo già la sua pagina, il gatto morto: ogni giorno una foto del suo gatto. Ha smesso di leggere quando si è accorto che voleva vivere veramente e che copiava soltanto quello che leggeva. Scrive di quello che lo circonda, in questo caso, bambini.

Giuseppe Marotta ha fatto per tutta la vita concorsi pubblici e concorsi lettarari, alla fine gli è andata bene: lavora come ufficiale giudiziario e ha raccolto qui tutte le sue esperienze sulle ingiunzioni di sfratto. Gira con il taccuino e scrive nei momenti liberi dal lavoro.

Lavinia Petti è una neolaureata in Islamistica, insegna italiano ai ragazzini stranieri e ha scritto le prime pagine del suo libro a diciassette anni. 17. Ama fare ricerche e studiare per raccogliere tutto il materiale che poi riverserà nella scrittura. Vuole insegnare e scrivere.

Alice ha detto una cosa molto interessante, su cui anche gli altri hanno convenuto: tutti scrivono anche quando non stanno scrivendo. Sono più o meno attenti osservatori della realtà, da cui suggono l’energia da instillare nei loro personaggi, che altrimenti sarebbero morti come la carta su cui scrivono. Magari una situazione, una smagliatura nel mondo reale possono risolvere la pagina del mondo fittizio. C’è chi fa ricerche, chi guarda gli amici con figli, chi registra i racconti di uno sfrattato e chi fa ricerche storiche sui nomi che dovrà usare, ma tutti guardano e osservano prima di scrivere.

Fuori intanto, sopra i tetti coronati dai comignoli, cominciava il temporale.

Alcuni stanno più attenti a organizzare una struttura e dei personaggi coerenti, mentre altri lasciano che la materia si accumuli per poi passare ore ore e ore a limare, correggere e variare cercando di arrivare alla propria perfezione. Stefano Mauri (proprio lui) a un certo punto interviene citando Terry Pratchett (proprio lui) per sottolineare il delicato lavoro degli editori: «Un secchio di merda è un secchio di merda e un secchio di whiskey è un secchio di whiskey. Ma se io metto una goccia di whiskey nel secchio di merda rimane sempre un secchio di merda, se io metto una goccia di merda nel secchio di whiskey diventa un secchio di merda». Rivolgete la metafora verso i lettori invece che verso l’editore e vi verranno in mente tanti secchi di liquore dal sapore un po’ strano.

Il lettori appunto, non c’erano, e non c’erano per il semplice motivo che la serata era “Domande e risposte. Autori esordienti pubblicati da importanti editori rispondono a domande e consigliano cosa fare/non fare per essere pubblicati” e non un gruppo di lettura. O meglio, erano quasi tutte persone che leggono, credo, spero, ma nessuna che in quel preciso istante fosse lì presente come lettore. Per me quindi, Superlettore (non dico sciocchezze ho un diploma di quando avevo 12 anni), è stata soprattutto una splendida occasione per spiare cosa fanno quelli dall’altra parte della barricata. Osservare e vedere come siano mille le sfaccettature e i gusti non solo di chi legge, ma anche di chi scrive e che molto spesso non ha esattamente me come lettore ideale. Ma qualcun’ altro.

Questa storia del pubblico e del lettore di riferimento sembrava però non interessare più di tanto gli alunni del corso appena finito, le cui domande erano molto più specifiche e circostanziali: «Qual’è stata la tiratura del vostro primo libro?» «Come avete fatto a contattare l’editore?» «Avete da consigliarmi un’agenzia per correggere le mie bozze?» «Avevate una lettera di presentazione?» non sapete quanto mi sono sentito fuori posto (anche giustamente) a chiedere agli autori che rapporto avevano con i libri degli altri e se leggevano mentre scrivevano.

Il temporale fuori era finito, intanto, e i comignoli coronati luccicavano di pioggia.

