I Buoni Propositi Per L’Anno Nuovo.

In questo momento dell’anno, dopo le feste, dopo i cenoni e i pranzoni delle feste, bisognerà raccogliere tutti i pezzettini di coscienza che abbiamo sparpagliato tra il tappeto e la lavastoviglie e ricostruire una nostra specie di identità che possa andare bene per le relazioni sociali quotidiane. Anche come lettori forse dovrete organizzarvi un po’. Respirate lentamente. Guardate alla pila di libri che vi hanno regalato (o vi siete fatti regalare per Natale). Pensate ai prossimi libri che il vostro gruppo di lettura ha proposto. Meditate sulle proposte editoriali di quest’anno che è passato. Gettate in là la vostra mente verso gli appuntamenti librari più attesi dell’anno che verrà: il prossimo Strega, il prossimo Nobel, il prossimo BookerPrize o Pulitzer. Respirate nuovamente, a fondo. Sicuramente il vostro amico/a vi consiglierà quel libro che dovete per forza leggere. Cercate di rallentare il vostro ritmo cardiaco respirando con calma. Ora pensate alla vostra lista di letture personali, solo un momento, giusto per ricordarvi che è lì e incombe su di voi come la torre nera sulle notti solitarie di Antonio Dorigo. Bevete un po’ d’acqua e magari sedetevi, tranquilli. C’è tutto un anno nuovo per voi.

Io per sopravvivere, mi sono creato uno schema, una lista o meglio: una rete a maglie larghe. Mobile e flessibile, che possa darmi la possibilità di destreggiarmi, si spera agevolmente, per tutto l’anno prossimo. Sono dei buoni propositi. Cose giuste buone e sante che dovrei impegnarmi a fare, ma che so anche che farò volentieri, per non far si che le intenzioni muoiano dopo il primo mese.

Leggere più libri scritti da donne.

Prima che scoppiasse il Caso Bolognese mi ero già messo in testa che dovessi fare di più per equilibrare le quote rose nella mia libreria. Le scrittrici brave esistono. Magari sono meno, ma questo non dipende dalla qualità della loro scrittura. Non è obbligatorio, ma forse leggere un capolavoro scritto da una donna ogni tanto può aiutarci a resettare le nostre abitudini e associazioni mentali. Magari una di queste:

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Leggere letteratura araba.

No afghani, iraniani, israeliani, turchi, genericamente musulmani, proprio arabi. La cosa restringe il tutto a una serie di paesi in cui pubblicare non è esattamente facilissimo, per una serie di motivi diversi. Personalmente sono un grande ammiratore dei basbousa e del babaganoush, degli arabeschi e delle tende nel deserto. Ma questo non basta, ovviamente. Una civiltà che ha almeno tredici secoli di storia forse merita un’esplorazione più approfondita. Purtroppo è un po’ difficile trovare grandi autori rappresentativi, mi farò aiutare da Editoria Araba, che forse mi consiglierà uno di questi titoli:

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Leggere un libro mio.

Non tutti i libri che leggerò saranno belli. C’è questo rischio. Tornerò quindi almeno una volta nel porto sicuro di un autore o di un genere che amo. Questo è il punto più facile della lista dei buoni propositi, mi sa. Anche perché è uguale al punto quattro, che dice:

Leggere più Levi più Calvino più Buzzati.

Questa è la mia lista dei buoni propositi e ci faccio quello che voglio. Gnà.

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Leggere più cose di adesso.

Ecco infatti il punto più faticoso per me. Muninn ormai lo sapete, in norreno significa memoria, e per me è molto più facile guardare indietro, anche di pochi anni, dove molta gente è già passata o lungo sentieri un po’ trascurati, per dire la mia. Il tempo fa molto del lavoro di selezione che mi impedisce di perdere prezioso tempo con letture orribili, certo, ma io vivo qua e ora. Cosa leggere? Boh. Huginn ancora non ha aperto un blog, ma ho tanti amici che ne hanno uno e sono più svegli di me.

Leggere Michele Mari.

Ho fatto un voto. Solo dopo la laurea. Un anno dovrebbe bastare.

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Sono sei propositi, non tanti, più facili da rispettare di quello che sembra e per quello forse funzioneranno. Forse. Ma la cosa bella dei propositi per l’anno nuovo è che già dal giorno dopo li puoi infrangere e chissenefrega. Tanto sappiamo tutti come andrà a finire.

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Buon Anno!

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Difendere la Terra di Mezzo.

coverQualche settimana fa è stata pubblicata da Robert McCrum sul Guardian la lista dei 100 romanzi più importanti della letteratura in lingua inglese. L’obiettivo di queste liste ovviamente non è giungere ad una conclusione definitiva sul Canone Universale, cosa francamente impossibile e probabilmente inutile (anche se sensualmente allettante) ma discutere su chi c’è e chi non c’è. Come alle serate eleganti a casa delle gran dame. Con lo stesso atteggiamento frivolo mi sono giustamente accostato all’elenco. Mi interessava scoprire qualche nuovo nome, ma soprattutto depennare con sommo piacere chi aveva già fatto una sosta sul mio comodino. Con denso godimento spuntavo uno alla volta un po’ di classici: Melville, Defoe, Golding, Fitzgerald, mentre con altrettanto piacere contemplavo la pila di carta che ancora mi attendeva, pregustando un dolce naufragare libresco…fino a che la lista finì. E un nome mancava. Ora, come ho detto sopra, è parte del gioco e del divertimento, oltre che impossibile, fare posto a tutti: niente Christie, Auster o Vonnegut e moltissimi altri. Al povero McCrum non scriveremo nessuna lettera infuocata lamentandoci che nella storia della letteratura anglofona non ci sono abbastanza capolavori scritti da donne o da minoranze etniche. Anche perché a queste idiozie ha già risposto lui QUI. Ma dall’alto scranno della monarchia teocratica che regna su Muninn, muoveremo un accusa sola, che probabilmente si perderà in un flusso di uno e di zeri.

Il fantastico, perfino le sue vette di più sublime letteratura, resta ancora fuori dal canone. Con tatto, McCrum riesce a cavarsela sempre: Orwell e Huxley scrivono dystopian novel, Gulliver è un satirical masterpiece, Gordon Pym diventa un arzigogolato classic adventure story with supernatural elements, Alice è una nonsense tale. Definizioni valide, ma che escludono a priori qualsiasi possibilità che un libro di lettura fantastica, fantasy, di fantasia, entri nel Valhalla dei libri. Non lo scrive, da nessuna parte. In quattrocento anni di storia la letteratura inglese non ha prodotto UN SOLO LIBRO FANTASY. Per dire il potere delle parole. E ovviamente a soffrire maggiormente questo ostracismo sempre più incomprensibile è J.R.R. Tolkien. Per lui non c’erano parafrasi adeguate a nascondere elfi e nani.

Trascurare la fantasia però, ha delle conseguenze nefaste: ad appropriarsi delle possibilità (infinite come la fantasia) del genere saranno altri, non per forza dotati di sensibilità estetica, o peggio, dotati di un lungimirante portafoglio, con cui investire su: gadget, spade laser di plastica componibili, figurine di plastica colorata fatte in Cina con prodotti tossici, portachiavi, film, libro del film, fumetto del film, spada del Re, fermaglio a forma di foglia di edera, videogioco, Tim Burton, la moglie di Tim Burton, Jonny Depp, maschera, panettone, prequel del sequel, pupazzo, pupazzo a dimensione naturale, libro rilegato in finta pelle di coccodrillo, drago di plastica, drago di resina con incorporato orologio, elfo con le alucce colorate. O i fascisti. E la loro autorità permetterà di rovinare il significato dei libri, come hanno fatto con Lo Hobbit, permetterà di non fare traduzioni adeguate, ma di vendere il libro tratto dal film tratto dal libro. Tutto quello che c’era da dire lo avranno detto loro. La critica letteraria serve a qualcosa, forse.

