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Mago della fuga.

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Gli escapisti sono quegli illusionisti, maghi, prestigiatori, artisti (chiamateli come volete) che intrattengono il pubblico con mirabolanti fughe ed evasioni dalle più disparate situazioni costrittive. Legati con una corda piedi e polsi, incatenati o ammanettati, chiusi in baule o in sacco, dentro una cassa o in una teca di vetro riempita di acqua, oppure molto più spesso tutte queste cose assieme, gli escapisti devono liberarsi nel minor tempo possibile, a maggior godimento del pubblico pagante. Purtroppo, accompagnati già per molto tempo da una fama non molto lusinghiera, i maghi (chiamiamoli con il loro nome) anche questa volta sono dovuti correre ai ripari. La disciplina che studiano gli escapisti infatti non è l’escapismo, ma l’escapologia, inamidatissimo sostantivo sicuramente scelto dalla comunità scientifica internazionale per evitare a un mestiere, frutto di anni di pratica ed esercizio, l’accostamento con pratiche ritenute grandemente disdicevoli. L’escapista infatti, nonostante la liberazione finale sia sempre legata ad un trucco, deve confrontarsi con ambienti angusti, costrizioni varie, apnee, lucchetti, ed è inaccettabile che fantasie di fuga dalla dura realtà vengano confuse con un mestiere che affronta il gelo del ferro sulla nuda pelle e interminabili ore di esercizi ginnici preparatori.

Noi però rifuggiamo da sterili eufemismi. Cos’è meglio? Escapologo od escapista? Non sembra anche anche a voi che il primo ricordi troppo da vicino parole come podologo e proctologo? A quella laringale che chiude la voce, non preferite il lungo sibilo che sfugge tra i denti di escapisssssssssta?

Joseph K. vive a Praga ed è ebreo. All’improvviso si trova invischiato in una situazione particolarmente spiacevole. Un potere superiore ed oscuro comincia ad accusarlo di qualcosa di indefinito, senza che lui possa fare niente per impedirlo o per difendersi, intrappolato fin da subito nelle pastoie di una burocrazia tra le più raffinate mai comparse sulla Terra. Combattere un potere tanto grande è fuori discussione e anche la fuga, più il tempo passa, più diventa impossibile. Ma non vorrei portarvi fuori strada, la K. sta per Kavalier, e siamo già alla fine degli anni trenta. Il potere è nelle mani del partito nazionalsocialista tedesco anche in quella che fu la Repubblica Cecoslovacca, e i nazisti non sono abituati a fare processi, prima di esprimere una condanna. Grazie all’aiuto di un vecchio maestro prestigiatore, ai suoi genitori e a un’incalcolabile dose di fortuna, il giovane Kavalier riesce a raggiungere la terra delle opportunità, l’America. Qui, insieme al cugino Clayman inventerà l’Escapista (guarda guarda), il più grande supereroe dei fumetti dopo Superman e Batman. Questa è la storia, e non vi dirò niente più di quello che succede, perché ogni cosa in questo libro, trama e sofferenze comprese, è stata pensata per intrattenere e deliziare il lettore. Con una maestria indubbia, Micheal Chabon padroneggia i ferri del mestiere, grimaldelli e cappelli con il doppio fondo, al punto che l’unica cosa che riesco a dirvi è: state seduti e godetevi lo spettacolo.

Dopo aver dato forma e spessore ai due protagonisti de Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, gli fa fare esattamente quanto promesso nel titolo: formidabili avventure, fortune e sventure, coincidenze e ritrovamenti. Chi crede che un romanzo debba essere realistico cercherà inutilmente, ma in fin dei conti, quale racconto lo è veramente? E poi a volte la vita è anche più assurda dell’invenzione. Attraverso la New York scintillante e ricolma di opportunità di prima della guerra, distese di ghiaccio perenne, o gli sconfinati labirinti segreti che si nascondono sotto all’Empire State Building i due personaggi crescono, imparano, perdono, e noi trepidiamo con loro, seguiti da uno sguardo familiare e onniscente, che ci svela il futuro mentre ci inganna sul presente, porta a spasso la nostra attenzione con rapidi movimenti delle dita, mentre il trucco è predisposto dentro la cassa fin dal giorno prima. Per ottocento pagine fuggirete da questo mondo, in un altro chiuso e confortevole, che profuma di assi di pino e fango della Moldova o che puzza di sigarette e adolescenti sudati, ma non per questo immune da scossoni e cadute. Nessuno è mai troppo lontano dalla violenza del mondo, nemmeno in quello della fantasia.

