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Sul ridere di un sikh a Milano. E Terry Pratchett.

tartLa scorsa settimana, mentre attraversavo Piazza Duomo per andare in università, una voce risuonava forte e metallica da un altoparlante. Proveniva da Piazza Fontana, proprio lungo il mio percorso. Avvicinatomi, le parole continuavano ad essere incomprensibili. Mi aspettavo una riottosa protesta di studenti, fumogeni e trombe da stadio, oppure una manifestazione di commemorazione di qualche memoria che mi era sfuggita. Mi affacciai sulla piazza e quello che trovai fu decisamente lontano dalle mie aspettative: la comunità sikh italiana manifestava (quando sono passato c’era molta meno gente) a favore del rilascio dei marò. Aldilà del bene e del male, era impossibile non sorridere: una protesta educata e ordinata, composta da una decina di giganteschi barbuti e inturbantati che ascoltavano quello con la barba e il turbante più grande parlare in una lingua assolutamente incomprensibile gesticolando con ardore. Persino i manifesti erano scritti in punjabi. Le teste sotto i turbanti annuivano alle invettive del loro capo sul palco, le braccia incrociate, le gambe leggermente aperte. La scena non era divertente in sé, ma per il luogo dove si svolgeva. Dei sikh in Punjab non destano certo scalpore, ancora meno se protestano contro la liberazione dei soldati italiani. Una vaga situazione di assurdo, di oltrepassamento di qualche barriera spazio-temporale, che ci separa da un universo parallelo fu quello che provai. Allo stesso modo la percezione del contrario, dell’assurda variazione rispetto alle aspettative produce l’umorismo. Sembrerebbe quindi che basti prendere un normale romanzo, una comune storia, e scrivere esattamente il contrario di quello che viene raccontato. Ebbene, non basta.

I romanzi, racconti, testi teatrali, poemi epici, che vogliono far ridere sia con la pancia che con la testa, non possono limitarsi ad essere una copia, una semplice parodia, un ribaltamento agli antipodi delle loro seriose controparti. Storpiare qualche nome, ribaltare qualche situazione, parolacce e allusioni sessuali non sono sufficienti. Perché tutto questo intricato discorso? Per cercare di spiegare cosa sono i libri di Terry Pratchett. Presentato come l’inventore del fantasy-comico e come uno scrittore di fortunatissimi libri che possono essere letti anche da chi non ama il fantasy, l’autore inglese per Muninn è molto di più. Come tutti i grandi creatori di mondi. La verità è che un grande libro umoristico non è solo umoristico e Pratchett riesce a fondere nel suo calderone creativo realtà e finzione, parodia e tributo, avventura e ridicolo, grazie a un incredibile potere immaginativo e al talento per identificare i mille piccoli dettagli degni di essere raccontati.

A me le guardie! (Salani, pp. 358, euro 15, traduzione Antonella Pieretti) è il primo libro di uno dei tanti cicli ambientati nell’universo infinito di Mondo Disco. Nessun’illustrazione, niente mappe, solo il grande potere delle parole e dell’immaginazione.

Ankh-Morpork è una grande metropoli che giace al centro di una grande pianura. Questa enorme città, un po’ Londra un po’ Roma un po’ qualsiasi agglomerato informe di costruzioni vecchie nuove sudice o eleganti che possiamo chiamare città, accoglie tutta l’umanità possibile, anche quando per umanità si intendono nani, troll, e cose che una scimmia troverebbe offensive definire “l’anello mancante” come il caporale Nobby della Guardia Cittadina. Il capitano di questa Guardia è Samuel Vimes, e da molto tempo non ha nessun lavoro che non sia finire bottiglie di wiskey economico. La città di Ankh-Morpork è infatti attivamente gestita da un efficiente sistema di gilde e confraternite, tra cui quella dei mercanti, dei mendicanti, dei maghi, dei ladri e degli assassini. Non c’è molto lavoro per i tutori della Legge. Si. Perché si è rivelato molto più comodo, pulito ed efficiente creare un sistema di furti e omicidi organizzato, in cui tutto è un servizio a pagamento, anche restare vivi. Due cose arrivano a turbare questo disordine razionalizzato: Carota, muscoloso giovanotto cresciuto sottoterra dai nani, e un drago. Il primo, come tutti i nani o presunti tali di due metri d’altezza, non ha il senso dell’umorismo e si aspettava di trovare un glorioso corpo di uomini d’arme in cui arruolarsi ma..no, niente ma, i nani hanno solo sicure certezze. Il secondo è stato portato in questo mondo da qualcuno a cui il sistema che sostiene la città non va proprio a genio. Come nei migliori noir e polizieschi il capitano Vimes dovrà estrarsi dal suo rifugio alcolico per scoprire chi sta cercando di ribaltare i fragili equilibri su cui galleggia Ankh-Morpork. E si sogghigna, tanto.

Terry Pratchett riesce a far ridere come al solito, con la sua incredibile capacità di giocare con le parole, con i topoi di ogni genere e tempo, senza mai smettere di pensare, e farci pensare, a quello che è Giusto e Sbagliato. Inventa un mondo, prepara dei personaggi, e poi li fa deflagrare. A volte letteralmente. I suoi libri non sono parodie, che avrebbero sempre bisogno di un originale da cui succhiare linfa vitale, ma universi autonomi in tutti i sensi, visti attraverso una lente deformante, che mescola o forse riordina, i tanti piccoli pezzetti del mondo in cui viviamo. I grandi umoristi parlano sempre di cose serie.