Finita era anche la lezione, alcuni sono immediatamente fuggiti per non prendere altra acqua, altri si sono fatti firmare delle copie, io mi sono aggirato un po’ tra tutti questi sconosciuti cercando di acchiappare brandelli di conversazione. Ho provato a fare qualche domanda agli alunni, ma sono scappati velocissimi appena ho detto di avere un blog. Ho dovuto tenacemente resistere alla tentazione di rubare un libro da uno scaffale pieno di Guanda mentre nessuno guardava e mi sono infine deciso a scendere le scale, dove Patterson e Cussler mi aspettavano fedeli al loro posto.

Durante il percorso verso la metropolitana ho riattraversato il parco molto più buio, mi sono apparse teste di orso giganti e corridori filosofi. Per decomprimermi ho osservato a lungo i movimenti della colonia felina del Castello e poi giù, sotto terra. Finisce qui un altro articolo di Muninn che non è una recensione, ma resoconto di un piccolo volo lontano da casa, chissà se mi inviteranno ancora, chissà se avrò altre domande da fare.

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Infin che’l mar fu sovra noi richiuso.

se-questo-è-un-uomoNon è un caso che uno dei momenti che restano più impressi leggendo Se questo è un uomo di Primo Levi, sia l’undicesimo capitolo, dove Levi insegna a Pikolo l’italiano con il XXVI canto dell’Inferno. Dopo una recente rilettura (la prima è quasi certamente liceale) ne ho discusso animatamente con amici e compagni d’università. Consideravo meraviglioso che un chimico torinese potesse non solo aver mandato a memoria un intero canto della Commedia, ma che potesse ricordarsene in una situazione simile, utilizzarlo come testo scolastico e farne addirittura l’esegesi, spiegando a un ragazzino le sottigliezze dell’inversione. Una profonda e tremenda vergogna di non saper fare lo stesso, nonostante i miei proficui studi letterari, mi ha preso allora una volta di più e non mi ha ancora lasciato.

Ma perché – direte voi – scrivo qui di piccole faccende umanistiche? E non piuttosto del valore civile umano e storico di questo libro? Perché credo questo mio stupore sintomo di qualcosa di più profondo e sincero: l’unico vero momento di emozione e poesia del libro. Le parole di Dante, così belle e giuste sempre, smozzicate e mutile che prendono nuova consistenza e peso, universali ed eterne come il mare che si richiude sopra Ulisse. La fretta di spiegare tutto prima che il turno finisca, di tradurre, di sforzare il pensiero da troppo tempo obbligato al chiodo fisso della fame, la gioia e la passione di condividere una cosa che per un momento torna a galla dalle profonde e nere acque dove era stato sommerso, per costrizione e per sopravvivenza. Prima che l’oceano torni ad affogarle.

Tutt’intorno al capitolo i numeri e le cose. La scrittura di Levi è chiara e razionale, ma questo non gli impedisce di utilizzare al meglio il suo naturale talento e l’affetto per le umane lettere, rimuovendo la passione. Tutto il resto è fatto di cose. Se non fosse per il taglio narrativo e l’intenzione di voler essere una storia che si può raccontare e raccontare ancora, Se questo è un uomo resterebbe come freddo resoconto, quasi lucido e distaccato. Si propone come analisi sintetica di un esperimento sociale perché non c’è più spazio per il patetico, la commozione, il pianto, la sofferenza trasmessa al lettore. Le donne e i bambini sono scomparsi all’inizio del libro, e così i deboli. Non ci sono più lacrime per piangere, le ghiandole lacrimali sono disseccate come i ventri e le carni. Gli uomini sono stati reificati: dopo il ritiro delle SS dal campo, Levi fruga tra le baracche per cercare strumenti e cibo; dentro un magazzino c’è un cadavere, che in quanto tale viene incluso nell’inventario dei ritrovamenti come se fosse – perché quella è ormai la sua essenza – non un morto, ma una cosa senza valore, trascurabile.