Micheal Chabon ha scritto questo libro riversandovi la sua passione per i fumetti e la loro Età dell’Oro, per la magia del grande Houdini, grazie alle sue origini ebraiche e al suo essere altrettanto americano, ma l’ha scritto per deliziare il lettore. Il quale, pur sapendo che tutto è un trucco, tutto è falso invenzione illusione magia prestidigitazione, si siederà di fronte al palco, nell’attesa del miracolo. Per quanto abili siano nella fuga, i maghi ricompaiono sempre per l’applauso.

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escapismo

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La nostra via di qua dal sonno.

 

41B9aDej2lL._SX316_BO1,204,203,200_Primo Levi racconta, in un intervista, che uno dei suoi più grandi rimpianti fu quello di non aver viaggiato. Dopo tutto quello che gli era successo c’erano così tante cose da fare: il matrimonio, la famiglia da mantenere, il lavoro di chimico, la fabbrica da dirigere, i figli da mandare a scuola, la vita normale insomma. Per la fabbrica di vernici andò in Germania e in Russia, a risolvere i problemi dei clienti, ma non era esattamente quello che intendeva per viaggiare. C’era stato un periodo della sua vita, così piacevolmente lontano da qualsiasi concetto di viaggio organizzato, che ricordava sempre con piacere, che riempiva le serate con gli amici e poteva raccontare senza timore di rattristare o disgustare i suoi ascoltatori. Subito dopo essere stato liberato dalla prigionia Levi fu infatti sballottato lungo tutta l’Europa dell’Est per mesi, senza una meta o un posto definitivo dove fermarsi che non fosse un Italia vagheggiata e lontana come l’Itaca di Ulisse. Seguendo binari sincopati e interminabili percorsi a piedi tra pianure boschi e paludi di Polonia e Bielorussia Levi aveva seguito il percorso casuale e caotico dell’Armata Rossa in smobilitazione, epico organismo multicefalo governato solo dall’ordine supremo di rientro e dalla voglia infinita di tornare nelle proprie case, in treno, a cavallo, a piedi o su taxi e pulmann saccheggiati nella Germania nazista.

Di questo viaggio picaresco Primo Levi ci riporta i luoghi e gli stati d’animo che lo accompagnavano, ma soprattutto le persone incontrate. Personaggi e avventure raccontate con l’esperienza del narratore navigato, che ha raffinato il suo eloquio smussando gli angoli ed esaltando le tinte dei suoi racconti davanti a platee di ragazzini delle medie e durante serate tra amici, prima di pubblicare La tregua. Sono racconti. Tristi allegri o semplicemente notabili, ma in cui non viene mai meno l’esigenza profonda di ogni racconto: riferire lo straordinario e quanto di anomalo o inaspettato può succedere nella vita. Curioso, e fatalmente incompreso dai suoi compagni di viaggio, lo scrittore annota e registra nella sua memoria visi, lingue sconosciute e paesaggi immensi. Un mondo sparito, e non solo a causa dei rivolgimenti della guerra, della caduta degli imperi, della fuga degli ebrei aschenaziti in Israele o per la Guerra Fredda. È un limbo fragile, che durerà finché Russia e USA non si saranno spartiti l’Europa in rovina, le improvvisate famiglie di guerra dovranno decidere in che paese vivere e tutti i rifugiati saranno tornati alle loro case. Circondato da prigionieri, profughi, soldati e cittadini multilingui, Levi vive in un Europa così mescolata e imprecisa, senza cartelli e confini stabili, multiforme ibrida e promiscua. In questa Babele tutti si capiscono, parlando il linguaggio del commercio, quello dell’Amore, la mimica teatrale, il latino oppure il tedesco. A volte se si ha fortuna anche in italiano. Prigionieri, nemici e alleati sono mescolati in un calderone irrazionale fatto di sesso occasionale, borsa nera e burocrazia folle, campi profughi allestiti in mezzo alla foresta, mandrie di cavalli saccheggiate per settimane e zingari che si muovono su carri grandi come case.