«Ben déto, pukka sahib, ben déto!» dice una voce proveniente da un piccolo spazio tra una barba e un turbante arancione.

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Sulla felicità dei viaggi in barca.

Molte persone d’intelletto sono convinte che il più grande dono della civiltà britannica al mondo non sia il tè, i Beatles o le storie di Peter Coniglio; ma l’umorismo. Senza addentrarci in pirandelliche definizioni, l’umorismo è quella particolare capacità di far ridere, sotto i baffi, con lievi colpi sussultori del petto, espirando l’aria dal naso. Tutto ciò che serve per non sudare la camicia, non sgualcire il completo, e non disturbare gli amici del club mentre leggono le notizie finanziarie. Un esigenza assolutamente inglese. E’ sbagliato sottovalutare la scrittura umoristica. Avere la capacità o il talento, di produrre nel lettore una reazione di ilarità non è cosa da poco; richiede tecnica e abilità, come qualsiasi altro tipo di scrittura. Il primo, e indiscutibile obbiettivo della letteratura è quello di intrattenere, a prescindere da come questa meta sia raggiunta. Allo stesso modo commuovere, spaventare, affascinare, incuriosire, divertire, sono tutti “stratagemmi” che l’abile autore tira fuori dalla saccoccia per conquistare il lettore, e fargli sentire ciò che d’importante ha da dire. Oltretutto, fare tutto ciò senza usare le parole “pene” e “vagina” è lodevole e meritorio oltre misura.

Uno dei più alti esempi di questa vittoriana virtù è “Tre uomini in barca” (Mondadori, pp. 243, euro 8,50) di Jerome Klapka Jerome. Oltre a testimoniare come i genitori abbiano poca fantasia anche a Londra, Jerome è ricordabile per aver scritto uno dei libri più tradotti e più letti del suo secolo: il divertente resoconto di una gita in barca, protagonisti l’autore e i due suoi amici George e Harris, per non parlare del cane, Montmorency. Questi tre giovanotti (e cane) risaliranno il Tamigi a forza di remi, come obiettivo trascorrere una rilassante settimana lungo le verdi sponde, per rigenerare i loro cervelli sovraccarichi. I tre personaggi dovranno lottare contro ogni genere d’imprevisto, e contro loro stessi, per coronare l’impresa. Affronteranno la perversità degli spazzolini da denti, che non si fanno trovare e costringono a disfare la valigia, soltanto per poi scoprire che se ne sono sempre stati fermi in bagno. Lotteranno contro la malvagità della tenda, che cerca in ogni modo di impedire il loro riposo notturno, cadendo sopra gli ignari viaggiatori interrompendo il loro sonno. Combatteranno contro i barbari istinti di alcune cime da rimorchio, che non essendo giudiziose e rispettabili come dovrebbero, si attorcigliano, sfuggono, si incastrano. Negli oggetti qualunque, nei fatti d’ogni giorno, se si guarda bene, ci sono misteriose forze che lottano contro la felicità dei viaggi in barca.

E la tecnica di Jerome è andare a scovare questa realtà parallela, come il poeta nobilita le cose comuni cercandone le segrete bellezze, così l’umorista interpreta il mondo attraverso l’occhio dell’assurdo, scoprendone nascosti divertimenti. Il libro racconta la faccenda dal principio: dalla fatidica sera in cui si decise di cominciare l’avventura. Il narratore Jerome scende nei particolari dei preparativi, e ogni movimento diventa pretesto per buttare all’aria tutto. Fino al giorno della partenza, tutti pronti e attrezzati di tutto ciò di cui necessita una così ardita impresa. Cibo, stoviglie, coperte, funi. E un banjo. Oggetto all’apparenza tranquillo e gioioso, ma che nelle mani inesperte di George si trasforma in uno strumento demoniaco (nonostante George abbia assicurato che sia assolutamente necessario e alla moda avere un banjo quando si risale un fiume). Lungo il Tamigi si alternano tranquilli scorci di campagna e ridenti cittadine. E’ uno splendido documento di come fosse l’inghilterra centrale prima che l’espansione della metropoli londinese la divorasse, anche se l’industrializzazione ha già fatto i suoi danni. La repellente e disdicevole città di Reading disturba non poco l’animo sensibile dei viaggiatori.

Brevi pause dal comico e dal ridicolo ci sono date dalle descrizioni e dalle divagazioni storiche dell’autore. A volte potranno risultare un po’ noiosette a noi lettori moderni, perchè avvolte da quella patina romantica e sognante che tanto piaceva all’inizio del secolo, e che le avanguardie tanto avevano in odio. Per superare questi tratti un po’ più disagevoli della lettura il consiglio è di prenderli per come sono: una pausa, un momento di riposo dal travaglio della vacanza. Alla fine è pur sempre un romanzo realistico, e a tutti sarà capitato di fantasticare in un giorno di ferie, sdraiati sull’erba guardando le nuvole. Per qualche minuto, prima che il vostro migliore amico vi tiri un gavettone giurassico.

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