Nel 2015, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la Giornata della Memoria è diventata istituzionale ed è uno dei pochi eventi culturali che, inseriti pienamente nel circuito economico e di intrattenimento, riesce a conservare la sua piena forza. I fatti, le storie e le persone sono state e continuano ad essere raccontate e ricordate in ogni modo possibile a tutti i livelli, dal pop alla filosofia e alla ricerca storica. Shindler’s list, Il bambino con il pigiama a righe, e molti altri validissimi prodotti di consumo culturale che coinvolgono e commuovono lo spettatore e il lettore con eroi e carnefici, vittime e codardi, sono fruiti universalmente e condivisi. Ma la storia e il modo in cui questa storia è raccontata da Primo Levi che l’ha vissuta, rimane forte e resistente, necessario contrappeso al coinvolgimento emotivo: una riflessione che ad un certo punto deve giungere ad essere fredda e distaccata, una riflessione intellettuale sugli abissi di nulla e indifferenza materica a cui può arrivare l’uomo. Non orrorifici abissi di sangue e oscurità, ma grigie distese di fango e baracche, dove si agitano manichini senza vita, mentre una musica da marcetta suona ininterrottamente. Non la violenza, ma l’indifferenza. Non il disprezzo ma il considerare un essere umano come cosa altra da sé, che non può neppure essere giudicata sulla nostra stessa scala di valori. Come tante volte si è scritto e detto, un numero.

Primo Levi racconta come i carcerieri più terribili non erano le SS, lontani e serafici come cherubini di guardia alle porte del Paradiso o i criminali comuni, ma gli altri ebrei, gli altri prigionieri, che per istinto di sopravvivenza o per semplice sadismo dovevano dimostrare di essere degni del loro ruolo di kapò. Nel gigantesco esperimento sociale dei campi di concentramento gli studiosi nazisti arrivarono a fare una grandiosa scoperta, di cui neppure loro furono consapevoli forse. L’umanità è un tratto che si perde molto velocemente e facilmente, senza bisogno di farmaci o cure, in qualsiasi momento un uomo, qualsiasi sia la sua razza, estrazione sociale, cultura, partito, religione, può trasformarsi in macchina, in numero, in parola. Questa la colpa, non aver ucciso, rubato, violentato. Ma aver dimostrato che si può rimuovere ciò che ci rende umani, fino a suscitare nell’osservatore la domanda: è questa cosa della mia stessa specie? E infatti l’unica voce umana che si alza dice:

Considerate la vostra semenza

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Leggere per leggere.

È la prima volta per me nella piazza dentro e sotto al grattacielo. Dopo il lungo tragitto sotterraneo nella metropolitana, il nuovo profilo milanese si staglia immenso subito fuori dalla stazione di Garibaldi. Salendo lo scalone, tra persone affaccendate o immerse in qualche oscura attività privata, si consolida la convinzione che sia tutto molto bello. Nonostante tutte le possibili critiche, corruzioni, preferenze personali per gli alberi invece che per vetro cemento e acciaio, là sotto è tutto molto bello, nuovo, pulito, anche i gruppi di latinos che si ritrovano sotto le arcate di metallo sono puliti, nuovi e semplicemente belli. Ci sono persone che leggono, il palco viene allestito nella parte di piazza che emerge dalle acque. L’impressione del luogo lascia lentamente il posto al freddo che lievemente aumenta portato dal vento continuo e non mi lascerà mai più nel corso della serata. Non è più Milano ma una città del nord, nuova e scintillante quella in cui mi aggiro, curioso tra i capannelli di bambini che partecipano a laboratori, ascoltano e creano storie, uomini della sicurezza in nero e semplici passanti. Cose aldilà del limitare della piazza che sfuggono allo sguardo della memoria. Uomini leggono. Topi pure.

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Un noto scrittore di libri per l’infanzia presente all’evento. L’unica foto, non mia. Quelle del mio cellulare fanno schifo.