Per fortuna quindi che c’è il WuMing4, il mio preferito tra tutti i membri del WuMing, collettivo di scrittori anarchici nonché bolognesi, a tirarci fuori d’impaccio. In un paese dove i professori danno da leggere spettacoli teatrali di Sartre o biografie di Dante a ragazzini in subbuglio ormonale, c’è qualcuno che pensa a quello che fa. Difendere la Terra di Mezzo è una raccolta di saggi e articoli, alcuni inediti, che affrontano a trecentosessantagradi la materia tolkeniana. La sua fortuna in Italia e all’estero, le sue fonti, la storia delle pubblicazioni, critiche e apprezzamenti, fonti e genesi delle opere, analisi dei personaggi e del pensiero che sta alle spalle dei racconti di Tolkien. È un libro da battaglia, militante, nel migliore dei modi possibili, con la ragione e la documentazione, scritto in modo comprensibile ma approfondito, scritto con la passione per i libri che si amano. Anche nel saggio in cui affronta le interpretazioni simboliste dell’estrema destra italiana sull’opera tolkeniana, si percepisce l’insofferenza di un intellettuale, non di un ideologo, che affronta travisamenti e storpiature con la fermezza di un’argomentazione razionale. È il libro giusto da cui iniziare se volete approfondire, ricco di riferimenti alle opere minori di Tolkien, ai suoi lavori teorici sulla fiaba e la mitopoiesi, il processo di creazione di un mondo immaginario che riguarda tanto scrittore quanto lettore e che non è poi così lontano dalle più consapevoli teorie postmoderne.
L’obiettivo di WuMing4 è quello di strappare la Terra di Mezzo dalle mani dei suoi nemici, che sono innanzitutto l’oblio e la semplificazione, la trascuratezza delle analisi e i travisamenti ideologici. La raccolta rivela lati misconosciuti della personalità e dell’opera di Tolkien, o della sua immagine come ci è sempre stata presentata: un pacioso professore cattolico di Oxford con sciarpa e pipa che di fronte al fuoco ben acceso racconta storielle ai nipotini, ma che per spiegare il significato del suo romanzo cita un brano sulla morte di Simone de Beauvoir, una scrittrice e pensatrice atea. Uno scrittore che amava così tanto il linguaggio e il potere creatore del Verbo da dare un mondo alle sue parole inventate. Un mondo senza dei, dove risorse e giustificazioni devono essere trovate solo dentro di sé. Un mondo dove è facile vivere e ambientare infinite storie, ma che trova nel mondo vero, nel nostro mondo,  ragioni e conseguenze.
Come tutti i libri migliori, questa raccolta di saggi vi spingerà a documentarvi, leggere altri libri, guardare altri documentari, farvi domande e conoscere nuovi autori che non avreste mai pensato di incontrare. La Terra di Mezzo è tanto vasta, e gli spazi lasciati vuoti sulla mappa sono ancora molti. Prima che vengano lottizzati e venduti al miglior offerente, imbracciate un libro e lottate.

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Vergogna dei mostri.

È stato difficile per me allora, e sarebbe ben più difficile adesso, persuadere i lettori che le mie intenzioni erano essenzialmente morali. I miei amorali narratori in prima persona avrebbero dovuto condannarsi con le loro stesse parole. Ho pensato fosse più interessante per l’autore non intervenire.

11308856042Se Ian McEwan in persona non trova giustificazioni convincenti per difendersi dalle accuse di oscenità, morbosità, cinismo e sessualità deviata, non vedo come la mia penna infinitamente meno felice possa dargli man forte. C’è da dire però che lo scrittore non le cerca neppure, queste giustificazioni. E neppure all’interno dell’articolo scritto nell’anniversario dell’uscita del suo primo libro,  Primo amore, ultimi riti, ce ne sono. Si vede che è passato oltre, le sue ossessioni sono diventati i temi di una carriera letteraria consolidata e universale, che mette d’accordo i lettori più raffinati come gli occasionali curiosi che hanno consumato il suo ultimo racconto, prima che tra le pagine, di fronte allo schermo. A pensarci meglio neppure allora, aveva cercato giustificazioni per il contenuto dei suoi racconti. I suoi editori non ne avevano tenuto conto e persino i genitori, seppur con un’abbondante dose di imbarazzo inglese, erano orgogliosi di lui. L’unico che cerca di giustificarsi qui sono io.

Deve quindi esserci qualcosa di diverso, nel male raccontato da McEwan, rispetto al Male che si racconta solitamente. Una caratteristica speciale, forse non unica, ma che imbarazza le persone che leggono i suoi libri. Non è un problema di morale borghese cristiana o occidentale, ma umana. I suoi personaggi fanno cose orribili, di una violenza arcana, ancestrale e incontrollabile, dispiegano le loro pulsioni aldilà della comune sopportazione. Pensieri, parole, opere sono tutte egualmente terribili, perché si addentrano fin da subito senza renitenze e prudenze nei territori più oscuri dell’umanità, senza guide, senza freni, senza neppure nubi oscure cariche di fulmini che preannuncino la tempesta. Nessun Virgilio, nessuna inconsapevolezza per Edipo, la nostra mente nuda esposta all’occhio di Sauron diventa essa stessa l’occhio. Non c’è neppure la sicurezza che in fondo al cuore di Céline ci sia la bontà più pura, che quello di Miller sia un viaggio perlopiù letterario, e tutto questo perché prima di fargli fare le loro terribili cose, McEwan si è nascosto. I narratori in prima persona e uno stile puro e perfetto incantano il lettore e lo conducono giù nell’oceano, abbracciato in una stretta mortale. Sono come trappole per i pesci, quando ci si accorge che si è in trappola è troppo tardi.

Fatto in casa apre la raccolta, e persino il titolo nonché le prime tre righe, ci avvertono del contenuto della storia, in cui tutto sembra affidato al caso e all’inevitabile susseguirsi di occasioni e conseguenze involontarie. Ma come il racconto è stato pensato e misurato per arrivare al climax finale, così premeditazione e un male più profondo si nascondono tra le righe. Geometria solida ha invece il fascino sempreverde del racconto fantastico: un uomo ossessionato dalla vita del bisnonno porta alle estreme conseguenze le sue misteriose scoperte. C’è qualcosa di familiare, e di antico. È uno dei miei preferiti. Farfalle è fatto per mettervi di nuovo alla prova, con il sospetto e il disgusto.

Ultimo giorno d’estate è un momento di pausa, dal male assoluto degli uomini, col male assoluto del mondo. Cocker a teatro fa troppo ridere, e McEwan dimostra il suo talento indiscusso. Conferma come l’indagine dei mostri sia una scelta profonda e non uno stratagemma per acchiappare il lettore. A lui non serve, e questo brevissimo affresco satirico lo dimostra. Che ridere.

Conversazione con l’uomo nell’armadio è forse il più strano e disturbante racconto, ma non è assurdo come sembra dal titolo, è dolorosamente realistico. Primo amore, ultimi riti ci consola con una storia d’amore, dopotutto, ma è una storia che deve fare i conti con la realtà e gli innumerevoli fallimenti che fanno sgusciare via il momento in cui tutto cambia come anguille nel fango. Travestimenti è il più lungo della raccolta, è il più tremendo, perché prima che con la sessualità morbosa ci colpisce con la violenza fatta ai sentimenti, al futuro, ai tormenti che distruggeranno tanta felicità.

