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Fuga nel buio.

louis-ferdinand celine viaggio al termine della notte corbaccio collana scrittori di tutto il mondo-1Sono appena tornato da una lunga passeggiata giù in città, vicino al mare. Siedo sudaticcio sul letto, portatile in grembo, la finestra spalancata, la voce delle rane fa grrrra grra grra da qualche parte dove è umido. Ho camminato a lungo insieme a mio fratello sul lungomare, passando veloci attraverso folle numerose, luci colorate, imitatori di Ligabue. Il mare, immobile e nero che assorbe tutte le luci della costa, alla nostra sinistra mentre risalivamo. Migliaia di storie dai fili intricati si svolgevano attorno a noi veloci viaggiatori, tutt’altro che disattenti: nella notte già matura ogni faccia sotto i lampioni racconta una storia importante, così importante da riflettere le nostre e rimandarcele indietro svuotate, e riportate alla loro sostanziale miseria, piccolezza. Tutti inseguono qualcosa nella calda e umida notte estiva e noi passiamo attraverso alle loro piste odorose, ininfluenti sul tragitto tra il cane e il suo tartufo. Siamo rientrati presto, la nostra meta questa volta era casa e niente altro, ma non ho potuto non pensare all’ultimo romanzo letto. Non saprei dire se il libro è arrivato a me proprio nel momento in cui avevo la giusta predisposizione umorale, oppure se tutto è una suggestione fantastica provocata dal libro stesso. Ma sicuramente è lui che mi ha riportato a scrivere e a raccontare, dopo troppi e lunghi giorni. Per un po’ mi accompagnerà: adesso, e per chissà quanto tempo, camminando da solo o con altri in silenzio lungo le notti affollate e solitarie delle nostre città, penserò al meraviglioso viaggio nelle notti come questa.

Quello di cui sto scrivendo, assieme a Moby Dick e a chissà quanti altri, è il tipico libro di cui puoi trovare citazioni ovunque, ma che difficilmente viene letto. Io, per mio conto, confesserò di essere tornato al titolo proprio grazie a una citazione, quella che apre La grande bellezza. Ma non importa il come il dove, importa solo il riverbero che le pagine mi hanno lasciato addosso. Seguitemi allora nella notte, non quella densa e organica dei boschi profondi, ma quella piena di luci, odori e rumori della città, mentre Louis-Ferdinand Céline mi precede. Prendete fiato e lasciate una traccia, perché c’è il rischio di perdersi.

Viaggio al termine della notte (Corbaccio, pp. 553, euro ***, trad. Ernesto Ferrero) è esattamente quello che dichiara di essere: un viaggio, declinato contemporaneamente in tutte le sue possibilità. Parte dalla Francia fatta di villaggi che bruciano nella Grande Guerra, fa sosta nei sanatori appena inventati per curare le ferite della mente, scappa lontano, in Africa, per sfuggire alla miseria materiale e morale postbellica solo per scoprire che la miseria è una malattia dell’animo umano e si può trovare in ogni parte del mondo. Nei sobborghi puzzolenti che Parigi fagocita alla campagna, lungo un fangoso fiume tropicale, nelle gioiellerie sotto la Madeleine, nelle fabbriche della Ford a Detroit e tra le guglie di pietra di Manhattan, nella pulciosa provincia francese, nelle case dei ricchi, nelle umide catapecchie dei poveri e nelle ancora più miserevoli case di una piccola borghesia che è la classe più povera di tutte, Ferdinand Bardamu viaggia ma non cerca più niente. Non vuole raggiungere il termine della notte, perché sa che non può raggiungerlo, sa che l’unica cosa che può fare è immergersi sempre più nella notte più nera, quella della sua anima. E allora si sovrappone un altro viaggio, dove i luoghi reali, animati e agitati dalla forza devastante dell’argot si crepano, mostrando la loro natura profondamente onirica, in un gioco infinito di specchi, che annulla la differenza tra verità e finzione, tra confessione e invenzione narrativa. Non c’è nulla, se non il sospetto, la leggera sfasatura e incomprensibilità di certi passaggi a svelarlo, a voi il gusto di trovarlo, di capire quando, mentre galleggiate tranquilli nel flusso ritmato della scrittura Céliniana. Una serie stupefacente di doppi, pseudonimi, somiglianze, che non vengono e non devono essere spiegate o rese coerenti, perché creano l’incredibile e quasi incomunicabile magia che avvolge questo libro. Louis Destouches, Louis-Ferdinànd Céline, Ferdinànd Bardamu, e poi altri ancora: medici per davvero, dentro e fuori dal libro, scrittori e mentecatti, perdenti in partenza perché il loro obiettivo masochista è proprio la sconfitta, verso un abbruttimento totale e umano.