Mi trovano infine le persone con cui passerò il resto della serata e avanti e indietro tra la piazza il palco e il RED Feltrinelli stringiamo mani, facciamo domande, ci danno spiegazioni. Vagabondiamo ancora un poco tra il dentro e il fuori, conosciamo uno dei tecnici che ci fornisce le ciabatte, mangiamo, conosciamo il presentatore della serata. Mentre si parla e ci si prepara giro tra gli scaffali e guardo i libri, è per quello che siamo qui, no? Brindo ad Hemingway, io stringo una birra, lui un pescespada. Per terra un bambino si rotola con un libro sui treni, ci tiene a farmi sapere che è bello. Annientamento mi attira sul banco delle novità, da settimane si vocia del libro e una copertina così bella mi convince della ineluttabile necessità di acquistarlo. Libri sull’ISIS. Molti libri di cucina, pile che si spostano per far spazio ai tavoli per l’aperitivo. C’è tanta gente. Fuori, gli insegnanti precari vestiti a lutto onorano con lumini rossi la morte della scuola pubblica.

Si comincia e ci hanno già rubato le sedie, sedie di cartone, gentilmente le chiediamo indietro. Colleghiamo tutte le nostre sofisticate apparecchiature alle ciabatte e si comincia. Lo spettacolo, l’evento, non si può dire non riesca. Nel nostro piccolo angolo milanese, ancora più piccolo sotto le guglie di vetro, ci sono bravi interpreti, ognuno fa la sua parte: chi legge chi suona chi presenta chi recita. Ogni tanto l’evento madre fa interferenza con noi, che siamo pochi, ma dopo l’interruzione se ne va, lasciandoci alla tranquilla intimità della nostra famiglia improvvisata, scossa dal vento. Passano dei libri, incipit del Deserto dei Tartari e un folgorante brano de Lo Straniero. Degli ospiti citano le loro avventure coi libri, di Nicolai Lilin ricordo che ci vuole a tutti molto bene. Arrivo al punto che spero tutto finisca molto presto quando comincio a tremare. Sono l’incarnazione dell’impreparazione climatica.

Non come i miei compagni di viaggio, esperti e convinti. Li saluto, sono tutte brave persone e ognuno ha qualcosa di interessante da dire e magari diverso da quello che dico io: lei, lei, lui e lei. Che sono Giorgia, Patrizia, Luca ed Emanuela ma non ditelo che sono in incognito.

E poi tutti fuggono, che è tardi, che fa freddo. Parlo con un ragazzo liceale che è stato in prima fila tutto il tempo, mi piacerebbe ritrovarlo e ritrovare gli studenti di Scienze Politiche che mi hanno dato del vino. Ma bisogna andare che che c’è la metro da prendere. No, prima un tè caldo, salvifico. Il lento ritorno a casa, parlando dei misteri della dirigenza universitaria con una tipa tostissima e ovviamente di libri, perché Savinio sai, è molto meglio quello dei racconti, è un genio. Comincia poi da qui la lenta riflessione sui fatti da poco avvenuti, sulla serata e tutto il resto. Prima che il sonno si appropri di me c’è ancora spazio, poco, per cominciare 1Q84 che è così bello che leggo tutto il primo capitolo.

Il giorno dopo. Penso alle persone che ho incontrato e al loro lavoro, da cui ho di sicuro imparato qualcosa, nel bene e nel male. E guardo distratto il disastro dell’evento. Il 2,73% di share non è certo un buon risultato. Il giorno dopo sono quasi tutti d’accordo nel dichiarare fallimento. Tranne organizzatori e messaggeri. Chi ha partecipato e si è impegnato a distribuire libri che altri avevano scelto per lui raccoglie e cerca di mostrare i risultati del suo impegno, mentre i topi abbandonano la nave. Allora faccio l’unica cosa che sono capace di fare: leggo.