Per quanto si possa dire sul valore morale e catartico dei racconti, evocare il male peggiore possibile per augurarsi il bene, continueremo a sentire quel fastidiosissimo senso di vergogna e vago disgusto dopo averli letti. Questo perché la lettura ci ha causato ben due sommovimenti. Il primo è l’imbarazzo di aver tratto piacere da immagini così depravate: infatti non conta che lo stile sia di volta in volta magnifico, agile, attento o ironico e che in fin dei conti questa è Arte, sarete sempre colpevoli. Il secondo, il più straordinario, sarà la vergogna per aver capito, per essere stati “dentro” per aver fatto parte della coscienza di uomini che altrimenti definireste mostri e inumani. McEwan ci rivela la loro – e quindi la nostra – umanità, sentimenti e brame, recessioni e manie che fanno inestricabilmente parte della nostra natura mortale e ci affratellano, grazie alla magia del racconto, con scorie umane.

(Luogo pubblico, due conoscenti si incontrano seduti sulla stessa panca, scambiano convenevoli)

«Cosa leggi?»

« Primo amore, ultimi riti. Sono dei racconti.»

«Oh…belli?»

«Moltissimo, Ian McEwan è uno scrittore straordinario!»

«Ah…di cosa parlano?»

«Incesto, stupro, pedofilia, violenze domestiche fisiche e psicologiche, bullismo, sporcizia umana e materiale, fallimento, solitudine, depravazione, pura e semplice malvagità.»

«…»

«Ma c’è anche un pene dell’ottocento sotto formalina e una scena di sesso molto divertente! Non scappare….!»

(l’interlocutore si allontana camminando, il dialogo termina come se non fosse mai accaduto)

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Trilogie pericolose.

Riporto i fatti accaduti per come li riporta alla mente la memoria. Non è questo un modo per giustificare errori o travisamenti della vicenda, ma è una semplice conseguenza dei molti impegni e contrattempi che mi sono occorsi da allora. Se poi questo avrà o meno delle ripercussioni sul resto della storia, non sta a me dirlo.

imageEra una normale giornata di lavoro alla biblioteca civica e la mattinata era già corsa via dietro a prestiti e restituzioni. Ad un tratto mi ricordai di aver qualche libro nello zaino: un libro di ricette sui dolci austriaci e tedeschi, la Retorica antica e Il vagabondo delle stelle. Passati rapidamente dalla tasca alla mano, rigirati alla ricerca del codice, identificati e infine ammonticchiati da parte per essere sistemati. Li posai assieme alla pila di volumi accumulata durante la mattina. Fu allora, tra le coste colorate, che apparve il libro. Non avrebbe dovuto essere lì, questo è chiaro, e non avrebbe dovuto per svariate ragioni, che però non sono probabilmente utili alla nostra storia. Infatti il libro avrebbe dovuto essere a casa mia. Il ruvido ceruleo della copertina era ancora là sul ripiano della cucina, là nella mia mente, sul carrello della biblioteca no di certo. Pensai subito a una coincidenza e balzai al computer per controllare. Tutto corrispondeva: il libro era quello, era stato prestato a me e da me riconsegnato. A confermarlo c’era l’angolino in basso a destra, sbucciato, che mostrava il cartone. Come era possibile? Come era possibile che non mi ricordassi di aver riportato il libro? Non doveva essere poi una cosa remota, il libro era ancora sul carrello. Qualche mio collega? Ma come, se io il libro non l’avevo con me? L’unica spiegazione logica era che il libro mi era stato sottratto, senza che io lo leggessi, da qualcuno che voleva impedirmi di leggere e scrivere la recensione.

Le ragioni c’erano tutte per compiere questo misfatto: la Trilogia di New York, quella di Paul Auster, era un libro compromettente per molti. Per lo stesso Paul Auster, ad esempio. È noto che il famoso scrittore, all’inizio degli anni ottanta, quando non sperava più di diventare famoso come poi sarebbe diventato, scrisse la trilogia come sfogo personale dopo il divorzio dalla prima moglie infarcendo le pagine, sotto multipli travestimenti, delle sue vicissitudini personali. Inaspettatamente le opere, uscite una dietro l’altra, avevano avuto un incredibile successo. È possibile che il Paul Auster non voglia che la sua opera torni alla ribalta dopo anni di oblio in cui le sue opere successive hanno preso il sopravvento. Un uomo determinato e ricco può benissimo arrivare fin qui. Non è da trascurare neppure l’influenza della ex moglie, dirigente alla Library of Congress, che potrebbe aver disteso la sua longa manus attraverso le pieghe sempre oscure della biblioteconomia internazionale.

Trascurai per un momento i possibili moventi e mi concentrai sull’unica cosa che andava fatta: se qualcuno non voleva che leggessi quel libro, non lo avrei permesso. Mi nascosi dietro uno scaffale e cominciai febbrilmente a sfogliare le prime pagine. A parte la sua balzana teoria sul Don Chisciotte non mi pareva ci fosse nulla di così compromettente: il libro, o meglio i libri, erano delle rivisitazioni postmoderne delle classiche storielle hard boiled che usavano così tanto dopo la guerra, appesantite da un carico di depistaggi, mezze bugie e mezze verità, giochini filosofici tra autore e lettore e astruse teorie letterarie.

Nella sua città di vetro manca il senso claustrofobico dei grattacieli di New York, le folle, il vorticoso ammassarsi della civiltà. La storia e le perone passano attraverso i vetri delle case di una città fatta di nomi di vie, palazzi, ponti, musei. È una metropoli senza sporcizia, o meglio dove la spazzatura può esistere solo se è utile alla storia. I personaggi, chiusi nelle loro case, in una stanza, tra le vie perpendicolari di un quartiere, in realtà volteggiano come fantasmi tra le foreste di Thoreau, le onde di Melville e i pudori di Hawthorne. Qualsiasi limite, ostacolo, tranello non veniva da fuori, ma da dentro di loro.

Trascorsi delle ore, seduto dietro lo scaffale, immerso nella lettura. Ad ogni pagina si rivelava come il disegno dell’autore fosse molto più vasto di quanto avessi pensato all’inizio. Attorcigliata alle storie e alla storia, c’era il rapporto tra scrittore e uomo e su quello che rubano l’uno all’altro. Come i migliori scrittori, tutto era suggerito e sussurrato, sdoppiato tra personaggi che si rispecchiano l’un l’altro, vampirizzandosi a vicenda.

Chiusi l’ultima pagina, felice di avere trovato un grande scrittore. Aveva preso il racconto investigativo e lo aveva fatto esplodere, ribaltandolo come un calzino. Attingendo dalle origini della letteratura americana e dai romanzi popolari aveva partecipato a creare quello che (ora lo sappiamo) è un genere come tutti gli altri, di romanzo. Il postmoderno. Con una bravura e un ironia mai scontate Auster tiene la tensione alta, pronto a far vibrare il colpo di scena come una frusta, senza mai deludere chi voglia seguirlo fino in fondo. Con gusto hitchcokiano gioca con i particolari e le tensioni, sessuali, nevrotiche, ossessive, per creare un meccanismo preciso e rispondente ai piccoli colpetti che gli arrivano dall’esterno, di cui non possiamo vedere l’interno finché non lo decide l’autore. Non provate neppure a cercare di ricomporre da soli il groviglio di personaggi riflessi tra le pagine del libro, la conseguenza è la follia, o semplicemente un vicolo cieco. Godetevi la strada e lasciatevi trasportare, il cervello non deve funzionare a pieno regime.