Questo libro non parla di niente, non vuole arrivare da nessuna parte, perché tutto è niente. Vuole solo scappare da dov’è appena arrivato, come tutti i personaggi che vi incontrerete dentro. Voi allora non fate resistenza, voi lettori lasciatevi andare e guidare tra bestemmie e immagini di poesia struggente, tra crimini di una bassezza e di uno squallore da non meritare neppure una pena e generosità di bontà vera, come chiatte lungo i canali che tagliano la pianura francese, seguendo la corrente.

Cosa vi lascerà? Non so. A me ha lasciato una tremenda voglia di fuggire, e poi tornare, all’infinito, inseguendo la notte.

 

Notre vie est un voyage

Dans l’Hiver e dans la Nuit

Nous cherchons notre passage

Dans le Ciel où rien ne luit

                             Canzone delle Guardie svizzere, 1793

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Un blocco di granito.

coverPlick plick plock plick plick plick plick plick plock plick plick plick plick PLICK PLICK PLICK PLOCK PLICK PLICK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCK PLOCKPLOCKPLOCK fa la pioggia sui tetti di Parigi. L’acqua cade veloce, rimbalza sulle lamiere di piombo, scende nelle gronde, riempie gli scoli ai bordi delle strade. Scorre schiumando dai colli alla Senna lungo i grandi boulevard, oppure giù nelle buie gallerie del sottosuolo parigino. Piove sui giusti e sugli iniqui. Ma non piove su poeti e scrittori, su pittori e scultori, su intellettuali e mercanti d’arte. Nelle loro opere la pioggia è un sentimento, è lo spleen è l’angoscia e lo struggimento romantico, la cappa di depressione tanto produttiva e creativa. Piove invece sui ladri, sugli assassini, sugli operai delle fabbriche tessili, sui reduci di guerra, sugli immigrati clandestini. E sui commissari che fanno la posta. L’acqua gelata appesantisce il cappotto e sforma il cappello, anestetizza le estremità. La stufa calda nell’ufficio, all’asciutto, è un bramoso miraggio. Piove soprattutto sui commissari della Polizia Giudiziaria in appostamento e che non odiano niente di più della pioggia e del freddo. Si, su di loro piove veramente.

Pietr il Lettone (Adelphi, euro 10, pag. 163, traduzione Yasmina Mélaouah) è il mio primo umido incontro con il commissario Maigret ed il primo incontro tra un autore e il suo personaggio:

Forse avevo bevuto uno, due o anche tre bicchierini di ginepro con una spruzzata di bitter. Sta di fatto che un’ora più tardi, quasi vinto dal torpore, cominciai a vedere dinnanzi a me la massa imponente e impassibile di un signore che – mi parve – sarebbe stato un commissario accettabile. Nel corso della giornata aggiunsi al personaggio qualche accessorio: una pipa, una bombetta, un pesante cappotto con il collo di velluto … e gli concessi, per il suo ufficio, una vecchia stufa di ghisa.

E non saranno molte di più le comodità che Georges Simenon concederà al suo uomo. Il suo primo giorno di servizio tra le pagine, Maigret si prende una pallottola in corpo, perde un collega, rischia di morire un paio di volte e di ammalarsi di polmonite un altro paio. È grosso ma non lo si può dire agile o esperto di arti marziali. È intelligente ma è l’istinto e non il ragionamento logico-deduttivo a guidarlo. E’ un investigatore francese. Nessuna traccia del caro Holmes nei suoi modi di fare burberi e quasi rozzi.