In questo mondo fragile i personaggi di Levi sono vivi, memorabili, ma non per una loro reale esistenza in qualche punto dello spazio tempo, ma per il soffio che l’autore ha saputo instillare nelle parole che ce li descrivono. Dantesco il Moro di Verona, vecchio e roccioso muratore, instancabile lavoratore e bestemmiatore raffinato, scuro di pelle e bianco di pelo, Caronte senza traghetto. Ancora più antichi e primordiali gli amici faccendieri, il romano Cesare e il greco Mordo Nahum, fratello volpe e fratello lupo, che fanno della sopravvivenza un’arte. I russi, chiassosi e ubriachi, forti e felici, vittoriosi e idealisti, un unico personaggio che si invera in singole sostanze con cui litigare, da cui ricevere ordini, di cui innamorarsi, da ammirare e da comprendere. Levi si scontra e si incontra con il ridicolo e con la tragedia.Vive.

Ma questa è una pausa, un limbo,un sogno, una tregua, che Levi ricorda e rimpiange. Prima di tornare a casa, prima di ricominciare la vita normale. L’incubo è finito, ma nulla impedisce ora al sogno di terminare, come è già terminato una volta. Per lasciare il posto al terribile risveglio. Un libro pieno di vita, di cose fatte, viste e annusate, toccate, ricordate e ascoltate, vissute e sognate, si apre e si chiude con immagini di morte e di orrore. La realtà dei compagni morenti e morti, il piccolo Hurbinek senza lingua, figlio del campo di concentramento, l’incubo che torna a tormentare la pace, il capo chino per terra a cercare qualcosa da mangiare o da scambiare. Un odio verso i tedeschi e la loro ottusa obbedienza che Levi fatica a trattenere, se non poi provare altro che pena nel vederli abbruttiti e affamati che si aggirano tra le macerie della loro Patria. La paura che nessuno creda, che nessuno voglia ascoltare. Che il sogno finisca di nuovo. L’ombra non ha vinto, certo, e Levi ha vissuto ed è stato molto felice, ma come un pugnale maledetto Auschwitz gli ha lasciato una ferita che lo tormenta ad ogni anniversario. Luce e ombra. Le due cose vanno assieme, dice Levi, con le sue facce sorridenti nelle foto in bianco e nero: attorno a una stella c’è sempre tanto buio.

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Di Golem e dei.

coverLa nostra contemporaneità intellettuale, il nostro insegnamento universitario, saggi e libri di critica sulla storia della letteratura ci raccontano a lungo e con gusto del postmoderno e delle sue varie componenti alchemiche: l’ironia, la scomparsa dei generi o la loro ibridazione, la metaletteratura e i piani di lettura. I numi tutelari di Borges e Calvino ci guidano, il loro nome scritto su un foglietto e inserito nella bocca di argilla. Poi però, a guardarsi intorno, sembra che girino tutti a caso. La biblioteca immaginaria e la mappa dell’imperatore sono metafore utilissime quando si parla di Amazon o Maps, e Italo avrà detto sicuramente qualcosa di intelligente su questo o quell’argomento quando serve. Nella mia infinita pigrizia e arroganza posso tranquillamente affermare di aver conosciuto questi due grandi autori da lontano, in modo distratto e superficiale, ma ho l’impressione di essere in buona compagnia. C’è chi dice che il romanzo è morto, chi che non ha mai vissuto, che la trama è inutile, che comunque sono meglio le serie televisive, chi dà la colpa a Checco Zalone (ma non faceva cinema?) e che è tutto uno schifo ma alla fine scriveranno tutti racconti perché si adattano meglio alla nostra società. Lo ribadisco. Sono pigro e distratto da praticamente qualsiasi cosa che mi venga agitata sotto al naso, ma francamente non ci capisco niente. Da qui il tentativo di approfondire la faccenda in modo autonomo, leggendo più cose che spieghino la materia di cui sono fatti i libri.

Una spinta nell’affrontare lo gnommero arriva da un gruppo di lettura (IL gruppo di lettura della Capa) il tutto a discapito della mia vita lavorativa, sociale e sentimentale. Il primo stimolo, ovviamente collaterale e imprevisto, del gruppo è Micheal Chabon. Scrittore che in questo caso considereremo come autore dei saggi raccolti in Mappe e Leggende, trascurando la sua collaterale attività di vincitore di Premi Pulitzer e scrittore di bestseller.