Ero rimasto solo, nella grande sala. Al buio. I miei colleghi erano già usciti. Rimaneva in sospeso l’inspiegabile faccenda del libro, cosa sarebbe accaduto ora? Squillò il telefono. Lasciai che si fermasse. Ricominciò. Risposi.

«Pronto…?»

«Non hai capito niente, rileggilo da capo».

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Bonus:

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La traduzione a fumetti del primo capitolo della trilogia Città di vetro, merita di essere letta. David Mazzucchelli, Paul Karasik – Coconino Press.

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Vagabondi metropolitani.

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È capitato sicuramente anche a voi, aspettando il treno la metro o la corriera, di spegnere provvisoriamente il cervello. Dopo una lunga giornata o appena svegli, in attesa alla stazione lo sguardo si fissa sulla banchina opposta, il vociare vicino diventa sempre più indistinto, pensieri e preoccupazioni che ci accompagnano fedeli in ogni altro momento di calma della giornata che svaporano indistinti. E poi eccolo che arriva: il velocissimo mezzo metallico che scorre a un palmo di naso. Le finestre, rintoccano ritmicamente ipnotiche. Allora, in quel preciso momento, prima che il treno si fermi e le porte si aprano, ci si avvicina a ciò che raccontano sciamani e asceti da millenni: la divisione della coscienza dal corpo. Non sarebbe infatti possibile, lasciandosi andare, concentrando l’attenzione su quel luogo così distante nel nostro cervello, farlo veramente? Anche se stiamo solo aspettando che il treno si fermi? E provare così ad immaginare quello che accadde a Darrel Standing nel romanzo di romanzi scritto da Jack London: Il vagabondo delle stelle.

Siamo nella California di inizio novecento, un posto tutt’altro che civile. Niente bionde abbronzate che surfano, per ora. Standing, professore di agronomia, è stato condannato per omicidio all’ergastolo. Per una serie di malversazioni viene costretto in cella d’isolamento, pena spesso e volentieri accompagnata dall’uso sfrenato della camicia di forza. In questa situazione estrema conosce gli altri inquilini del braccio d’isolamento: Ed Morrel e Jake Oppenheimer, con i quali comincia a comunicare attraverso un codice segreto che camuffa quello Morse. Quindi, grazie ai consigli dei due compagni di sventura, riesce ad autoindursi una condizione di sospensione spirituale per sopravvivere alle torture dei suoi carcerieri. Il grosso problema è che il nostro eroe comincia a prenderci gusto: scopre infatti che portando ogni volta un po’ più in la la soglia della sua morte-in-vita riesce a rivivere esistenze precedenti sedimentate nella sua coscienza da migliaia di anni, vite e vite, in luoghi epoche e corpi incredibilmente distanti tra loro.

Eccoci giunti infine al cuore del libro: una serie di racconti d’avventura che rispettano quasi maniacalmente le casistiche narrative avventurose più classiche. C’è il romanzo di costume medievale, il romanzo di sventure marinaresche (anzi due), il romanzo storico che attinge all’epopea western come Lo studio in rosso di Conan Doyle, il romanzo di avventure esotiche. Tutti perfetti e autentici episodi narrativi in perfetto stile londoniano. Oppure coloratissimi kolossal hollywoodiani anni ’50. Non sarebbe azzardato pensare che alcuni racconti siano stati scritti da soli per poi essere incasellati nella splendida cornice che London aveva preparato. Un racconto di racconti, tra i più classici, dalle Mille e una notte al Decamerone. Qualcosa che mai nessuno prima di lui avesse tentato, scrisse London al suo editore.

E forse è vero. Perché quella che fino ad ora è sembrato solo un banale pretesto per pubblicare un blocco di racconti assieme per recuperare i soldi necessari a mantenere il Beauty Ranch a Sonoma County e i suoi numerosi abitanti, si espande, penetrando negli interstizi tra le avventure metempsichiche di Darrel Standing. Con il peculiare stile che appartiene solo a lui, a cavallo tra i secoli ed eternamente oscillante tra circonvoluzioni metafisiche e periodi sbozzati con l’ascia, cinico e razzista quanto sensibile e curioso delle culture più lontane, attento studioso di storia e filosofia e colossale mistificatore; London, questo ossimoro vivente, rimpinza il libro di filosofia orientale e di attente critiche storiche e sociali, di verità e verosimiglianza, tornando alla più profonda essenza del romanzesco. È vero, basato su dettagliatissime ricostruzioni, il massacro dei pionieri nel deserto salato dello Utah. Sono veri i personaggi di Oppenheimer e Morrel, vere le torture a cui venivano sottoposti i prigionieri nel paese più democratico del mondo, nella California del sogno americano.

Come è possibile conciliare l’eterno ritorno dell’uguale e l’inevitabile spinta progressiva dell’essere umano per il miglioramento proprio e della società? Due pensieri così lontani e distinti come il giorno e la notte: come possono stare nello stesso libro, nella stessa mente? Come può il socialista Jack London, che lotta per i diritti civili, esaltare la forza il coraggio e l’intelligenza dell’uomo ariano attraverso le ere? Con un racconto, il più facile ed economico mezzo di viaggio dell’anima conosciuto. Ed Morrel, quello vero, condannato all’ergastolo per aver fatto parte di una banda di banditi ferroviari un po’ anticapitalisti, fu graziato in seguito al successo del Vagabondo delle stelle. Darrel Standing invece, condannato alla sua esistenza di eroe fittizio, continua e continuerà a morire e rinascere, morire e rinascere per l’eternità, dalla prima all’ultima pagina nell’eterno ritorno della prigione in cui è stato rinchiuso.

Centrale, stazione di Centrale, lasciare scendere i passeggeri prima di salire.

Bonus:

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Preparativi III.

agataÈ giunto infine agosto, che porta con se obblighi imprescindibili. Questi mi costringono a spolverare Muninn, blog a lungo riposto sopra quell’armadio in cantina insieme alle valigie, a un soprammobile a forma di gondola, un paio di libri finti di plastica con lo scomparto per nascondere i gioielli, una moneta da cinquecento lire, della polvere, Gente del febbraio 1994, due comunità di acari in lotta tra loro da tempo immemorabile, due calzini spaiati, il Piccolo Popolo, una trisa, polvere

coff coff coff

la polvere, tantissima, dovuta a settimane di trascuratezza, accumulata su strati e strati sovrapposti come colate di nubi piroclastiche che formano pinnacoli svettanti e montagne di oppio. Fissando i canyon e gli strapiombi della catena montuosa di microparticelle quasi perdo me stesso, dimentico, nell’oscurità della cantina, delle onde spumose che si rifrangono molli e dense sulla spiaggia a migliaia di chilometri dall’armadio impolverato. Ma eccolo Muninn! Forse ancora respira, lo schiaccio con un dito, esce un suono come quello dei giochi per bambini, un fischio soffocato. Che pena mi fa. Lo pulisco un poco, è tempo di rivedere il sole, là fuori. Là sulla spiaggia le onde sono cresciute e una donna in costume che regge il coperchio di una bara ci fissa. È una spiaggia sudafricana e la donna è Agatha Christie che ci chiama…sorride…le sue labbra scandiscono una breve frase, poche parole…ogni…patate…no…i coni…no…Agatha mi sta dicendo…

CONIGLI PER LE VACANZE!

Che per chi non lo sapesse sono i libri che mi propongo di leggere in agosto, a volte baro, a volte mi dimentico, a volte mento, l’importante è che questo post esista. Cominciamo.