Lo stile di Simenon è quasi estremo: nessun orpello letterario, ma l’essenzialità della materia bruta. I capitoli corrono incalzanti, nulla è superfluo, banale o digressivo, neppure i titoli. Il ritmo dato alla narrazione da questo ascetismo estetico è teso e pronto a correre non appena la storia accelera bruscamente. Nelle scene d’azione i periodi si contorcono e si spezzano, se Maigret non si rende subito conto di cosa succede perché dovrebbe farlo il lettore?

Ma non è il personaggio, così bello, o lo stile, così giusto. E’ il perché. Per la prima volta il fuoco non viene messo sul come è avvenuto un crimine o su chi lo ha commesso. Maigret si chiede, da uomo, perché altri uomini abbiano commesso un delitto. E sono solo uomini, banali e comunissimi relitti, non le esaltazioni letterarie di Miller o Baudelaire. E forse è questo a renderli così pieni, così vivi. Seguiamo il commissario dentro grigi quartieri operai o nella ancora più grigia provincia francese, tra le case di vecchi e nuovi ghetti e lungo scale di condominio che puzzano di cavolo rancido. O in un albergo degli Champs Elysees. La puzza di marcio c’è anche lì. Ma noi sempre dietro al nostro gigante di pietra, immobile e silenzioso in mezzo al mondo confuso e sotto la pioggia. Finché qualcosa non lo risvegli.

La presenza di Maigret al Majestic aveva inevitabilmente qualcosa di ostile. Era come un blocco di granito che l’ambiente si rifiutava di assimilare.

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Un gran bastardo.

Sono seduto in giardino, i gatti neri che si aggirano nel mio giardino dormicchiano a ragionevole distanza, non si avvicinano se non gli do da mangiare. Penso a un modo per iniziare la recensione. Citazione dal libro? Entrata ad effetto? Scoreggia rumorosa? Scelgo il buon vecchio manoscritto ritrovato. O una roba del genere.

Qualche settimana fa ho portato i nonni alla casa in montagna. Momentaneamente senza letture e in realtà nel pieno di una bonaccia tremenda, mi fermo nella piccola ma fornitissima libreria del paese. Nonostante sia a più di mille metri sldm il negozio è ricolmo di libri da spiaggia. Tutte le sfumature possibili, edizioni imbarazzanti di vecchi classici ripudiati dagli stessi autori, tutta la scelta migliore dei libri preferiti da mio nonno (esoterismo, medioevo, storia, viaggi, fiori, fauna, armi….etc.etc.), libri di Vespa e di Veltroni. È in realtà uno dei posti in cui si fanno gli affari migliori. In mezzo a tutta la gente che vuole comprare l’ultimolibrodichicavolohascrittol’ultimolibrodaleggere, nessuno nota le cose belle e la libraia è costretta a far crollare i prezzi. Ho controllato. Un Meridiano della Dickinson ancora incartato con l’80% di sconto. Mentre giravo con le mani in tasca, ho adocchiato Tropico del Cancro (Mondadori, pp. 333, euro 9,50), di Henry Miller. Non avevo la più pallida idea di chi fosse, ma il titolo mi sembrava intrigante e mi sembrava di averlo già sentito. Deve avere qualche cosa a che fare con la geografia. Pagai un onesto Oscar Mondadori la metà del prezzo di copertina e mi buttai senza troppo entusiasmo nella lettura.