Leggo l’articolo di Aldo Grasso. Mi immagino il ghigno sdegnoso di chi dice quelle parole al telefono.

Leggo, in tre giorni, con una lunga pausa grigliata, il meraviglioso, bellissimo, e interminabile articolo di Nicola Lagioia su Internazionale. Che poi non fornisca soluzioni realistiche alternative è un altro discorso, andate a leggere i nostri commenti più sotto e ve ne farete un’idea.

Leggo Andrea Vianello, direttore di Rai 3, che difende le sue scelte.

Leggo 1Q84 alla sera prima di andare a letto.

Sabato sera, in un pub, parlo di libri con i miei amici che mi chiedono com’è andata e cos’ho fatto io. Non so rispondere a nessuna delle due domande e quindi rispondo che ho conosciuto tanta gente interessante, ho scritto dei tuit. Scopro però che un mio amico ha appena cominciato a leggere una delle mie serie di libri preferite: le avventure di mare del capitano Jack Aubrey. Suo papà li ha tutti. E che invece un altro è stato sul punto di comprare Annientamento su Amazon, lo stesso libro a cui ero arrivato io, per vie completamente diverse. Nessuno ha guardato il programma giovedì.

Perché?

Mario Soldati intervista i venditori ambulanti di libri di Pontremoli, grida e si dimena contro “la mala cultura del prestito” che danneggia i poveri venditori i quali – dicono loro – sanno riconoscere un buon libro senza leggerlo. Fa finta di vendere libri ad Arenzano, a una signora che ne chiede per suo figlio in prima elementare lui dà Dante e Petrarca. Per fortuna alla fine ci lascia tutti con un pensiero realistico: l’unico modo per indurre il popolo alla lettura è sollevarlo dalla fatica del lavoro.

Tante persone che conosco, che leggono e che comprano i libri, che scrivono blog e recensioni non sono neanche stati sfiorati dall’idea di partecipare. Nonostante l’impegno e il coinvolgimento di biblioteche, librerie, lettori, sembra che gli effetti del mega evento siano ridotti. Quanto si sta parlando dei libri regalati? Quanto aumenteranno le vendite dei libri? Leggeranno Gadda o la Mazzantini? I libri sono stati veramente il centro dell’evento? E’ possibile un evento fatto da lettori accaniti? Tutti insieme, seduti, sdraiati nella piazza a leggere ognuno un libro diverso, in silenzio.

Annientamento, magari grazie ad un algoritmo di Amazon che propone letture simili ai precedenti acquisti, è arrivato al mio amico. In biblioteca ogni tanto arrivano persone che non sanno neppure che i libri si possono prendere in prestito gratis. In biblioteca si possono prendere in prestito gli e-book. Ma ci sono zone d’Italia dove librerie e biblioteche proprio non ci sono o sono vuote. Dove esiste l’analfabetismo di ritorno. Insomma, io sono tornato a casa dall’evento di piazza Gae Aulenti contento, non ha fatto schifo come molti hanno detto. Eravamo un po’ più belli dell’evento principale, forse. Ma mi resta il dubbio forte che si possa fare in modo diverso, prima l’impegno profondo e in tutti i campi della formazione e del consumo culturale, gli hashtag poi seguiranno, non il contrario. Altrimenti avremo ancora Soldati che gira per l’Italia ma twittando #Libri #Dante #Commedia #Inferno e una distesa di bambini delle elementari che dopo averlo guardato, se ne tornano a giocare a Minecraft sui loro smartphone. E’ stato un esperimento, un tentativo, un’esplorazione. Bravi a chi si è impegnato e bene per le idee giuste, ma c’è ancora tanto da fare.

Lettore o non-lettore, sei curioso di scoprire che opere sono Il Deserto dei tartari, Lo Straniero, 1Q84, Annientamento e chi sono Dante, Hemingway e O’Brian? Prova a leggere.

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