Il vagabondo delle stelle – Jack London

Ho già cominciato a leggerlo, ed è bello. Con la sua voce un po’ da filosofo e un po’ da imbonitore, da predicatore che legge la Bibbia e da romanziere che crede solo in quello che inventa, London prima ci chiude in un buco e poi ci libera, leggeri di volteggiare tra le stelle, vestiti di bianco, tra mille vite e mille sogni, a cavallo di una giumenta selvaggia come il piccolo Nemo.

Lo straniero – Albert Camus

Mi ronza nella testa da quando ho visto un film sulla Guerra d’Algeria, è un libro di un mondo che non esiste più e per quanto è esistito ha avuto le stesse solide basi di una fata morgana, un miraggio nel deserto. L’unica cosa che so è che Camus ha letto Moravia e gli è piaciuto.

N-W – Zadie Smith

Basta uomini. Come se le femmine fossero capaci di scrivere solo romanzi rosa. Faccio questa cosa proprio perché voglio più donne sulla mia libreria senza sciocche quote rosa. Voglio sempre il meglio, solo con le tette. Ho chiesto e mi hanno risposto lei. Lei è giamaicana, ma vive nella Londra multipla di oggi.

Triologia di New York – Paul Auster

In qualche modo devo tenere viva la vena calviniana che si è aperta senza leggere Calvino. Ho sfogliato le pagine di questo libro e i personaggi sfogliano un libro di Paul Auster. Che il trip abbia comincio. Fantasmi e grattacieli di cristallo, da leggere per forza quando al luce del sole è più intensa.

Poirot a Styles Court – Agatha Christie

L’estate è giallo. Lei è gialla. Poirot è belga, non francese.

Il caso – Joseph Conrad

Ha la copertina gommosa. Non so cosa stiano facendo quelli di Adelphi ai loro tipografi ma mi piace. È un po’ che io e Josip non ci vedevamo, io porto da bere, lui porta Marlowe, che ha fama di buon narratore. C’è una barca, è buio. Una storia d’amore. Non ho bisogno d’altro.

Unastoria – Gipi

Cosa c’è dentro le pagine di questo fumetto di cui tutti hanno parlato? Le parole sono tante, sono importanti e sono scelte. Un altro buon motivo per leggerlo e dire qui che lo faccio. L’unico problema sarà che finirà troppo in fretta, come al solito. Il più grande difetto delle graphic novel è che sono sempre troppo brevi.

Muninn e io vi salutiamo, vi diciamo ciao, vi diciamo cra. Scivoliamo lontano dalle vostre bacheche per un altro po’, con il solito carico di promesse per il prossimo anno lavorativo. Buone vacanze, buoni conigli a tutti.

Stay cool, stay cra.

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Ascoltare per scrivere.

È la prima volta per me attraverso il parco e oltre l’arco. Non ero troppo sicuro nemmeno che esistesse, una parte del centro di Milano verso nord-ovest. Dopo il lungo percorso a piedi dalla Sormani al parco Sempione, in mezzo alla gente turisti giacche e cravatte, e sotto al sole, sono già sudato e tocca fermarmi a far traspirare un po’ di vapore acqueo. All’ombra di una sequoia idrofila mi fermo e sollevo gli orli dei pantaloni, per portare un po’ di refrigerio alle caviglie; non posso certo arrivare sudato. Guardo nel laghetto pieno di pulcini di gallinelle d’acqua, cosini spiegazzati che pigolano sulle esili zampette. Scopro infine che il parco non ha né cardi né decumani ma si interseca in una follia di strade concentriche, o almeno folle per me che mi ostino a percorrerlo in linea retta. Attraverso svariati prati, gruppi etnici e tribù giovanili: tizi con le trecce, ragazzi filippini tutti con gli stessi occhiali e ragazzi italiani tutti con lo stesso taglio di capelli.

Brogi,_Giacomo_(1822-1881)_-_Milano_-_Arco_della_pace,_costruito_col_disegno_di_Cagnola_-n._3831

Una foto molto recente dell’arco di trionfo di Milano.

Dopo almeno un’altra pausa traspirazione, arrivo a destinazione. È un vecchio e grande palazzo con un vecchio e grande portone, hanno appena aperto la porticina e io mi infilo subito dentro, dietro a un signore con la camicia a quadri che sembra molto sicuro del fatto suo. Sorrido e saluto, contento che non mi abbiano chiesto nessuna parola d’ordine. Vecchie scale e ascensore nuovo. Non mi ricordo il piano, quindi scale. Scale che sono già occupate da una serie infinita di cartonati di Patterson e Cussler che mi sorridono marpioni PIU’ SUSPANCE! PIU’ AZIONE! sono dei bravi cartonati, fanno il loro dovere. Ogni pianerottolo è una stazione sulla via crucis della mia curiosità: ogni volta che leggo “Salani” o “Longanesi” devo trattenermi dal nasottare oltre gli stipiti che mi porterebbero fuori dalla tromba delle scale e dentro posti dove si sta ancora lavorando. Giunto infin’ al quinto cielo che fui, entro in una piccola saletta, tutta bianca e semivuota, prendo posto e attendo.

Sono qui perché mi hanno invitato, per motivi a me ignoti, a: “Domande e risposte. Autori esordienti pubblicati da importanti editori rispondono a domande e consigliano cosa fare/non fare per essere pubblicati” che è la lezione conclusiva di un corso di scrittura organizzato da GeMS.

Nonostante io abbia una certa allergia nell’incontrare autori che parlano dei loro libri, la serata è stata molto bella. Probabilmente perché dei loro libri hanno parlato pochissimo e molto di più di come hanno fatto a scriverli. Quattro autori quattro esperienze e quattro libri diversissimi tra di loro, la varietà di toni e di impegno e una buona regia hanno fatto scivolare via le due ore di incontro.

Alice Basso, è editor di una piccola casa editrice di Torino e ha scritto questo, dice che tende ad essere logorroica anche quando scrive, lo fa soprattutto perché gli piace farlo e scrive quello che piacerebbe leggere a lei. Vorrebbe leggere, ma i libri si accumulano sul comodino. Il suo libro parla di persone che lavorano coi libri (dice anche che vanno molto, ultimamente).

Stefano D’Andrea ha scritto invece questo e nella vita scrive cose su Facebook. Io seguo già la sua pagina, il gatto morto: ogni giorno una foto del suo gatto. Ha smesso di leggere quando si è accorto che voleva vivere veramente e che copiava soltanto quello che leggeva. Scrive di quello che lo circonda, in questo caso, bambini.

Giuseppe Marotta ha fatto per tutta la vita concorsi pubblici e concorsi lettarari, alla fine gli è andata bene: lavora come ufficiale giudiziario e ha raccolto qui tutte le sue esperienze sulle ingiunzioni di sfratto. Gira con il taccuino e scrive nei momenti liberi dal lavoro.

Lavinia Petti è una neolaureata in Islamistica, insegna italiano ai ragazzini stranieri e ha scritto le prime pagine del suo libro a diciassette anni. 17. Ama fare ricerche e studiare per raccogliere tutto il materiale che poi riverserà nella scrittura. Vuole insegnare e scrivere.

Alice ha detto una cosa molto interessante, su cui anche gli altri hanno convenuto: tutti scrivono anche quando non stanno scrivendo. Sono più o meno attenti osservatori della realtà, da cui suggono l’energia da instillare nei loro personaggi, che altrimenti sarebbero morti come la carta su cui scrivono. Magari una situazione, una smagliatura nel mondo reale possono risolvere la pagina del mondo fittizio. C’è chi fa ricerche, chi guarda gli amici con figli, chi registra i racconti di uno sfrattato e chi fa ricerche storiche sui nomi che dovrà usare, ma tutti guardano e osservano prima di scrivere.