Da subito il libro appare per quello che prometteva: il racconto autobiografico di uno scrittore americano a Parigi negli anni ’30. Un baraccone di relitti umani internazionali che campano correggendo bozze o scroccando cene ad amici e conoscenti. Una selva putrescente di prostitute puttane mignotte escort principesse russe francesi pazze truffatrici. La più meravigliosa collezione di malattie veneree che possiate immaginare, ho colmato la mia ignoranza in materia e ora so cos’è lo scolo e a cosa serve un enteroclisma. Non indagate. Vino, vino cattivo, vino buono, vino molto molto cattivo, cene con champagne e caviale dopo mesi passati a pane secco. Puzza, freddo, pidocchi, cimici, presunti artisti che scrivono il romanzo del secolo. Una prosa impeccabile ricolma di parolacce e più che allusioni: ogni due pagine una chiavata, ogni due righe un cazzo e una fica. Di nuovo puttane, tutte le donne sono puttane. Ebrei, sporchissimi ebrei bastardi che fanno gli sporchissimi ebrei bastardi. I negri sono negri, ci mancherebbe, i francesi bastardi e finocchi, gli americani, conciati peggio di tutti.

Tra questi cadaveri si aggira tronfio e soddisfatto Henry Miller, Joe per gli amici, Endri per quelli indiani. Non un mero osservatore, un guardone timoroso, ma un protagonista della ridda, pronto a buttarsi nell’orgia, a rubare soldi agli amici, a scoparsi le loro donne, a farsi mantenere da delle mantenute, a farsi un altro giro di Pernod. Inframezzati da caotiche esercitazioni surrealiste piene di cani che ingoiano la città piena di dita color zafferano, gli episodi della vita del caro Endri ci scorrono sotto gli occhi, da un appartamento malconcio all’altro, da un paio di gambe all’altro, da un insulto all’altro. Pagine piene di Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Dante e Shakespeare nei loro momenti più fetenti, cose macabre e sensuali. E ovviamente Whitman.

Miller è il bambino col bastone che scava il tronco marcio, da cui può uscire solo un brulicante esercito di larve. Episodi senza connessione, se non le vie di Parigi, romanzo senza trama, se non la vita dell’autore. Questa è infatti e in gran parte è anche vera, la vita di Henry Miller scrittore e sbandato a Parigi negli anni ’30. Mentre sua moglie si prostituiva a New York per mantenerlo. Un gran bastardo. Ma un buono scrittore.

Sicuramente meglio di me, il geniale autore della lunghissima e meravigliosa post-fazione (quasi meglio del libro stesso, oserei dire), spiegherà quindi perché questo è un libro da ricordare:

“Niente prediche, solo la verità soggettiva. E in base a questi criteri, evidentemente, è ancora possibile scrivere un buon romanzo. Non necessariamente un romanzo edificante, ma degno di essere letto e suscettibile di essere ricordato poi. […] Anche se la mia sarà un’esagerazione, si ammetterà forse che Miller è uno scrittore fuori dal comune, degno di qualcosa di più di una semplice occhiata; e in fin dei conti, è scrittore completamente negativo, non costruttivo, amorale, un mero Gionata, un passivo accoglitore del male, una specie di Whitman tra i cadaveri.”

– G. Orwell

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Whiskey, sigari, e il senso di una vita.

A volte per creare un buon romanzo bastano pochi ingredienti, scelti senza troppa cura dalla credenza degli interessi più comuni e delle pulsioni elementari. Sesso, soldi, alcool, droga, morti misteriose, Parigi negli anni ’50 (ah!). Tutto questo basterebbe a qualsiasi mediocre romanzista per confezionare un piacevole prodotto d’intrattenimento. Aggiungete a tutto questo il Canada, gli ebrei, il Tip Tap, l’hockey, sigari, whiskey, comportamenti equivoci, altro whiskey, il mondo delle soap opera. Raccontate tutto questo con lo sguardo annebbiato dalla demenza senile, accompagnata dai primi sintomi di Alzhaimer, di un vecchio astioso. Il miscuglio comincia a farsi interessante. Potrebbe bastare per scrivere un buon libro, divertente e coinvolgente al punto giusto. E questo sarebbe più o meno il contenuto di “La Versione di Barney” (Adelphi, pp. 484, euro 13), caso editoriale degli ultimi anni in Italia, rinfrescato ultimamente dall’uscita del film. Ma perché allora il signor Panofsky dovrebbe piacerci così tanto?