Visti i pesi massimi BorgHes e Calvino che aprono la recensione, non si può non pensare che abbia con loro qualcosa a che fare, soprattutto se si parla di mappe e di leggende. Sia la cartografia che la mitologia sono un modo di immagazzinare informazioni: da dove arriviamo e dove possiamo andare. Possiamo discutere all’infinito sull’autorità di chi ci ha preceduto e sul piacere di perdersi, ma queste informazioni ci sopravviveranno comunque nella nostra eredità genetica. Bisogna solo imparare come non farsi schiacciare da terabyte di dati. Comunque. Mi spiace deludervi ma Chabon non ha scritto nulla di così organico, niente manuali di sopravvivenza, ma appena qualche indizio in più per la quest.

Mappe e leggende, avventure ai confini della lettura è solo una raccolta di articoli, prefazioni e discorsi che questo simpatico personaggio ha scritto nel corso degli anni. Largamente autobiografici, questi saggi brevi spaziano attraverso tutto ciò che interessa all’uomo e allo scrittore: i fumetti, la letteratura di genere, il perché le storie ci affascinano, il lavoro dell’autore di storie, quali sono gli spazi attraverso cui si può muovere. Chabon scrive e scrive molto bene, di tante cose che piacciono anche a me (Loki e gli dei nordici, i golem e gli ebrei, le mappe del tesoro) e di cose che mi interessano un po’ meno (i fumetti) ma sempre con l’obiettivo di affermare e liberare la letteratura da costrizioni e irrigidimenti. Di volta in volta, scrivendo di Sherlock Holmes o di Queste Oscure Materie, di Cormac McCarthy o di Walter Benjamin, di a me sconosciuti fumettisti d’oltreoceano o della sua esperienza di scrittore e di lettore e di ebreo, Chabon rivendica il diritto di intrattenere ed essere intrattenuti come mattone fondante della letteratura. Invoca il giusto mezzo, l’equilibrio tra la raffinatezza e la disinvoltura di genere, ma non lo fa tramite un’immagine rassicurante e di mediazione pacifica: evoca Loki il padre di mostri, il tessitore di inganni, l’astuto e il sottomesso, l’intrigante e il risolutore, colui che avvicina e ritarda contemporaneamente la fine del mondo. Il dio con i capelli rossi figlio di una razza diversa dagli dei di Asgard, ma fratello di sangue di Odino, saggio re degli dei. La fantasia e i mostri che genera, di volta in volta paurosi, divertenti, misteriosi e rassicuranti non possono essere canonizzati e irrigiditi in un corpo d’argilla. Cosa fosse successo se dal 1950 si fosse deciso che ogni tipo di racconto dovesse essere del genere “Medico e infermiera”? Infinite variazioni sul tema, alcuni certi capolavori, ma infine nel 2016, una gran noia mortale. Tutto questo sembra assurdo, ma a guardarsi intorno sembra la normalità, nonostante tutti spergiurino il contrario. Leggendo Chabon, e soprattutto I golem che ho conosciuto, il discorso che chiude la raccolta, sembra quasi che sia molto meglio essere ingannati da chi racconta frottole, che da chi pretende di raccontare la verità. I golem sono molto utili per difendere il ghetto, ma possono rivoltarsi contro chi gli ha insegnato regole troppo severe.

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Infin che’l mar fu sovra noi richiuso.

se-questo-è-un-uomoNon è un caso che uno dei momenti che restano più impressi leggendo Se questo è un uomo di Primo Levi, sia l’undicesimo capitolo, dove Levi insegna a Pikolo l’italiano con il XXVI canto dell’Inferno. Dopo una recente rilettura (la prima è quasi certamente liceale) ne ho discusso animatamente con amici e compagni d’università. Consideravo meraviglioso che un chimico torinese potesse non solo aver mandato a memoria un intero canto della Commedia, ma che potesse ricordarsene in una situazione simile, utilizzarlo come testo scolastico e farne addirittura l’esegesi, spiegando a un ragazzino le sottigliezze dell’inversione. Una profonda e tremenda vergogna di non saper fare lo stesso, nonostante i miei proficui studi letterari, mi ha preso allora una volta di più e non mi ha ancora lasciato.