Fuori intanto, sopra i tetti coronati dai comignoli, cominciava il temporale.

Alcuni stanno più attenti a organizzare una struttura e dei personaggi coerenti, mentre altri lasciano che la materia si accumuli per poi passare ore ore e ore a limare, correggere e variare cercando di arrivare alla propria perfezione. Stefano Mauri (proprio lui) a un certo punto interviene citando Terry Pratchett (proprio lui) per sottolineare il delicato lavoro degli editori: «Un secchio di merda è un secchio di merda e un secchio di whiskey è un secchio di whiskey. Ma se io metto una goccia di whiskey nel secchio di merda rimane sempre un secchio di merda, se io metto una goccia di merda nel secchio di whiskey diventa un secchio di merda». Rivolgete la metafora verso i lettori invece che verso l’editore e vi verranno in mente tanti secchi di liquore dal sapore un po’ strano.

Il lettori appunto, non c’erano, e non c’erano per il semplice motivo che la serata era “Domande e risposte. Autori esordienti pubblicati da importanti editori rispondono a domande e consigliano cosa fare/non fare per essere pubblicati” e non un gruppo di lettura. O meglio, erano quasi tutte persone che leggono, credo, spero, ma nessuna che in quel preciso istante fosse lì presente come lettore. Per me quindi, Superlettore (non dico sciocchezze ho un diploma di quando avevo 12 anni), è stata soprattutto una splendida occasione per spiare cosa fanno quelli dall’altra parte della barricata. Osservare e vedere come siano mille le sfaccettature e i gusti non solo di chi legge, ma anche di chi scrive e che molto spesso non ha esattamente me come lettore ideale. Ma qualcun’ altro.

Questa storia del pubblico e del lettore di riferimento sembrava però non interessare più di tanto gli alunni del corso appena finito, le cui domande erano molto più specifiche e circostanziali: «Qual’è stata la tiratura del vostro primo libro?» «Come avete fatto a contattare l’editore?» «Avete da consigliarmi un’agenzia per correggere le mie bozze?» «Avevate una lettera di presentazione?» non sapete quanto mi sono sentito fuori posto (anche giustamente) a chiedere agli autori che rapporto avevano con i libri degli altri e se leggevano mentre scrivevano.

Il temporale fuori era finito, intanto, e i comignoli coronati luccicavano di pioggia.

Finita era anche la lezione, alcuni sono immediatamente fuggiti per non prendere altra acqua, altri si sono fatti firmare delle copie, io mi sono aggirato un po’ tra tutti questi sconosciuti cercando di acchiappare brandelli di conversazione. Ho provato a fare qualche domanda agli alunni, ma sono scappati velocissimi appena ho detto di avere un blog. Ho dovuto tenacemente resistere alla tentazione di rubare un libro da uno scaffale pieno di Guanda mentre nessuno guardava e mi sono infine deciso a scendere le scale, dove Patterson e Cussler mi aspettavano fedeli al loro posto.

Durante il percorso verso la metropolitana ho riattraversato il parco molto più buio, mi sono apparse teste di orso giganti e corridori filosofi. Per decomprimermi ho osservato a lungo i movimenti della colonia felina del Castello e poi giù, sotto terra. Finisce qui un altro articolo di Muninn che non è una recensione, ma resoconto di un piccolo volo lontano da casa, chissà se mi inviteranno ancora, chissà se avrò altre domande da fare.

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Raccontami una storia.

2823

C’era una volta un re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

È mia incontrovertibile certezza che la migliore recensione possibile al libro di cui dovrei scrivere quest’oggi non potrebbe essere scritta meglio di così. Una semplice filastrocca, nessuno sa da dove arriva ma tutti la conoscono, dalla nonna che raccontava che l’ha sentita dalla nonna che raccontava che l’ha sentita dalla nonna che raccontava che…Ma non è così che si fa nel consorzio sociale degli scrittori di recensioni su internet e non è così che ha fatto l’autore del libro. Se avesse scritto che

C’era una volta un re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

per tutto il libro, magari nessuno l’avrebbe letto. Sarebbe stata un’opera quantomeno interessante ma non è stata mai scritta così. Infatti Italo Calvino ci ha messo tutto il suo impegno, la sua ironia e il suo talento di geniale scrittore per scrivere Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Qualche tempo fa, dei miei amici mi chiesero di cosa parlasse. Io, che non trovo mai le cose giuste da dire al momento giusto, mi impiastricciai con le parole cercando di spiegare che era un libro fatto di incipit di altri libri, i quali però non andavano a finire da nessuna parte, perché succedeva qualcosa che interrompeva il racconto: spesso un nuovo incipit. I problemi aumentarono quando mi chiesero di spiegare cosa fosse un incipit. Per non parlare del Lettore, che prima è lettore e solo dopo diventa Lettore, con la maiuscola. Che noioso. Forse. Avrei potuto condensare tutta la mia descrizione dicendo che

C’era una volta un re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

E tutti avrebbero capito, almeno come funziona l’oggetto meccanico composto da Calvino. Per poi provare a dire che si tratta di meta-letteratura, un libro che parla di altri libri e di se stesso. Dire che il lettore prende la sua rivincita per gentile concessione dell’autore che, un poco annoiato dall’ignavia del suo pubblico, gli dona le chiavi del suo congegno ad orologeria, gli mostra come è fatto e chi lo ha fatto, per imparare a non cadere nelle trappole che altri potrebbero tendergli.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è un manuale fatto di esperienze pratiche, abbastanza difficile da decodificare nei suoi angoli più oscuri perfino per il lettore avvertito, figuriamoci per chi – come me – è ben contento di farsi trascinare nella corrente narrativa, sedotto da libri, sensuali Lettrici e Uzzi Tutzi. Ogni nuovo incipit è una promessa ogni volta delusa, di un mondo da esplorare, ma è a sua volta una trappola e un riflesso della struttura generale, di altri libri e atmosfere, piccolo ingranaggio dell’orologio e allo stesso tempo fine opera d’arte cesellata nei minimi dettagli da ipnotici arabeschi. Il fallimento e la frustrazione alimentano il lettore, il Lettore e tutti i personaggi che vengono fatti agitare sulla scena come burattini su fondali sempre diversi: una nebbiosa stazione di notte, una prigione, una stazione meteorologica, la guerra, o semplicemente il nulla.

Attenzione, non è un gioco, non lasciatevi distrarre dall’ironia punzecchiante di Calvino che investe democraticamente tutti e tutto, dall’editore al professore, passando per lo studente ideologizzato. Un pessimismo leopardiano pervade l’opera: neppure la Scienza, neppure la Semiologia, o la Storia possono dare una soluzione definitiva alla realtà, che continuerà a sfuggire, riproporsi e ritornare sempre uguale e sempre diversa. All’infinito. Come un frattale, la figura geometrica che ripete se stessa in ogni sua parte. L’unico in grado di fermare questa vertiginosa discesa negli abissi della materia inconoscibile è lo scrittore, che decide di salvarci, chiudere il libro e farci tornare dall’altra parte, con Se una notte d’inverno un viaggiatore tra le mani. Per ricordarci che vale sempre la pena tentare e fallire, per fallire meglio la prossima volta.

