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Le notti d’Oriente.

Sono oramai passati più di due mesi, dall’ultima Fiera del Libro Usato. Nonostante ogni volta mi riproponga di fare molti acquisti sensati, ricado sempre nello stesso errore: attirato da un prezzo scontato di circa il 50% l’occhio cade inesorabilmente su un tipo di libro specifico, quello molto lungo. Lo vedo in mezzo agli altri: prime edizioni autografate, con dedica o impronta di rossetto dell’autore, grandi classici, libri semi-nuovi, tutti scompaiono dal mio campo visivo. Passo due o tre volte per sincerarmi che sia ancora lì. Ma chi potrebbe comprarlo! Chiedo il prezzo: 26 euro. “Ahh…ma è molto poco, si…è comunque una casa editrice buona…certo, certo, non è molto rovinato…sembra che i vari lettori si siano fermati tutti al primo volume…”. Ecco. PRIMO VOLUME. Perché infatti sono quattro. E ogni libro è scritto in piccolo, con poco spazio vuoto ai bordi, la carta di qualità ma sottile. 649 + 667 + 581 + 690 = 2587. A soli ventisei euro.

“Ma è una buona edizione?”

“Certo! La migliore in asssoluto. Tesssoro.”

“Bè…mi sembra completo…”

“Certo! È il più completo, sssicuro.”

“E a questo prezzo…”

“Certo! Non lo trovi a quessssto prezzo, almeno al doppio lo sssi trova, sssì!”

“E…”

“Certo! Anche quello, tesssoro.”

Quindi pago, metto nello zaino, torno a casa tutto contento. Sono riuscito a finire il primo volume due giorni fa. Devo dire che ho trovato questo libro molto diverso da come lo aspettavo. Credevo che “Le mille e una notte” (Einaudi, pp. 2588, euro 50) fosse una cosa leggera, nonostante la lunghezza infinita. Credevo fosse una raccolta di novellette come quelle che mi leggevano da bambino, una cosa divertente. Come era già successo molte volte, mi sbagliavo. Almeno in parte.

Se vi aspettate solo donne velate dai gesti raffinati che seducono in modo pudico giovani avventurieri o avventure fantastiche tra uccelli giganti e balene che sembrano isole, rimarrete stupiti dalla quantità incredibile di vecchie streghe lesbiche raggrinzite e scorreggione presenti in quasi tutte le storie. La traduzione di Francesco Gabrieli, pur essendo datata, è l’unica fatta direttamente su un originale arabo e tenta di riprodurre il linguaggio medio che contraddistingue l’opera. Non deve stupire quindi di trovare gli amplessi sessuali descritti in questo modo:  “A sua volta Badr ed-Din la attirò a se, la abbracciò, si pose i piedi di lei alla vita, indi caricò il cannone, lo puntò sulla rocca, lo fece sparare, e quello abbatté la fortezza.” O espressioni come: “emise un peto solenne”. Come è facile immaginare, in un opera scritta nel medioevo arabo, non esiste il concetto di politicamente corretto: ci sono negri, quasi sempre assassini e stupratori, beduini ignoranti e puzzolenti, ebrei avidi di denaro (vanno sempre forte), cristiani che si cospargono con i santi escrementi del patriarca di Costantinopoli, donne infide e traditrici assetate di sesso e omicidio. Tutto è permesso alla corte del califfo, purché ci si sottometta al volere di Allah.

Ma questi sono ancora tra i momenti più felici: la maggior parte delle novellette infatti sono di argomento amoroso e dissanguanti. Quasi sempre poi la struttura a scatole cinesi arriva a vertigini insondabili, qualcosa come quattro livelli di narrazione. Terrorizzato aspetti il momento in cui il personaggio, del quale hai appena imparato il complicato nome, si fermi lungo la strada e si metta a raccontare una storia al suo amico, nella quale sicuramente si racconterà di un tale che si è fermato per strada a raccontare una storia al suo amico, a proposito di quella volta in cui suo zio gli aveva raccontato di quando suo nonno gli aveva detto che e così via, fino a quando ti dimentichi chi sei e come ti chiami.

Le mille e una notte sono un labirinto letterario perfetto. Non a caso sono stati amati da personaggi della specie di Proust o Borges. Come falene con la fiamma i lettori sono attirati dalla promessa di un’oriente fantastico, pieno di gioielli, incensi, tessuti, donne bellissime (solo se hanno il sopracciglio unito), geni, demoni, maghi e magie. Questa promessa è spesso frustrata da migliaia di righe inutili e ripetitive, da tanti racconti tutti uguali. Ma nulla rende allettante un oggetto bramato come la sua assenza. Ecco che in mezzo alla pula compaiono piccoli gioielli, pietre scintillanti, fiabe fatate perfette dove la magia e l’esotismo producono le più fantastiche illusioni: pesci colorati che diventano umani, bestie parlanti, Jinn maligni, case stregate, vecchie megere che incantano giovani amanti. Un Oriente che non esiste e che non è mai esistito. Una leggenda, un’immagine che non corrisponde a nessuna realtà. Palazzi ricoperti d’oro e gemme preziose, giardini lussureggianti in mezzo al deserto, ricchi di fontane e fiori profumati. Ecco che questo libro, senza che ce ne accorgiamo o tantomeno lo vogliamo, ci rapisce e conquista, smarriti nel suo labirinto di storie infinite. Secondo il volere di Allah.