Ma perché – direte voi – scrivo qui di piccole faccende umanistiche? E non piuttosto del valore civile umano e storico di questo libro? Perché credo questo mio stupore sintomo di qualcosa di più profondo e sincero: l’unico vero momento di emozione e poesia del libro. Le parole di Dante, così belle e giuste sempre, smozzicate e mutile che prendono nuova consistenza e peso, universali ed eterne come il mare che si richiude sopra Ulisse. La fretta di spiegare tutto prima che il turno finisca, di tradurre, di sforzare il pensiero da troppo tempo obbligato al chiodo fisso della fame, la gioia e la passione di condividere una cosa che per un momento torna a galla dalle profonde e nere acque dove era stato sommerso, per costrizione e per sopravvivenza. Prima che l’oceano torni ad affogarle.

Tutt’intorno al capitolo i numeri e le cose. La scrittura di Levi è chiara e razionale, ma questo non gli impedisce di utilizzare al meglio il suo naturale talento e l’affetto per le umane lettere, rimuovendo la passione. Tutto il resto è fatto di cose. Se non fosse per il taglio narrativo e l’intenzione di voler essere una storia che si può raccontare e raccontare ancora, Se questo è un uomo resterebbe come freddo resoconto, quasi lucido e distaccato. Si propone come analisi sintetica di un esperimento sociale perché non c’è più spazio per il patetico, la commozione, il pianto, la sofferenza trasmessa al lettore. Le donne e i bambini sono scomparsi all’inizio del libro, e così i deboli. Non ci sono più lacrime per piangere, le ghiandole lacrimali sono disseccate come i ventri e le carni. Gli uomini sono stati reificati: dopo il ritiro delle SS dal campo, Levi fruga tra le baracche per cercare strumenti e cibo; dentro un magazzino c’è un cadavere, che in quanto tale viene incluso nell’inventario dei ritrovamenti come se fosse – perché quella è ormai la sua essenza – non un morto, ma una cosa senza valore, trascurabile.

Nel 2015, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la Giornata della Memoria è diventata istituzionale ed è uno dei pochi eventi culturali che, inseriti pienamente nel circuito economico e di intrattenimento, riesce a conservare la sua piena forza. I fatti, le storie e le persone sono state e continuano ad essere raccontate e ricordate in ogni modo possibile a tutti i livelli, dal pop alla filosofia e alla ricerca storica. Shindler’s list, Il bambino con il pigiama a righe, e molti altri validissimi prodotti di consumo culturale che coinvolgono e commuovono lo spettatore e il lettore con eroi e carnefici, vittime e codardi, sono fruiti universalmente e condivisi. Ma la storia e il modo in cui questa storia è raccontata da Primo Levi che l’ha vissuta, rimane forte e resistente, necessario contrappeso al coinvolgimento emotivo: una riflessione che ad un certo punto deve giungere ad essere fredda e distaccata, una riflessione intellettuale sugli abissi di nulla e indifferenza materica a cui può arrivare l’uomo. Non orrorifici abissi di sangue e oscurità, ma grigie distese di fango e baracche, dove si agitano manichini senza vita, mentre una musica da marcetta suona ininterrottamente. Non la violenza, ma l’indifferenza. Non il disprezzo ma il considerare un essere umano come cosa altra da sé, che non può neppure essere giudicata sulla nostra stessa scala di valori. Come tante volte si è scritto e detto, un numero.

Primo Levi racconta come i carcerieri più terribili non erano le SS, lontani e serafici come cherubini di guardia alle porte del Paradiso o i criminali comuni, ma gli altri ebrei, gli altri prigionieri, che per istinto di sopravvivenza o per semplice sadismo dovevano dimostrare di essere degni del loro ruolo di kapò. Nel gigantesco esperimento sociale dei campi di concentramento gli studiosi nazisti arrivarono a fare una grandiosa scoperta, di cui neppure loro furono consapevoli forse. L’umanità è un tratto che si perde molto velocemente e facilmente, senza bisogno di farmaci o cure, in qualsiasi momento un uomo, qualsiasi sia la sua razza, estrazione sociale, cultura, partito, religione, può trasformarsi in macchina, in numero, in parola. Questa la colpa, non aver ucciso, rubato, violentato. Ma aver dimostrato che si può rimuovere ciò che ci rende umani, fino a suscitare nell’osservatore la domanda: è questa cosa della mia stessa specie? E infatti l’unica voce umana che si alza dice:

Considerate la vostra semenza

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Vita di un uomo semplice.