Questo libro complesso e affascinante, trappola per svelare le trappole, è un opera inevitabile per chi tanto legge, a loro è rivolta e a loro parla. È facile da citare, spezzettare e sbranare perché ogni suo frammento porta con se l’afflato del creatore, ma da quel frammento riverbererà solo una sfaccettatura minima, che non permetterà alla luce di rifrangersi e brillare più forte. Leggetelo una volta, senza pensare, spegnete il cervello quando leggete ma poi conservate il libro accanto al letto per un po’. Oppure tornate alla biblioteca e prendetelo ancora, tutto sommato è agile e coinvolgente, rileggetelo, pensando a cosa vi è sfuggito la prima volta. Sarebbe agevole avere sotto mano un vero testo di critica, per farsi guidare da chi questa strada l’ha già percorsa. Ne uscirete edificati. Nella trama di riferimenti allusioni apostrofi al lettore definizioni parodie, imparerete lentamente che voi, di questa storia, siete il Re

seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

«C’era una volta un Re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
e la storia incominciò:

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«C’era una volta un Re
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che disse alla sua serva
«raccontami una storia»
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Schermata 2015-05-22 a 23.25.58
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Schermata 2015-05-22 a 23.25.58

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Schermata 2015-05-22 a 23.25.58

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Infin che’l mar fu sovra noi richiuso.

se-questo-è-un-uomoNon è un caso che uno dei momenti che restano più impressi leggendo Se questo è un uomo di Primo Levi, sia l’undicesimo capitolo, dove Levi insegna a Pikolo l’italiano con il XXVI canto dell’Inferno. Dopo una recente rilettura (la prima è quasi certamente liceale) ne ho discusso animatamente con amici e compagni d’università. Consideravo meraviglioso che un chimico torinese potesse non solo aver mandato a memoria un intero canto della Commedia, ma che potesse ricordarsene in una situazione simile, utilizzarlo come testo scolastico e farne addirittura l’esegesi, spiegando a un ragazzino le sottigliezze dell’inversione. Una profonda e tremenda vergogna di non saper fare lo stesso, nonostante i miei proficui studi letterari, mi ha preso allora una volta di più e non mi ha ancora lasciato.

Ma perché – direte voi – scrivo qui di piccole faccende umanistiche? E non piuttosto del valore civile umano e storico di questo libro? Perché credo questo mio stupore sintomo di qualcosa di più profondo e sincero: l’unico vero momento di emozione e poesia del libro. Le parole di Dante, così belle e giuste sempre, smozzicate e mutile che prendono nuova consistenza e peso, universali ed eterne come il mare che si richiude sopra Ulisse. La fretta di spiegare tutto prima che il turno finisca, di tradurre, di sforzare il pensiero da troppo tempo obbligato al chiodo fisso della fame, la gioia e la passione di condividere una cosa che per un momento torna a galla dalle profonde e nere acque dove era stato sommerso, per costrizione e per sopravvivenza. Prima che l’oceano torni ad affogarle.

Tutt’intorno al capitolo i numeri e le cose. La scrittura di Levi è chiara e razionale, ma questo non gli impedisce di utilizzare al meglio il suo naturale talento e l’affetto per le umane lettere, rimuovendo la passione. Tutto il resto è fatto di cose. Se non fosse per il taglio narrativo e l’intenzione di voler essere una storia che si può raccontare e raccontare ancora, Se questo è un uomo resterebbe come freddo resoconto, quasi lucido e distaccato. Si propone come analisi sintetica di un esperimento sociale perché non c’è più spazio per il patetico, la commozione, il pianto, la sofferenza trasmessa al lettore. Le donne e i bambini sono scomparsi all’inizio del libro, e così i deboli. Non ci sono più lacrime per piangere, le ghiandole lacrimali sono disseccate come i ventri e le carni. Gli uomini sono stati reificati: dopo il ritiro delle SS dal campo, Levi fruga tra le baracche per cercare strumenti e cibo; dentro un magazzino c’è un cadavere, che in quanto tale viene incluso nell’inventario dei ritrovamenti come se fosse – perché quella è ormai la sua essenza – non un morto, ma una cosa senza valore, trascurabile.

Nel 2015, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la Giornata della Memoria è diventata istituzionale ed è uno dei pochi eventi culturali che, inseriti pienamente nel circuito economico e di intrattenimento, riesce a conservare la sua piena forza. I fatti, le storie e le persone sono state e continuano ad essere raccontate e ricordate in ogni modo possibile a tutti i livelli, dal pop alla filosofia e alla ricerca storica. Shindler’s list, Il bambino con il pigiama a righe, e molti altri validissimi prodotti di consumo culturale che coinvolgono e commuovono lo spettatore e il lettore con eroi e carnefici, vittime e codardi, sono fruiti universalmente e condivisi. Ma la storia e il modo in cui questa storia è raccontata da Primo Levi che l’ha vissuta, rimane forte e resistente, necessario contrappeso al coinvolgimento emotivo: una riflessione che ad un certo punto deve giungere ad essere fredda e distaccata, una riflessione intellettuale sugli abissi di nulla e indifferenza materica a cui può arrivare l’uomo. Non orrorifici abissi di sangue e oscurità, ma grigie distese di fango e baracche, dove si agitano manichini senza vita, mentre una musica da marcetta suona ininterrottamente. Non la violenza, ma l’indifferenza. Non il disprezzo ma il considerare un essere umano come cosa altra da sé, che non può neppure essere giudicata sulla nostra stessa scala di valori. Come tante volte si è scritto e detto, un numero.

Primo Levi racconta come i carcerieri più terribili non erano le SS, lontani e serafici come cherubini di guardia alle porte del Paradiso o i criminali comuni, ma gli altri ebrei, gli altri prigionieri, che per istinto di sopravvivenza o per semplice sadismo dovevano dimostrare di essere degni del loro ruolo di kapò. Nel gigantesco esperimento sociale dei campi di concentramento gli studiosi nazisti arrivarono a fare una grandiosa scoperta, di cui neppure loro furono consapevoli forse. L’umanità è un tratto che si perde molto velocemente e facilmente, senza bisogno di farmaci o cure, in qualsiasi momento un uomo, qualsiasi sia la sua razza, estrazione sociale, cultura, partito, religione, può trasformarsi in macchina, in numero, in parola. Questa la colpa, non aver ucciso, rubato, violentato. Ma aver dimostrato che si può rimuovere ciò che ci rende umani, fino a suscitare nell’osservatore la domanda: è questa cosa della mia stessa specie? E infatti l’unica voce umana che si alza dice:

Considerate la vostra semenza

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Leggere per leggere.

È la prima volta per me nella piazza dentro e sotto al grattacielo. Dopo il lungo tragitto sotterraneo nella metropolitana, il nuovo profilo milanese si staglia immenso subito fuori dalla stazione di Garibaldi. Salendo lo scalone, tra persone affaccendate o immerse in qualche oscura attività privata, si consolida la convinzione che sia tutto molto bello. Nonostante tutte le possibili critiche, corruzioni, preferenze personali per gli alberi invece che per vetro cemento e acciaio, là sotto è tutto molto bello, nuovo, pulito, anche i gruppi di latinos che si ritrovano sotto le arcate di metallo sono puliti, nuovi e semplicemente belli. Ci sono persone che leggono, il palco viene allestito nella parte di piazza che emerge dalle acque. L’impressione del luogo lascia lentamente il posto al freddo che lievemente aumenta portato dal vento continuo e non mi lascerà mai più nel corso della serata. Non è più Milano ma una città del nord, nuova e scintillante quella in cui mi aggiro, curioso tra i capannelli di bambini che partecipano a laboratori, ascoltano e creano storie, uomini della sicurezza in nero e semplici passanti. Cose aldilà del limitare della piazza che sfuggono allo sguardo della memoria. Uomini leggono. Topi pure.

geronimo

Un noto scrittore di libri per l’infanzia presente all’evento. L’unica foto, non mia. Quelle del mio cellulare fanno schifo.