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Il sangue, la sabbia e il peso della verità.


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omeriggio. Una spiaggia di un tranquillo villaggio vacanze egiziano. Nonostante il deserto, è inverno anche qui, e la temperatura si abbassa già nel pomeriggio. I più coraggiosi, che non vogliono tornare subito in camera, devono rimanere immobili rivolti al sole. Come lucertole distendono tutta la superficie del corpo per raccogliere gli ultimi raggi.

La dissenteria mi tormentava fin dal mio arrivo all’aeroporto, e passavo le mie giornate bevendo tè. Fortunatamente il villaggio disponeva di una immensa fornitura di bustine e acqua sempre bollente, a disposizione in una specie di samovar-bidone. Avevo appena finito di bere l’ennesima tazza quando una simpatica e decisamente bella animatrice me ne portò un’altra. Bisognava accettare per forza. Mentre sorseggiavo prudente il liquido caldo ed fin troppo dolce la ragazza notò il libro che stavo leggendo: “Che pesantezza!” disse. Non potei non essere d’accordo con lei.

Il sole aveva cominciato a scendere dietro alle montagne del Sinai. a circa quattrocento kilometri di distanza gli egiziani avevano da poco abbattuto il loro faraone e la Storia, come si dice, aveva cominciato a correre.

Ma quando aveva iniziato? Quando i tunisini avevano cominciato a darsi fuoco perché non trovavano lavoro? Oppure quando Israele aveva occupato definitivamente la “Palestina”? Magari quando le nazioni arabe avevano deciso che non doveva esistere uno stato ebraico, o addirittura quando un imbianchino di Monaco aveva deciso che non doveva esistere un popolo ebraico?

L’autore del libro che stavo leggendo cercava di capire proprio questo: non solo spiegare il Chi e il Dove, ma anche, e soprattutto il Perché la Storia ogni tanto, non può fare a meno di correre. Invece che andare alla consueta velocità di crociera.

Ripercorrendo la sua straordinaria esperienza giornalistica e i suoi taccuini d’appunti, Robert Fisk in “Cronache Mediorientali” (il Saggiatore, pp.1096, euro 17) cerca di dare un Perché al Medio Oriente. Lo fa attraverso le storie, i tanti piccoli e grandi incontri di trent’ anni di attività giornalistica. Raccontando le vittime, non importa chi siano.

I curdi carnefici dell’olocausto armeno assieme ai turchi, diventano profughi, durante la prima guerra del golfo.

Gli algerini del Fln che hanno combattuto i francesi in una delle prime e più sanguinose guerre di decolonizzazione, diventano i mandanti di massacri durante la guerra civile.

Il partito Baath, “resurrezione” dà origine alle più cruente dittature del mondo arabo.

Gli iracheni invasori dell’Iran, una delle guerre più costose (da ogni punto di vista) del secolo, sono gli stessi che vengono massacrati dalle bombe a grappolo americane mentre si ritirano dal Kuwait.

Gli israeliani che sparano sui bambini palestinesi muoiono dilaniati dalle esplosioni di fronte alle pizzerie.

Stermini, gas tossici, bambini mutilati, sangue, amputazioni, shock da bomba, criminali di guerra, saccheggi, assassini, torture, dittature, rivoluzioni, pulizie etniche, persecuzione religiosa, odi tribali, bombardamenti, corpi carbonizzati, attentati, ragazzini martire, impiccagioni sommarie, stupri, genocidi. In alcune pagine è difficile trattenere un conato di vomito. La pagina scritta possiede la capacità di evocare la realtà delle cose, di spaventare per quanto sembra irreale.

Ogni tanto bisogna fermarsi, scossi dai brividi, come Kurtz nella giungla nera. “L’orrore!”.

Fisk racconta tutto questo. Con gli occhi di chi ha visto, di chi ha perso il 25 % del suo udito vicino ai cannoni della contraerea, di chi è stato preso a sassate dalla folla afgana inferocita. Ricostruisce con lucidità ogni avvenimento dell’ultimo secolo, con la consapevolezza di chi non solo sa, ma ha vissuto in mezzo alla Storia in fieri. Preciso, puntuale, non risparmia dati e nomi, i nomi di tutte le vittime incontrate o meno, che si appunta sul taccuino, perché non siano dimenticate.

Arriva fino al punto di trovare un perché. La convenzione Balfour, ultimo sbuffo colonialista nel ventesimo secolo, che ha diviso arbitrariamente l’ex territorio ottomano, ha tracciato confini dove non esistevano, ha tradito le promesse fatte a qualsiasi popolazione della regione. Da questo peccato originale derivano tutte le sventure. Mentre me ne stavo sdraiato al sole, in ottima compagnia, la Storia toccava anche noi, su quella punta di continente, così vicino ai luoghi del libro. E il pensiero, veloce. La pesantezza di questo libro non è data dal numero delle sue pagine, ma da quello che vi è contenuto.

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