E’ un reietto. Tanto per cominciare è ebreo, non penso servano spiegazioni. E’ canadese, la nazione col più grande complesso d’inferiorità del nuovo mondo. E’ anglofono a Montreàl, la capitale del Quebèc francioso e secessionista. E’ un alcolizzato, fatto che scatena una moltitudine di situazioni imbarazzanti. Tutto questo farebbe già nascere piuttosto un sentimento di compassione, al massimo un sentimento di simpatica condiscendenza. Quando B.P. si sbronza al suo stesso matrimonio, si sorride sotto ai baffi e si pensa: “Cosa combinerà adesso? Nudità pubblica? Affermazioni imbarazzanti? Insulti gratuiti?”. E’ accusato di contrabbandare reperti egizi tra forme di chamembert, di aver condotto al suicidio la sua prima moglie e persino di aver assassinato il suo migliore amico. Decisamente inquietante, come personaggio. Ma ci piace comunque, in fin dei conti si ghigna un sacco. Si ride quando manda lettere farneticanti ai suoi peggiori nemici, o quando li tormenta con telefonate anonime. Si ride quando mette alla prova la sua debole memoria, cercando di ricordare il nome di tutti e sette i nani. Si ride quando al matrimonio della seconda signora Panofsky si innamora per la prima volta e, ubriaco come una spugna, ci prova spudoratamente con quella che sarà per sempre la terza signora Panofsky.

Bello, bello, tutto molto bello. Eppure non è ancora tutto. Non fidatevi dei blurb, cose tipo: “Spassoso, dissacrante, si ride fino alle lacrime!”. Perché non è assolutamente vero. L’autore ha fatto entrare uno spassoso personaggio comico tra le più grandi persone di carta della letteratura mondiale. Mordechai Richler (questo è infatti il suo nome, fantastico) ha scritto un capolavoro. Non basta questo articolo per descrivere tutte le sue geniali intuizioni letterarie. Riesce a mantenere la tensione per tutto il libro, nell’attesa che il protagonista confessi. Con una fine tecnica narrativa coinvolge il lettore al massimo. Abolisce i capitoli, c’è solo una certa progressione cronologica. Spezza la distinzione tra flashback, memorie autobiografiche e flusso di coscienza del personaggio. E ciò nonostante, riesce a raccontare con una fluidità e uno stile meravigliosi. E’ inesorabilmente bravo a scrivere. Mentre racconta la sua vita da boehemien a Parigi, Barney scrive una lettera alla “Fondazione Clara Charnofsky for Wimyn” spacciandosi per la presidentessa del CULOS. Contemporaneamente rievoca l’ insegnante di francese dell’adolescenza per poter avere un’erezione e andare a pisciare. Analessi e prolessi si intrecciano sempre più densamente fino allo scioglimento finale, la sua ennesima ammissione d’innocenza per la scomparsa dell’amico Boogie. La sua versione appunto. Ma è colpevole o no? La verità muore con lui.

Bene, bene, molto bene. Ma c’è ancora una cosa. Questo è un libro che fa piangere come pochi. Forse perché Barney ci sembra così vero, così vivo. Richler ci ha messo una buona dose della propria, di autobiografia. La passione per i sigari, l’hockey e il whiskey. Per tacere del fatto che anche lui è ebreo e canadese. La persona di carta sembra vera, forse perché a differenza dei suoi “amici” artisti, è l’unico che sia riuscito a costruire qualcosa di molto più bello, una famiglia. E perché è così innamorato della sua Miriam, e così cretino da perderla. E così rancoroso, invidioso, scorreggione, antipatico, buongustaio. E’ un personaggio con così tanta vitalità che esce dalla pagina, ti afferra per il colletto e ti grida: “Schmuk, devo farmi un goccio!”. E’ vecchio, e stanco, e malato di Alzhaimer. Si piscia addosso quando esce a cena, per l’ultimo appuntamento con la sua vera e unica signora Panofsky. Il figlio raccoglie i fogli con l’autobiografia del padre pieno di rimpianti, racconta i suoi ultimi mesi. E ancora, nonostante tutto, c’è un lieto fine.

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