Mi trovano infine le persone con cui passerò il resto della serata e avanti e indietro tra la piazza il palco e il RED Feltrinelli stringiamo mani, facciamo domande, ci danno spiegazioni. Vagabondiamo ancora un poco tra il dentro e il fuori, conosciamo uno dei tecnici che ci fornisce le ciabatte, mangiamo, conosciamo il presentatore della serata. Mentre si parla e ci si prepara giro tra gli scaffali e guardo i libri, è per quello che siamo qui, no? Brindo ad Hemingway, io stringo una birra, lui un pescespada. Per terra un bambino si rotola con un libro sui treni, ci tiene a farmi sapere che è bello. Annientamento mi attira sul banco delle novità, da settimane si vocia del libro e una copertina così bella mi convince della ineluttabile necessità di acquistarlo. Libri sull’ISIS. Molti libri di cucina, pile che si spostano per far spazio ai tavoli per l’aperitivo. C’è tanta gente. Fuori, gli insegnanti precari vestiti a lutto onorano con lumini rossi la morte della scuola pubblica.

Si comincia e ci hanno già rubato le sedie, sedie di cartone, gentilmente le chiediamo indietro. Colleghiamo tutte le nostre sofisticate apparecchiature alle ciabatte e si comincia. Lo spettacolo, l’evento, non si può dire non riesca. Nel nostro piccolo angolo milanese, ancora più piccolo sotto le guglie di vetro, ci sono bravi interpreti, ognuno fa la sua parte: chi legge chi suona chi presenta chi recita. Ogni tanto l’evento madre fa interferenza con noi, che siamo pochi, ma dopo l’interruzione se ne va, lasciandoci alla tranquilla intimità della nostra famiglia improvvisata, scossa dal vento. Passano dei libri, incipit del Deserto dei Tartari e un folgorante brano de Lo Straniero. Degli ospiti citano le loro avventure coi libri, di Nicolai Lilin ricordo che ci vuole a tutti molto bene. Arrivo al punto che spero tutto finisca molto presto quando comincio a tremare. Sono l’incarnazione dell’impreparazione climatica.

Non come i miei compagni di viaggio, esperti e convinti. Li saluto, sono tutte brave persone e ognuno ha qualcosa di interessante da dire e magari diverso da quello che dico io: lei, lei, lui e lei. Che sono Giorgia, Patrizia, Luca ed Emanuela ma non ditelo che sono in incognito.

E poi tutti fuggono, che è tardi, che fa freddo. Parlo con un ragazzo liceale che è stato in prima fila tutto il tempo, mi piacerebbe ritrovarlo e ritrovare gli studenti di Scienze Politiche che mi hanno dato del vino. Ma bisogna andare che che c’è la metro da prendere. No, prima un tè caldo, salvifico. Il lento ritorno a casa, parlando dei misteri della dirigenza universitaria con una tipa tostissima e ovviamente di libri, perché Savinio sai, è molto meglio quello dei racconti, è un genio. Comincia poi da qui la lenta riflessione sui fatti da poco avvenuti, sulla serata e tutto il resto. Prima che il sonno si appropri di me c’è ancora spazio, poco, per cominciare 1Q84 che è così bello che leggo tutto il primo capitolo.

Il giorno dopo. Penso alle persone che ho incontrato e al loro lavoro, da cui ho di sicuro imparato qualcosa, nel bene e nel male. E guardo distratto il disastro dell’evento. Il 2,73% di share non è certo un buon risultato. Il giorno dopo sono quasi tutti d’accordo nel dichiarare fallimento. Tranne organizzatori e messaggeri. Chi ha partecipato e si è impegnato a distribuire libri che altri avevano scelto per lui raccoglie e cerca di mostrare i risultati del suo impegno, mentre i topi abbandonano la nave. Allora faccio l’unica cosa che sono capace di fare: leggo.

Leggo l’articolo di Aldo Grasso. Mi immagino il ghigno sdegnoso di chi dice quelle parole al telefono.

Leggo, in tre giorni, con una lunga pausa grigliata, il meraviglioso, bellissimo, e interminabile articolo di Nicola Lagioia su Internazionale. Che poi non fornisca soluzioni realistiche alternative è un altro discorso, andate a leggere i nostri commenti più sotto e ve ne farete un’idea.

Leggo Andrea Vianello, direttore di Rai 3, che difende le sue scelte.

Leggo 1Q84 alla sera prima di andare a letto.

Sabato sera, in un pub, parlo di libri con i miei amici che mi chiedono com’è andata e cos’ho fatto io. Non so rispondere a nessuna delle due domande e quindi rispondo che ho conosciuto tanta gente interessante, ho scritto dei tuit. Scopro però che un mio amico ha appena cominciato a leggere una delle mie serie di libri preferite: le avventure di mare del capitano Jack Aubrey. Suo papà li ha tutti. E che invece un altro è stato sul punto di comprare Annientamento su Amazon, lo stesso libro a cui ero arrivato io, per vie completamente diverse. Nessuno ha guardato il programma giovedì.

Perché?

Mario Soldati intervista i venditori ambulanti di libri di Pontremoli, grida e si dimena contro “la mala cultura del prestito” che danneggia i poveri venditori i quali – dicono loro – sanno riconoscere un buon libro senza leggerlo. Fa finta di vendere libri ad Arenzano, a una signora che ne chiede per suo figlio in prima elementare lui dà Dante e Petrarca. Per fortuna alla fine ci lascia tutti con un pensiero realistico: l’unico modo per indurre il popolo alla lettura è sollevarlo dalla fatica del lavoro.

Tante persone che conosco, che leggono e che comprano i libri, che scrivono blog e recensioni non sono neanche stati sfiorati dall’idea di partecipare. Nonostante l’impegno e il coinvolgimento di biblioteche, librerie, lettori, sembra che gli effetti del mega evento siano ridotti. Quanto si sta parlando dei libri regalati? Quanto aumenteranno le vendite dei libri? Leggeranno Gadda o la Mazzantini? I libri sono stati veramente il centro dell’evento? E’ possibile un evento fatto da lettori accaniti? Tutti insieme, seduti, sdraiati nella piazza a leggere ognuno un libro diverso, in silenzio.

Annientamento, magari grazie ad un algoritmo di Amazon che propone letture simili ai precedenti acquisti, è arrivato al mio amico. In biblioteca ogni tanto arrivano persone che non sanno neppure che i libri si possono prendere in prestito gratis. In biblioteca si possono prendere in prestito gli e-book. Ma ci sono zone d’Italia dove librerie e biblioteche proprio non ci sono o sono vuote. Dove esiste l’analfabetismo di ritorno. Insomma, io sono tornato a casa dall’evento di piazza Gae Aulenti contento, non ha fatto schifo come molti hanno detto. Eravamo un po’ più belli dell’evento principale, forse. Ma mi resta il dubbio forte che si possa fare in modo diverso, prima l’impegno profondo e in tutti i campi della formazione e del consumo culturale, gli hashtag poi seguiranno, non il contrario. Altrimenti avremo ancora Soldati che gira per l’Italia ma twittando #Libri #Dante #Commedia #Inferno e una distesa di bambini delle elementari che dopo averlo guardato, se ne tornano a giocare a Minecraft sui loro smartphone. E’ stato un esperimento, un tentativo, un’esplorazione. Bravi a chi si è impegnato e bene per le idee giuste, ma c’è ancora tanto da fare.

Lettore o non-lettore, sei curioso di scoprire che opere sono Il Deserto dei tartari, Lo Straniero, 1Q84, Annientamento e chi sono Dante, Hemingway e O’Brian? Prova a leggere.

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