$(KGrHqVHJEwFFy,lgeEwBRcsQISqk!~~60_35C‘era una volta, o forse non c’era, una cosa che non ha neppure un nome preciso. Prima che il mondo esplodesse nella guerra e tutto venisse disintegrato, lasciando pezzetti ovunque, esisteva. O forse no, e ha cominciato a vivere solo nella fantasia e nella nostalgia di chi vi era nato, nei libri e nei quadri. Non potresti chiamarla cultura, regione geografica, stato, neppure nazione, perché era fatta di russi, di ucraini di polacchi di tedeschi di tartari di bielorussi di cattolici e di ortodossi di protestanti di ricchi di poveri di contadini e di conti di sudditi di imperi e, soprattutto, di ebrei. Non potresti neppure guardarla fissa per un momento, perché era in continuo movimento, un vortice impossibile, che ha preso coscienza di sé nel preciso istante in cui stava morendo. Al centro di questa cosa c’era la Galizia, e al centro della Galizia c’era Zuchnow, dove è nato Joseph Roth, l’autore di Giobbe, romanzo di un uomo semplice (Adelphi, pp. 195, euro 9, traduzione Laura Terreni).
E lì nasce anche il nostro protagonista:

Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un ampia cucina, faceva conoscere la bibbia ai bambini. Insegnava con onesto zelo e senza vistosi successi. Migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo.

Questo invece è l’inizio del libro di Giobbe, quello originale:

Viveva nella terra di Us un uomo chiamato Giobbe, integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’Oriente.

Questo dovrebbe farvi capire, in che modo sottile, obliquo, Roth utilizzi la lingua, le parole e le immagini della tradizione ebraica: Giobbe non era un semplice, era il migliore. Mendel Singer invece è un uomo semplice e quasi meschino, semplice è la sua vita e semplici le sventure che gli capitano che, per quanto terribili, sono perfettamente inserite nel normale flusso delle cose, non c’è una forza superiore che sembra congiurare contro di lui: Mendel Singer è solo un numero nella percentuale. In tempi burrascosi, la normalità è sfortunata. Roth dosa ogni singolo particolare del suo romanzo per mantenerlo su un precario equilibrio e invece di creare un’interpretazione comprensibile continua a mescolare le carte, facendo oscillare la nostra attenzione di lettori da un particolare all’altro. Non si può, e non si deve, capire da quale peccato derivino le punizioni divine: forse sua figlia è entrata in una chiesa cristiana per sbaglio, forse la moglie è stata invidiosa, avida e insoddisfatta, forse lui ha picchiato i suoi figli. Per quanto si cerchi, tra le piccole e miserevoli azioni, tentazioni e peccati, nulla giustifica agli occhi di Mendel, e dei nostri, la punizione divina. Le loro vite erano già abbastanza miserevoli, senza che Iddio li punisse con la deformità di Menuchim, il loro ultimo figlio.
Il libro racconta della vita di un ebreo qualsiasi, vissuto nell’Europa orientale e poi nell’America dei primi anni del novecento. Non vi aspettate grandi riflessioni spirituali sulla natura del destino, ma piuttosto un grandissimo spettacolo teatrale, colorato e folle come i dipinti di Chagall, in cui i colori puri sfumano dal chiaro allo scuro, con la forza primordiale delle fiabe o della Bibbia e la profondità psicologica di un capace scrittore. In questo romanzo i bambini sono furbi come volpi e forti come orsi, le ragazze hanno gli occhi profondi come la notte, le labbra rosse e sono agili come gazzelle, le stelle parlano e i soldati non sono fatti di carne ma di odore di sudore umano, equino e profumo di sella di cuoio bulgaro. I pavimenti puliti delle case sono di colore giallo, come sole fuso, il mare è verde e la neve bianca, le fiamme delle candele danzano assieme agli ebrei in preghiera, che ondeggiano al ritmo dei loro salmi nella lingua antica dai suoni spezzati. Non c’è colpa in loro, non c’è colpa in nessuno, non c’è nella moglie Deborah, che ama tutti i suoi figli, non c’è nella figlia Shemariah, che ama tutti gli uomini, persino i soldati. Non c’è nel piccolo Menuchim, che dondola nella sua culla sospesa sopra ai bambini che ascoltano Mendel. Non c’è colpa nella guerra, non c’è colpa nella morte. C’è solo vita.

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